Sin a quando, Signor, questa sviata anima senza luce seguirà il senso con lena affannata, che quasi infido duce
a periglioso passo la conduce? Sin a quando, Signor, l' orecchie avrai chiuse de la pietate che ti sospinse, per trar noi de' guai,
da le membra beate sangue a versar con tanta indignitate? Io pur tua son fattura, e per me ancora torre di mano a l' angue
spietato che n' ancide e ne divora, di ch' ei sospira e langue, spargesti il giusto et innocente sangue: or che soccorso m' hai con la tua morte,
vòi in preda lasciarmi debile e stanco a così fresco e forte nimico, senza darmi, onde mi possa aitar, lo scudo e l' armi?
In te posto ho, Signor, tutta la spene, né altronde spero aita contra questo tiranno, che mi tiene com' agna che smarrita
ha lungi dal pastor lupo rapita; sì m' udrai poi cantar lungo un bel rio al ricco plettro e d' oro, ogn' altro mio pensier posto in oblio,
sì che lo Scita e 'l Moro sentirà 'l canto mio dolce e canoro: come tu festi il ciel vago e rotondo, cinto di stelle ardenti,
ch' un prato par quand' è fiorito il mondo, e con le luci algenti la luna errar intorno agli elementi; come tu desti al sol caldo e vigore,
che con le luci sante pieno di dolce e di paterno amore fa la terra pregnante, ricca et adorna di bellezze tante,
che con ordine eterno errando intorno a la mole terrena or freddo e breve ol lungo e caldo il giorno vigilante ne mena,
la chioma di bei raggi ornata e piena; e l' altre lodi tue, che tante sono quant' onde move l' ôra, quanti il terreno ha fior, leggiadro dono
di Favonio e di Flora, allor che i campi Aprile imperla e indora.
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