Deh, fra cotante mie calamità, di cui gravoso pondo mi pone adosso il mondo, sì spietate e sì rie,
fa' almen, Signor, ch' io mi riposi un die. Se dopo lunga, grave e perigliosa, orribile tempesta, l' onda inanzi molesta
divien piana e soave, e lascia al vento respirar la nave, perché questo del mio stato infelice, oscuro orrido verno,
esser pur debbe eterno? O mio Signore, o Dio, togli l' orgoglio al destin empio e rio, perché non mi condanni
ad un sì lungo, anzi perpetuo essiglio, con continuo periglio, e fra cotanti affanni finir il corso di mia vita e gli anni.
Dammi tanta fortezza, che de la rea Fortuna oltraggi e torti soffrendo, in pace io porti, et a quest' alma, avezza
a gustar ad ognor l' empia dolcezza de le gioie mortali, da' a ber di quel tuo vivo, alto torrente, che renda ebra la mente
de le cose immortali, onde poi sprezzi quest' umane e frali. Solleva il mio pensero col tuo favor da queste cure umane,
da le speranze vane del mondo, onde leggiero e scarco, quasi alato e bel corriero, m' inalzi del tuo monte
al giogo lieto, ove giamai non verna, ove verde et eterna primavera la fronte d' altre vaghezze, e qui fra noi non conte,
gli orna, e lungo i ruscelli che corron acqua di diletto viva, sovra la verde riva, ch' ha di gemme i capelli,
si cibi anch' ei fra gli Angeli più belli a la divina mensa, ove la tua pietà tutti i diletti ai cari spirti eletti
con larga man dispensa, tal che de l' amor tuo l' anima accensa sdegni nel suo terreno carcere far ritorno, e odiando tante
gioie del mondo errante, piene d' empio veleno, si moia qui, per poi viverti in seno.
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