Skip to content
1493–1569

7

Bernardo Tasso

Chiara mia stella, al cui raggio lucente, come a luce maggior, rendeno onore tutti i be' lumi de la nostra etate; sereno occhio del ciel, che con l' ardente

virtute spogli d' ogni vano errore l' alme, e le rendi chiare et onorate; Donna a la cui beltate mi volgo ognor, sì come Clizia al sole,

senza il vostro splendore io non potrei cogli occhi infermi e rei scroger se non la notte e l' ombre sole, come faccio or da voi, lasso, lontano,

che nulla veggio e mi lamento invano. Può ben da l' Occean cinto di rai Febo portar al bel nostro emispero, sgombrando l' aere fosco, il chiaro giorno,

ma da la mente, e da quest' occhi mai non torrà il velo, o 'l torbido pensero, che quelli appanna, e fa col cor soggiorno, fin che lieto non torno

a ricovrar la mia smarrita luce, che partendo lasciai nel vostro viso: terren mio paradiso, dal cui interno valor di fuor traluce

il vero e 'l ben, onde l' uom s' alza e sale a le gioie del ciel senz' altre scale. Qual maligno destin dal mio sostegno m' ha sì diviso, e da quel vero bene,

che solo i giorni miei segna e prescrive, perché provi d' Amor l' ira e lo sdegno e cangi in fosche l' ore mie serene, perch' io bagni di pianto queste rive?

Oimè, che non si vive lungi dal caro ben, lungi da l' alma, se non vita felice et angosciosa; e parmi ogni altra cosa

fuor che 'l vedervi grave odiosa salma, perché non può, dove non sete voi, cosa bella o gentile esser fra noi. Pallide qui son l' erbe, erma la terra,

la selva ignuda, incolto orrido il colle; amari i fiumi e torbide le fonti; l' aere oscura nebbia intorno serra; irato il Verno con la barba molle

veste di fredde nevi e piagge e monti; né perché il Sol sormonti co' rai più accesi di celeste foco scalda il terren, o fa temprato il cielo

e di caldo e di gelo; selva m' assembra ogni abitato loco; e sol con voci querule e dolenti s' odon l' aere ferir alti lamenti.

Ma dove sete voi ride ad ognora la terra lieta, et ha le spalle erbose, senza temer del freddo tempo e duro: bianca e vermiglia a voi surge l' Aurora,

di gigli ornata il crin, cinta di rose, per menarvi più bello il dì futuro; a voi candido e puro latte correno i fiumi; a voi soave

mele sudan le piante; il vostro lume fugge con lievi piume ogni cosa che sia noiosa e grave; né s' ode mesto suon, ma cogli Amori

cantar le Grazie i vostri sacri onori. Quando fia mai quel dì ch' a voi vicino veggia cadel da la serena fronte vostra diletti e gioie eterne e vere,

di cui (lodando il mio lieto destino) pasca queste mie voglie ingorde e pronte sgombrando de' sospir le lunghe schiere? O celeste piacere,

o dì per me sempre felice e chiaro, a cui divoto fior spargo e consacro, sempre onorato e sacro per me sarai, sempre più d' altro caro:

ch' allor vita vivrò felice e lieta, or sol d' un bel pensier l' alma s' acqueta. Vivo sol del pensier che di voi spesso meco ragiona, e con diversi inganni

appago il mio desir di sogni e d' ombre; e se mi vieta il ciel l' esservi presso, non mi toglie però ch' io non m' inganni, e che in faggio e in abete i' non v' adombre,

non v' incarni, et ingombre ogni loco vicin del vostro volto: o dolce inganno, pur che fosse eterno! Pur che l' estate e 'l verno

meco vivesse, e fosse in lete involto ogni altro reo pensier che mi desvia da la mia cara e dolce compagnia. Non ha il sereno ciel tanta vaghezza,

quand' è più adorno di lucenti stelle, quanta il mio pensero in voi mi mostra: onestà, leggiadria e gentilezza vi stanno al fianco, e tante cose belle,

che potrian onorar quest' età nostra; beltà v' imperla e inostra le guancie, et orna le tranquille ciglia: e mentre di mirar prendo diletto

ne l' angelico petto, ch' ognun potrebbe empir di maraviglia, i' sento Amor che da' begli occhi dice: sol chi amerà costei sarà felice.

Talor vi veggio il terso e crespo crine spiegar al vento, e d' Amor casti un nembo, ch' ivi reti tracciava, uscir armato; e l' aure lievi fresche e pellegrine,

vaghe d' accor la bionda treccia in grembo, venir con un spirar soave e grato; et ogni fior, privato di foglie, il vostro viso e l' auree chiome

ferir di dolce e d' odorata pioggia: ma se 'l pensier poi poggia chiamato in altra parte, io resto come suole talor un che dormendo sogna,

e desto del suo error prende vergogna. Canzon, se in nera gonna ti vede alcun, e senza panni allegri, li potrai dir: Io son nata di doglia,

però porto la spoglia che si conviene a pensier tristi et egri; e s' io avessi rispetto a la mia sorte, andrei vestita di color di morte.

Cookies on Poetry Cove

We use cookies to remember your language preference and — only with your consent — to learn how Poetry Cove is used. You can change your mind any time.
7 · Bernardo Tasso · Poetry Cove