De l' egre, inferme menti vieni, o consolatore clemente, o de' tormenti nostri medico certo assai migliore
che non fu mai Enone, che non fu Podalirio o Macaone; vieni, Spirito Santo, e del mio core immondo,
ch' ora lavo col pianto, penetra co' tuoi rai sino al profondo, e le tenebre sgombra che posto v' ha de' miei peccati l' ombra.
Vedi che come soglio percuoton del mar l' onde con un continuo orgoglio, così piaghe mi fan larghe e profonde
l' alte miserie mie, ond' io non poso mai notte né die. Vieni, salda fortezza, e col potente braccio,
ch' ogni durezza spezza, rompi quel forte, adamantino ghiaccio che mi circonda l' alma, sì che non abbia pur di me la palma
la morte, o quel nimico che con falsa lusinga di simulato amico fallace pur m' alletta e mi lusinga,
per tenermi ognor fisso nel suo più scuro e più profondo abisso. Non ha, quand' è più bello l' anno e più dilettoso,
tante frondi arbuscello, tanti vaghi fioretti un prato erboso, quant' io noie et affanni, del mio angoscioso core empi tiranni:
sana l' alma dolente et egra, di salute disperata, ch' ardente febbre consuma, con la tua virtute,
non con suchi o licori di verdi erbette o di gemmati fiori; scaccia l' interna sete col tuo torrente vivo
del piacer, che fa liete l' anime nostre, e non con fonte o rivo, sì che tempri il veleno de le miserie umane ond' io son pieno.
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