Gli altar di gigli d' oro ornate e di viole mentr' io inauro le corna al bianco toro, e con dolci parole
rendiamo onor sacrificando al Sole. Portate omai la lira, fanciulli onesti e belli, poi che la Musa mia lieta m' inspira,
e cingete i capelli vostri di calta e d' altri fior novelli; già l' aure d' ogn' intorno, lasciati i vaghi errori,
taccio, e 'n mezzo 'l ciel fermato è 'l giorno sol per udir gli onori del padre de' celesti alti splendori. Febo, se ne l' ombrose
selve di Cinzio sei, se in Delfo, o ne le fresche e dilettose Tempe, dov' è colei di cui sospiri ancora i fati rei,
fermati, e 'l nostro canto odi cortese e grato, volgendo gli occhi ove la ricca Manto, lieta più de l' usato,
Cesar onora col suo Mincio a lato. Non sei tu il primo lume del cielo e 'l più lucente, che volando per l' aria senza piume
col tuo bel carro ardente apri a' mortali il lucido oriente e loro apporti il die, che co' begli occhi sgombra
ricercando del ciel tutte le vie dagli alti monti l' ombra e di novella luce il mondo ingombra? Allor presto l' amante,
a cui la notte ha tolto la dolce vista de le luci sante, dal pigro sonno sciolto ritorna a riveder l' amato volto.
Senza 'l tuo chiaro raggio non potrebbe la Luna scorger il breve suo torto viaggio, ma di nebbia importuna
si vestirebbe l' aria oscura e bruna. Sogliono fra le fronde, fra i boschi alti e secreti, mentre il tuo chiaro lume a noi s' asconde,
gli augei star fermi e cheti; indi, a l' aprir del tuo bel raggio, lieti levarsi con l' Aurora, e dilettosi accenti
salutando il tuo nome mandar fuora, al dolce canto intenti fermando i fiumi rapidi e correnti. A te la gran virtute
de l' erbe è manifesta, onde l' usata lor prima salute rendi, qualor molesta febbre o dolor le mortai membra infesta,
e ritogli di mano i corpi a l' empia morte, rendendo loro il dolce stato umano; umile a te la sorte
mostra qual dì infelice o lieto apporte. Sgombra l' acerba doglia ch' impetuosa assale del gran Marchese la terrena spoglia,
né consentir che 'l male tronchi al suo gran valore i vanni e l' ale; odi il superbo Marte ch' umil ti prega e chiama
né mai dal fianco suo mesto si parte, sì la salute brama di lui che sovr' ogn' altro apprezza et ama, odi lungo le rive
del tuo fiume famoso Napoli bella e le sue Ninfe, schive di gioia e di riposo, chiamar con mesto suono e doloroso,
Apollo, la tua aita, e le nove sorelle, ch' han la sua compagnia cara e gradita, volte verso le stelle
nomarle crude e di pietà rubelle. Così facendo, spesso di ricche frondi altero l' udrai cantar lungo il tuo bel Permesso
come Dafne leggero seguisti per solingo aspro sentero.
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