Odi dal Cielo un grido alto e canoro ch' a vera penitenza omai t' invita, anima negli error chiusa e sepolta; senti il gran Re di quel celeste coro
che ti richiama a la felice vita, e tu pur stai ne' piacer falsi involta. O cieca e sorda, ascolta, vedi con quanto amor, con quanta cura
egli paventi del tuo eterno danno; e tu pur, d' anno in anno troppo più che non dèi fatta secura, di colpa in colpa, e d' uno in altro fallo,
fatt' hai contra al ben proprio un duro callo. Non odi che 'l Signor ti prega, e dice: –Bagnati, anima trista, al sacro fiume di penitenza, e 'n quel ti lava e tergi;
indi come purgata peccatrice, tutta coperta di purpuree piume, al tuo caro Fattor t' inalza et ergi; e la nebbia dispergi,
co' raggi del dolore atroce e duro, de le tue colpe, e de' terreni inganni. Spiega i possenti vanni, amica mia, et a quell' aere oscuro,
a quella inferna e lagrimosa valle, scorta da Carità, volgi le spalle. Deh vieni, sposa mia, che già passato è l' aspro verno, e le pruine, e 'l ghiaccio,
e depingono i fior la terra nostra; spiran le viti il lor odore usato, portano i fichi i verdi figli in braccio, e già la tortorella a noi si mostra;
quella terrena chiostra lascia, colomba mia, mostrami il volto, ch' io feci a mia sembianza ardente e bello, e con un ramuscello
di verde palma novamente colto, non attendendo che la carne moia, riedi a cibarti de l' eterna gioia. Vieni, diletta mia, ch' io pur t' aspetto
con braccia aperte, per pigliarti in grembo con la man di pietà leggera e presta, e tutto acceso d' amoroso affetto colt' ho d' eterni fiori un pieno lembo
per adornarti la candida vesta; esci da la tempesta del mar profondo del piacer mortale, e vieni a tor di vita la corona
che di mia man si dona a chi lasciando il ben fallace e frale a questo eterno e vero s' alza e vola, e de le voglie mie sol si consola.–
E tu, anima trista, non intendi la voce del Fattor che te pur chiama per darti parte del celeste Regno? Pigra, perché non sorgi, e con contendi
al vano senso che tua morte brama? perché del tuo fallir non prendi sdegno? e perché quest' ingegno ch' egli ti diede, onde scorgesti il bene,
e vedesti il camin de la salute, dato il tergo a virtute hai rivolto a cercar cose terrene, intento ad onorar bellezza umana,
che dal vero ti toglie e t' allontana? Dei mondani pensieri il fosco velo, ch' appannan gli occhi tuoi, squarcia, e rimira l' alta beltà di quell' imperio eterno:
ivi sempre è sereno e lieto il cielo, vento di grazia dolcemente spira, né mai provan que' campi o state o verno: altre rose in eterno
spiegano al sol il lor purpureo crine, e per le valli altri odorati gigli; altri bianchi e vermigli fior, sparsi di rugiade mattutine,
più vaghe fan che di lauri o di mirti ghirlande ai santi e gloriosi spirti. Ivi le piante belle e verdeggianti, carche di frutti inusitati e strani,
fan le selve fiorite e dilettose; fiumi di voluptà chiari e stagnanti bagnano i sempre verdi e lieti piani, e per li colli, e per le piaggie ombrose,
invece di dogliose voci di Progne e de la suora, ognora s' ode armonia angelica e soave; ivi forza non have
Morte, o Fortuna che i men degni onora, né la bianca vecchiezza in un momento torna le chiome di color d' argento. Ivi non volan gli anni, i mesi o l' ore
scorte dal tempo fuggitivo e lieve, né cede unqua a la notte il chiaro giorno; la vaga Cinzia non rinasce e more, né l' aer è d' atre nubi oscuro e greve;
col carro d' or non si rivolge intorno Febo: ad un modo adorno è sempre l' alto seggio, con la luce onde piglia splendor la Luna e 'l Sole;
sempre pien di viole le tempie e 'l biondo crine, il dì riluce negli occhi ardenti, e ne la chiara fronte di lui che fece il bel nostro orizzonte.
Cogli angeli contente a paro a paro vanno cantando l' anime beate, godendo d' un piacer perfetto e vero, senza temer giamai che nullo amaro
possa turbar le lor dolcezze usate; e con novo piacer rivolte al vero cogli occhi e col pensiero, accese d' un amor dolce e gentile
ogn' alto lor desio menano a riva. Ma qual fia che descriva o chiuder possa in carte umano stile quanta gioia produce e quanto gioco
l' aventuroso e fortunato loco? Prendi il cristallo omai, anima trista, de la conscienza, e 'n quel ti tergi e specchia, onde 'l tuo primo amor t' ami et appregi;
non sopportar che la tua vaga vista turbi macchia di colpa nova o vecchia; pagar convienti a Morte i privilegi, e cogli aurati fregi
lasciar il corpo a la sua antica madre; però fia meglio che purgata e bella, sì come vedovella, ritorni a riveder l' amato Padre,
e 'n mezzo di que' santi Angeli eletti a viver sempre a lato ai più perfetti. Canzon, dimessa e calda d' un soave pentir del mio fallire,
alzati a quel Signor che tutto vede, e di': –Con piena fede, acceso di devoto alto desire, umile chi mi feo pietà ti chere;
e grida “miserere, miserere”.–
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