Gran Padre, a cui l' augusta e sacra chioma cingono tre corone, alto Pastore, che guardate di Cristo il degno ovile; a cui umil co' suoi be' figli onore
rende il gran Tebro, e la sua sposa Roma, e quanto l' India chiude e 'l mar di Tile, a voi volgo lo stil basso et umile sospinto dal desio degli onor vostri,
dal ben commune de la vostra fede: ch' a voi sol si richiede di spenger gli odii interni, e gli error nostri coprir col saggio vostro alto consiglio.
Deh, volgere i prudenti e bei pensieri, vaghi di servir Dio, dove vi chiama e Cristo e la fé nostra afflitta e grama; ponete freno ai duri animi e feri
de' Principi cristiani, e al fosco ciglio togliete l' ombra, sì che più vermiglio non si veggia del sangue a Dio gradito, sì come suole, ogni latino lito.
Udite Italia, che col rotto crine, e 'n bruna gonna, in queste voci scioglie la lingua, e mesta vi riprega e dice: Deh volgi gli occhi a queste rotte spoglie,
a le piagate mie membra meschine, tu che più d' altro mi puoi far felice: non sei tu mio figliol? non ha radice salda nel mio terren la bella pianta
che ti produsse, i cui pregiati rami par ch' ognun tema et ami ovunque il cielo i miei be' colli amanta? Il filiale amor, dov' hai cacciato?
Se la mia vita t' è molesta e grave, se t' annoia il mio ben, tu istesso stringi il crudo ferro, e del mio sangue il tingi, del sangue di colei che dato t' have
quest' aura onde ne vivi; ah figlio ingrato, svelli le verdi selve e l' onorato nido dove nascesti, ardi et atterra del bel paese mio ciascuna terra!
Me se pur brami di tenermi viva, di ritormi a le noie et a' tormenti, e di tornarmi a la mia gloria antica, tu ch' hai lo fren de le cristiane genti,
de l' ire lor la gran tempesta acqueta, che 'l mio riposo e la mia pace intrica: rendi a l' Ibero la Garona amica, il Re britanno al gran Cesare Augusto,
e questi insieme a' tuoi fratelli e servi, che qual timidi cervi fuggono ognor dal furor empio ingiusto de' veltri ingordi, e non ritrovan loco
che da nemico oltraggio gli assecuri: a te sol lice contra il fero orgoglio, sendo de' lor nemici e scudo e scoglio, con l' armi e col saper farli securi,
e non lasciarli in preda al ferro e al foco: ch' omai da consumar ci resta poco del bel paese ove nascesti, e dove gentilezza e virtù s' annida e piove.
Deh rivolgete la pietosa mente, o gran servo di Cristo, e del doglioso suo pianto omai vi vinca alta pietate; e poi che in vostra mano è 'l suo riposo,
deh raccendete le faville spente degli onor primi e de le glorie usate, tornatela a l' antica sua beltate, risanate le piaghe, or che potete;
or che 'l Re franco umile a voi ne viene, or che tutta sua spene Cesare ha posto in voi, saggio aggiungete insieme le lor voglie e i lor desiri;
non consentite che di novo bagni il nostro e strano sangue Italia bella, né che 'n sì perigliosa atra procella la cara nave vostra ancor si lagni,
e 'l mar per trovar porto intorno giri; non sopportate che più il ciel s' adiri, e versi sovra noi grandine e pioggia, or che nostra speranza a voi s' appoggia.
Vedete d' Oriente il gran Tiranno ch' aspetta che 'n noi stessi il ferro crudo volgano gli odii accensi e le nostr' ire, e l' armi e 'l foco di pietate ignudo
va apparecchiando a commun nostro danno, per far le nostre guancie impallidire. Da noi li vien, da noi li vien l' ardire, da le voglie divise! né sì tosto
udrà il romor de le cristiane spade, che per diverse strade verrà col popol d' Asia empio, e disposto a far a la magion di Cristo oltraggio,
ad abbrusciar i nostri dolci campi: e già così lontan di veder parmi spiegar le insegne ardite e splender l' armi, e che dal suo furor timida scampi
la greggia a voi commessa, ermo e selvaggio loco cercando, u' d' abete o di faggio ombra le sia securo albergo e fido, or di fere selvaggie orrido nido.
Vedete già le vele alzate in alto di mille legni suoi, che d' ora in ora stan per spiegarsi al vento, e coprir l' onde: già il gran Tirren si turba e si scolora,
certo d' aver un periglioso assalto; già Dori bella e Galatea s' asconde ne l' alghe più riposte e più profonde. Né men che l' Istro il bel Timavo teme,
ch' altre volte ha provato il suo costume, e vorrebbe aver piume d' alzarsi a vol col suo liquido insieme, per fuggir un furor sì grave et empio:
però, saggio Pastor di queste gregge, di queste care gregge aggiate cura, che potrebbe talor forza o paura condurle a novo ovile, o a nova legge;
e potreste veder far strazio e scempio di lor, et ogni sacro e ricco tempio farsi casa de' Dei falsi e bugiardi, onde poi fora ogni soccorso tardi.
Poi che del Re del Ciel Vicario eletto in terra sete, a voi, Padre, conviensi drizzar a bon camin nostro desio, e l' anime sviate dietro ai sensi
volger dal falso bene al ben perfetto, per mandarle purgate e belle a Dio: però non siate voi pigro e restio a seguir le sue voglie, e tor di mano
l' armi e l' ira del cor de' suoi fedeli, perché non si quereli dinanzi a lui con suon doglioso e strano di tanti oltraggi l' innocente offeso;
ma se desir d' impero o pur di gloria li rode dentro, al trionfale acquisto spronate lor del sepolcro di Cristo, ove posson sperar lieta vittoria:
ivi depor potran d' infamia il peso di non aver a sì degn' opra inteso avuto il cor, e dimostrarsi grati a quel Signor ch' a tanto ben gli ha alzati.
Se si cerca tesoro, ivi il terreno porta ognor pieno il sen di gemme e d' auro, e puro argento in vece d' ossa i monti; se fama eterna, mai sì chiaro lauro
non ornò qual più tenne il mondo a freno; se presti aver a' suoi servigi e pronti popoli strani, u' 'l sol scenda o sormonti non vede tanta gente: in quella parte
fate che volgan le pregiate insegne, che di trionfi degne ritorneranno, sempiterne carte empiendo del suo onor; e 'l Re del Cielo,
lieto di tanto ben, leverà l' ombre ch' engombrano di mali il mondo tutto: così di seme bon prezioso frutto raccoglierem, senza temer ch' adombre
il fior de' piacer nostri caldo o gelo, o che noia mortal n' enbianche il pelo. Fatel, Signor, ch' ai vostri giusti preghi non sarà alcun che non s' inchini o pieghi.
Allor vedrete fuor del Gange il giorno dietro la vaga moglie di Titone portarvi il dì più de l' usato chiaro; vedrete l' anno ad ogni sua stagione
recarvi di narcissi e di viole il grembo pieno, e 'l gelato genaro farvi sì come april temprato e caro; tepidi i soli, allor che 'l fero cane
arde il nostro terren, saranno a voi; e bianco latte poi vi serberanno ognor fresche fontane; le quercie mel, il ciel nettare e manna
spargerà sovra voi dal suo più puro; dolci frutti gli acuti ispidi dumi, arene d' or vi porteranno i fiumi: e tutta l' atra nebbia e l' aere oscuro,
ch' ora il seren de' pensier vostri appanna, tutto quel che la mente e 'l cor v' affanna fuggirà de le gioie al dolce vento, e fia il dì sino al fin lieto e contento.
Fra mille be' pensier de la salute de la fé nostra con animo involto, solca, canzon, già di Liguria il mare il gran Signor del Tebro, a cui (s' alzare
ti potessi con stil candido e colto) ti manderei; ma acciò non ti rifiute poi che le tue bassezze avrà vedute, restati meco, e sol ti mostra fuori
quando notturno vel copre gli errori.
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