Qual vergine gentil che 'l genitore ha colta a l' improviso in qualche grave errore, che pinge d' ostro il viso,
e con voce tremante e basso suono, inchinata et umil chiede perdono, Padre benigno, e di vergogna il volto depinto, e d' umiltate
il cor, ch' un nembo folto copre di vanitate, vestito, a te ricorro, a te che sei conforto sol de' sconsolati e rei.
Io non posso negarti alcun mio fallo, ch' a te tralucon fuori, come suol da cristallo raggio di sole o fiori,
da questa mia sviata, inferma mente, e ad ogn' atto mio tu sei presente: vedi il mio cor, che già pentito e gramo piagne l' error commesso,
quasi augellin che in ramo verde si lagna spesso de la sua dolce e cara compagnia che gli ha furata man rapace e ria.
Sovente faccio al senso e a la ragione far pugna nel mio petto, ma quegli il guiderdone ne porta, ond' io constretto
son di seguir il reo dovunque vada, né contra lui mi giova elmo né spada. Tu sai pur quanto sia debile e frale questa nostra natura,
quanto inchinata al male se ragion non n' ha cura, quanto accorto e possente è quell' antico pestifero angue, e suo crudel nimico.
Pront' è il voler in me, la forza manca, né risponde al desio, ch' ad ognor si rinfranca come per acqua rio:
che poss' io più s' ognor combatto invano, e vinto porgo al vincitor la mano? Padre clemente, tua pietà infinita domi l' ardito senso,
e quest' alma smarrita arda d' un foco immenso del tuo divino amor, sì ch' abbia a sdegno ogni piacer che sia fuor del tuo Regno.
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