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1493–1569

68

Bernardo Tasso

Cantate meco omai, Sesto et Abido, ah misere città, meco cantate; anzi piangete il grave danno vostro, piangete meco il vostro alto dolore,

acciò che 'l mondo da la nostra voce, e da l' amaro et angoscioso pianto, de' vostri cari e sfortunati figli sappia le nozze tenebrose et adre,

le quai non scorse quel sovran pianeta ch' ogni nostro operar contempla e mira; le nozze che sol vide una lucerna co' suoi be' lumi tremuli e vivaci.

O lucerna, d' Amor ministra e serva, tu sola i basci di Leandro e d' Ero vedesti, e sola udisti i lor sospiri; ben era degno che nel terzo Cielo,

come stella d' Amore ardente e bella, t' alzasse chi lassù regge e governa, se da l' orgoglio degli irati venti guardavi il foco tuo lucente e vivo:

ma chi dona favore al canto mio, e chi forma a la voce le parole? Santa madre d' Amor, primo e maggiore diletto degli Dei, che col tuo lume

rendi l' aere seren, lieta la terra; che col caldo gentil del tuo bel foco ardendo dolce il cor d' ogni mortale, in eterna union conservi il mondo:

se la cara Ero tua più volte hai scorta e d' acanti e di gigli e di narcissi ornar i tuoi devoti e sacri altari, il tuo santo favor larga mi presta,

e solleva i pensieri e l' intelletto. Sesto et Abido il mar famoso et empio, là dove Xerse con armati legni pose a l' orgoglio suo sì duro giogo,

divide con brevissimo intervallo: Leandro in questa, in quella Ero le luci sotto un influsso di maligne stelle a le miserie de la vita aperse.

Tu, che cercando pellegrino e vago vai de la terra ogni riposta parte, e varchi fiumi, e solchi stagni e mari, se in quelle arene mai l' aura ti porta,

mira, ch' un' alta torre anco vedrai, che nel salso licore i piè si lava: ivi la verginella umile e queta, da tutte l' altre vergini lontana,

e dai diletti giovenili, sola con la nudrice sua casta vivea; ma guàrdati da l' ira e da lo sdegno di quel mar senza fé, sempre turbato,

sempre assetato de le nostre vite. Non lungi a la gran torre un ricco tempio gli abitanti devoti di quel loco di vago e bel lavoro aveano alzato,

dove ad ogn' anno il dì sacro e solenne de l' alma Citarea, del biondo Adone, si celebrava con festoso grido: de la qual santa Dea l' alta fanciulla

bella ministra e semplicetta ancella, or dolci prieghi umili a lei porgea, or voti e doni al pargoletto figlio, per non provar l' ardor del suo bel foco.

Perché, infelice, t' affatichi indarno? Misera, a l' aure le parole spargi, invan le tue preghiere, i tuoi lamenti ai sordi orecchi del tuo fato andranno;

né perciò scamperai dal duro colpo degli strali d' Amor pungenti e caldi. Poi che l' Aurora il dì festo et altero coronato di rose e di viole

da le porte del Ciel gelata aperse, tutti gli abitator che de' vicini campi l' acque bevean lucenti e chiare vennero presti ad onorar la diva;

né giovenetto alcun che roso avesse il cor da dolci et amorosi vermi restò quel dì ne le paterne case, sol per gli occhi cibar di quella luce

di cui lo suo desir si pasce e nutre; la fanciulletta con le chiome d' oro, ove ricchi legami Amor tessea, sovra gli omeri sparse, or di frondose

ghirlande fatte con sottil lavoro il crine ornava de la santa Dea, or dal bel grembo suo pioggia di rose sovra l' ornato altar lieta spargea.

Vagliami il vero, Apollo: il verde alloro, mentre d' umana forma si vestiva, le avrebbe dato di bellezza il pregio, ché ninfa fonte alcun, né cielo diva,

bella come costei vide giamai. Non così incauto e semplicetto vola al chiaro lume ove sua morte alberga il picciolo animal con l' ali tese,

come la turba de le genti accolte correa di stupor piena e di desire al vago raggio de la sua beltate; e dal volto seren formato in cielo

con le luci pendendo, e coi pensieri, con le parole tacite de l' alma dicea fra sé ciascun: Son stato a Sparta, ché con gli Lacedemoni contende

del pregio di beltate e di vaghezza, togliendo a Grecia ogni sua gloria e vanto; ma quanto d' erbe avanza e di viole giovene primavera il vecchio verno,

tanto costei ogni bellezza loro: o tre volte felice e fortunato cui con aperta man largo destino farà sì ricco e sì pregiato dono!

Mentre che intenti a l' alta maraviglia, a sì strano miracol di Natura, così dicendo avean ferme le ciglia, la donzelletta vaga oltra misura

con lenti passi per lo tempio andava, cui con le penne tese a paro a paro, che lor dava il desio, seguian le menti de' miseri, ch' ardean nel suo bel foco:

ma in parte ove mortal vista non giunge celava ogn' altro le sue chiare fiamme, sol tu, Leandro, ne' be' lumi avendo il bevuto velen mandato al core,

mostrasti ne la fronte i tuoi pensieri; e rimirando lei, col viso adorno d' amorosa pietate e di desio, pace chiedesti umile a' suoi begli occhi;

ond' ella, che de' tuoi dolci desiri leggea di man d' Amor le note impresse nel volto ardente, ove scritti eran tutti, senza coprir di nebbia di disdegno

il tranquillo seren del vago viso, co' suoi sguardi rispose ai prieghi tuoi: così la speme, ch' ancor in disparte da te si stava timida e dubbiosa,

col viso e col cor lieto a te chiamasti. In questa il cerchio de la fredda terra a coprir cominciò l' oscura notte con l' ali fosche, e col suo bruno manto;

da le tenebre cui fatto securo il desioso amante, sospirando la bianca man de la fanciulla strinse: a sé la ritirò la giovenetta,

d' un simulato sdegno adorna il volto, e ver l' estreme parti di quel tempio mosse con lenti passi il gentil piede; indi, vedendo che d' ardir ripieno,

che gli donava Amore, ei la seguia, nel sembiante turbata et orgogliosa: Chi ti dà questo ardir? basso dicea, Dove me verginella incauto segui?

me di superbo e ricco padre nata? Prendi novo sentier, fuggi da l' ira de' miei parenti, o giovene infelice! Al furor dolce de l' irate voci,

con cui fanciulla suol prometter pace a la dubbiosa guerra degli amanti, conobbe tosto il giovin pellegrino ch' ella a disporre cominciava l' alma

d' esser al suo voler grata e cortese; perciò dal collo suo bianco e gentile involandone un bascio dolce e caro, in tai parole la sua lingua sciolse:

O più degna del Ciel che de la terra, ché mortale non sei, se dritto miro al viso, agli atti, al passo, a le parole, deh, per pietate i miei desiri alloggia

nel puro seggio del tuo core, e degna l' alma de la prigion del tuo bel petto; me, che stretto e legato Amore adduce col laccio d' or che del tuo crine ordio,

o per tuo sposo o per tuo servo accogli: non ama questa Dea ch' onori e coli le caste verginelle, e i duri petti armati d' onestà fredda e gelata,

ma le tenere menti, e i caldi letti de la fiamma d' amor soave e grata, ne' quai gioco e piacer si scherzi e voli. Felice Endimione, anzi beato,

tu senza sparger le parole al vento, la sorella del Sol candida e vaga accendesti d' amor dolce e gentile; e quei freddi pensier di castitate

di cui l' alma copria scaldasti in guisa, che sovente dal ciel nel tuo bel monte scendendo, teco si diporta, e teco pasce gli armenti tuoi cornuti e bianchi:

credi, bella fanciulla, al parlar mio, credi a la Dea, che da quel sacro altare par che coi cenni suoi t' exorti e prieghi. Tant' ebbero vigor queste parole,

che 'l duro ghiaccio de la fredda mente stillâr, sì come bianca neve il sole: Amor che ad ogni cosa era presente, senza più ritrovar contesa o schermo,

per la strada degli occhi andando al core, con ombre oscure, e color chiari e vivi, pinse la bella Idea del giovenetto; u' come in specchio trasparente e bello

l' anima pargoletta si mirava, coi lumi intenti, e con la lingua muta. Come cervetta solitaria e vaga, che pronto pastorello abbia ferita,

fugge or ne' campi, or ne le selve ombrose, né loco trova ove la doglia acqueti, così questa donzella alta e gradita sentendo al cor la velenosa piaga,

ora il tenero piè movendo, trita l' arida terra, or china gli occhi e 'l viso, or con la gonna i belli omeri vela, e col muto silenzio apre e dimostra

chiaro i secreti suoi caldi desiri. Santo silenzio de' pensier celati, de le fanciulle messaggiero accorto, tu con parole tacite e con cenni

dimostri il vero a le dubbiose menti: luce importuna o pur garrulo augello giamai non turbi il tuo tranquillo stato. Ma poi che 'l fier desio che la molesta

più volte la gentil saggia guerrera fernò col duro morso di ragione, alfin vinta da lui, che a sé raccolse per forza il fren, fu trasportata in parte

che dal dritto camino era lontana, onde col volto di vergogna adorno la bella bocca in queste voci aperse: Qual nume amico il tuo intelletto inspira,

o ti detta nel cor queste parole, che movrebbon le pietre, e gli animali empi e spietati porian far pietosi? Qual fatto ti fu scorta a queste arene,

lassa? ma indarno ai sordi e lievi venti spargerai tu i sospiri e le preghiere: come, sendo straniero di paese forse lungi da questo almo e natio,

pensi ch' a la tua fede, incauta, creda? Come vòi tu che i miei casti pensieri semplice doni a fuggitivo amante? Con nodo marital saldo e tenace

ch' al giogo d' or casto Imeneo ci leghi, non sosterrà che del mio stato ha cura; e se vorrai fra questi colti lidi lungi dal tuo terren menar la vita,

il foco, che tenir chiuso e celato si devrebbe nel core e ne la mente, manderà fuori il fumo e le faville, perché le lingue vaghe de' mortali

de l' altrui biasmo, ne le strade aperte, quel ch' a gran pena sa la Notte e l' ombre, cantan con alta e con maligna voce. Ma dimmi omai, né mi celar il vero

(se pur brami il mio amor), la patria e 'l nome: Ero è il mio, la mia patria Sesto, la stanza una gran torre, che non teme ira o forza di mar, benché più volte

con l' onde la minacci e la percuota; ivi lungi dal volgo e da le genti con la nudrice mia sola mi vivo. E qui tacendo, col bel lembo adorno,

come pentita del suo ardir, nascose le guancie cinte di purpurea rosa. Leandro, pieno d' amoroso ardore varii pensier volgendo ne la mente,

e devoto et umil pregava Amore, che concetti donasse a l' intelletto atti ad intenerir ogni durezza di castitate ond' ella armasse il core.

L' udio il fanciul, che da' begli occhi suoi la verginella mente percotea, e l' ali dimenò tre volte o quattro, indi nel poggio di sua mente alzato,

accorto gli dettò queste parole: Vergine, per tuo amor lieve mi fia solcar quest' onda, ancor che fosse ardente, ancor ch' a' legni contendesse il passo;

credi, non temerò per esser teco de l' acque tempestose il duro orgoglio, né mi sgomenterà la morte d' Elle: ma or col lume de la fredda Luna,

or cogli orrori de la cieca notte, per l' umido sentier di questo mare me ne verrò ne le tue amate braccia, perché non lungi a la tua patria, Abido

a l' aure mi mandò di questa vita; mostrami sol dal tuo felice albergo una lucerna, che pietosa e fida serbi immortale il suo lucente foco,

la qual mirando io allor, qual navicella d' Amor ne l' onde perigliose et alte, non temerò lo sdegno d' Orione: ma guarda che nemico irato vento

non spenga lei, e la mia vita insieme. Se pur il nome mio saper desiri, Leandro son, de la bell' Ero sposo. Con tai parole, o simili, mandando

la Notte al suo bel corso, ordine danno ai lor diletti, a le notturne nozze, col testimonio sol de la lucerna: ma poi che lor malgrado a dipartirsi

da la necessità costretti furo, mirato prima il sito de la torre, ei con la speme sua pari al desio fece ritorno a le paterne case;

ella tornava al solito soggiorno, tutta la nova luce sospirando, il suo amante lontan vede et ascolta, desiderosa che la cieca notte,

che recar devea seco i suoi diletti, di tenebre vestisse il chiaro cielo. Notturno augel non ha sì in odio il sole come la bella copia, onde sovente,

parendo lor che fosse ozioso e lento, sparsero a l' aura il suon di queste voci: Lume eterno del ciel, la cui virtute in mille luoghi, in mille raggi sparsa,

dà luce e vita a le create cose, s' amorosa pietà ti punge ancora l' alma, che in gentil foco arse molt' anni, sprona i destrier più de l' usato lenti,

sì che con lieve e con veloce corso nel grembo a l' Occeano il dì s' asconda, e tornin l' ombre degli amanti amiche a velar il seren di questo Cielo.

Tosto che vide la gentil fanciulla, che col volto rotondo, in ogni parte e lucido e seren, la bella Luna per le strade del Ciel giva a diporto,

col fido segno de la viva luce l' inamorato giovene d' Abido a sé chiamò, che vigilante e solo lungo il lito del mar sempre rimira

verso la torre, ove 'l suo core annida: ond' ei, spogliato, et in riposta parte agli occhi di ciascun le vesti ascose, dal desio spinto si gettò ne l' acque

verso il bel raggio de l' amata luce, con la speranza del futuro bene accresciuto il valor, solcando il mare; e rivolti i pensieri a la lucerna

snodò la stanca lingua in questi accenti: O de' nostri desii fido messaggio, o lucerna, ch' amor col suo bel foco accese per far me lieto e beato,

a te rivolgo gli occhi, a te che sei un de' lumi per me del nostro polo, come stanco nocchiero a tramontana; tu adunque, stella mia, col tuo splendore

l' incerte vie del periglioso mare a me discopri timido e dubbioso, indi tacendo, come augel veloce a l' amata bellezza se n' andava.

Gli amorosi delfini a paro a paro, de la sua compagnia lieti e contenti, givan solcando il mar lieto e tranquillo; le figlie di Nereo per l' onde salse,

scherzando coi Tritoni in lieta schiera, sovra i lascivi pesci ivano intorno: e qual del bel fanciul fatta pietosa, che 'n sì grave periglio Amor scorgea,

or con l' umida man gli dava aita, or rispingeva l' importuno umore; qual per ornar la sua rara bellezza, togliendo al suo bel crin le rose e i fiori,

gli coronava l' anellate chiome; così l' accompagnar, di sua salute bramose e vaghe, al desiato lido. Con cura tal, con tanto studio mai

non cercar di serbar chiaro e vivace le vergini vestali il sacro foco, con quanto questa nobil giovenetta la secretaria de' suoi dolci amori,

or col candido lembo de la gonna, or con l' aperta man sendole schermo contr' ogni fiato di spirante vento, fin che lui stanco a la riva vicino

coronato di fior vide apparire. Veltro giamai sì destro e sì veloce non seguì dama fuggitiva e snella, come coi passi del gentil desio

corse al caro marito la donzella: a pena il piede ne l' asciutte arene pose ei già stanco, che con braccia strette gli annodò il collo, e da le salse labbia

cento basci pigliò dolci e soavi; indi d' un manto, onde la bianca vesta si celava talor, lo ricoperse; e ne la stanza, secretaria fida

degli amorosi suoi novi desiri, pien di gioia infinita lo condusse, ove i biondi capelli, ancor stillanti il salso umor de le marine schiume,

asciutti con licor pregiato e caro, fece l' odor de l' alghe andar lontano; e dentro un molle e delicato letto, simile al qual la sua sposa ad Amore

mai non apparecchiò, con lui si pose, cui, ancor stanco da la lunga strada, co' basci interrompendo le parole, disse: Sposo fedel, diletto sposo,

sofferto hai quel che per amica alcuna non sofferse giamai sincero amante; or i sudori de le tue fatiche lieto deponi nel mio fresco seno,

e piglia de' tuoi merti la mercede. Così diss' ella, et ei pien di desio ne la fonte d' Amor, sin a quel tempo da la santa onestà guardata e chiusa,

le labbra immerse, né la sete spense, anzi del dolce umor la voglia accrebbe. Chi vorrà raccontar quanti diletti quelle piume sentir tenere e molli,

potrà ridir ancor quant' alghe ha 'l mare, o quante verdi foglie ombrosa selva: suon di varii stromenti alto e canoro, danza di vaga e lieta giovenetta

non onorò le tenebrose nozze; poeta alcun con voci alte e leggiadre non le lodò; né faci ardenti e belle spiegar le chiome d' or dinanzi al letto;

il padre allegro, o la gioiosa madre non chiamar Imeneo con liete voci; né le vergini caste, d' amaranti e di tenera calta ornate il crine,

devote gli portar fiori e ghirlande: solo gli orrori de la notte, e l' ombre, fur l' ornamento de le nozze oscure, e i silenzii danzaro al letto intorno;

nel qual la chiara e ruggiadosa Aurora lo sventurato e bel servo d' Amore portando il novo dì non vide mai, perché sì tosto che l' ardente lume

di Venere lassù vide apparire, e con la ricca sua verga d' argento cacciar dal cielo la stellata greggia, e dati e ricevuti i dolci basci,

de le lagrime lor bagnati e molli, da la sua Donna, che compagna gli era sin ne l' ultime arene di quel lido, per l' algoso camin de l' acque salse

facea ritorno a l' odioso albergo: né però sol, ma con la vaga mente de la sua cara amica in compagnia, che d' amor piena a nuoto il seguitava.

O degli altrui piaceri invida Aurora, o spietata nemica degli amanti, perché sì tosto di tua luce vesti la Terra, e spogli lor d' ogni diletto?

s' hai forse a schivo le canute chiome del tuo vecchio Titon, lascialo solo nel freddo letto, e per le verdi rive del ricco Gange tessi al novo giorno

vaghe ghirlande di rose e di fiori; non aprir il balcon de l' Oriente così per tempo, e ti sovenga come Cefalo amasti, e sospirasti amando.

In questi tanto perigliosi, quanto dolci e cari diletti, i miserelli e sfortunati amanti dimoraro fin che dal freddo centro de la Terra

il pigro verno a noi fece ritorno, e con nevi, con pioggie, e con tempeste, tolse al mar il tranquillo, a l' aere il chiaro, il vago a' campi de la lieta Terra:

allor da mezzo l' acque Esaco mesto, chiamando la sua ninfa anco per nome, verso i lidi arenosi andando a volo, con roca voce certo segno dava

di futura procella a' navicanti, tal che l' umide vele raccogliendo nocchiero accorto, sospingeva il legno con presti remi a la secura riva.

Così più volte col gelato carro, pieno di stelle di color d' argento, girò la notte il bel nostro emispero, pria che i Tritoni con l' oliva in mano,

e con l' arguto suon del roco corno portasser pace a l' onde alte e schiumose: i miserelli amanti, ignudi e privi di quel piacer che lor rendea beati,

chiamavan con parlar mesto e doglioso sordo il mar, fero il ciel, fallaci i venti. Quante fiate il giovenetto adorno, or rimirando ch' al turbato sole

Alcione le penne non spiegava, or vedendo il Pianeta alto e sovrano, e di ceruleo e di color di fiamma tinto, tuffarsi a l' onde d' Occidente,

ora la Luna con le gote sparse di porpora cacciar i sogni e l' ombre, la futura tempesta conoscendo, stillava il cor in lagrimosa pioggia!

Quante fiate la sua cara Donna, udendo fremer l' acqua alta e profonda, da' duri scogli e da l' aure percossa, il commune dolor seco piangeva!

Quante fiate risguardando Abido, e dove col mortale ir non potea andando col pensier, così dicea: Ah, vento veramente empio e crudele,

ah fero vento, a che cotanto orgoglio usar contr' una tenera fanciulla? A me, Borea, spietato, a me sei fero, non a quest' onde tempestose e rie;

devresti pur destar pietà nel core, che già per Oritia s' accese et arse, e lasciar nel suo letto il mar senz' onda. Qui le tolse l' affanno le parole.

Ma chi può contrastar al suo destino? Allor che i saggi e culti navicanti temean lo sdegno di Nettuno irato, e ben che 'l volto suo tranquillo e queto

mostrasse fuor da le profonde arene, col ferro grave, e col canape attorto tenean nel porto la spalmata nave, tu folle amante, con le fiamme accese

vedendo del tuo amor l' alto messaggio che ti chiamava, diventasti ardito. Ah lucerna crudele, empia lucerna, ben potevi celar i raggi tuoi

fin che la Terra, di ghiacci, di nevi, e di pruine ignuda, si vestisse di lieti fiori, e che 'l soave fiato di Zefiro rendesse umile il mare.

Ero sforzata dal perverso fato, che de la vita sua l' ore prescrisse, sendo senza il suo sposo un tempo stata, qual senza fresco rivo arido prato,

con un vel desio gli occhi e la mente sì velar si lasciò, che non pensando che ben che l' acqua fosse piana e queta non avean fede alcuna i venti e 'l mare,

come la Notte con le negre penne carche di sogni e di notturne larve vide apparir nel bel nostro emispero, incauta accese la lucerna usata;

la qual veduta, il suo fedele amico, che in quella parte ognor girava i lumi, come si gira Clizia al vago sole, la negra pecorella al freddo verno

sacrificata pria, la bianca a l' aure, perché a' desiri suoi fossero amiche, senza 'l colpo temer del suo destino, entrò ne l' acque allor placide e quete,

a Nettuno porgendo, agli altri Dei ch' albergan seco l' arenoso fondo, con devoti pensier preghiere e voti: sol Eolo da te post' è in oblio,

misero, proverai quanto sia grave l' ira talor d' uno sprezzato Iddio! Ma mentre ch' ei sen giva a suo diletto più tosto col desio che con le membra,

Ero, ch' udito avea dagli alti tetti l' augel di tristo augurio alzar la voce, presaga de' suoi danni, a queste note diede principio lagrimosa e mesta:

O Dea che l' ampio e dilettoso regno reggi del terzo ciel con pace eterna, madre di quel diletto e di quel bene che fa la vita qui dolce e soave,

s' egli è ver (come credo) ch' a quest' onde un solo cenno tuo toglia l' orgoglio, se i maschi incensi che sovente sparsi su le fiamme ch' ardean nel tuo bel tempio

mertan appo di te qualche mercede, conserva piano il mar, sereno il cielo: tu sai ben che ne l' acque è 'l tuo Leandro, e nel bel grembo suo la vita mia,

e ne morrò, se morte asconde e cela la luce onde il mio cor cibo e nutrico: odi le mie preghiere, o santa Diva, et io, tosto che 'l Sol con l' anno novo

uscirà fuor del bel monton di Frixo, quattro colombe, che 'l latte e la neve caduta allor dal cielo in verde colle vincon di puritate e di colore,

ti donerò con un sincero affetto. Ai santi orecchi de la bella Dea salir le sue preghiere umili e calde, e già velata d' una bianca nube

scendeva per servar l' onde tranquille, quand' Eolo turbato oltra misura, ch' alcun di lor non gli avea porti preghi sì come agli altri, o sacrifizii, o voti,

altero in vista, e di vendetta vago, de la spelonca sua la porta aperse: onde, quai veltri di catene scarchi volando i venti su per l' acque salse,

a percuoter il mare incominciaro, il quale or agli irati e duri colpi del gelato Aquilone, or a le gravi percosse che gli dava Africo, e gli altri

senza legge o pietà sfrenati et empi, facendo schermo, il manto oscuro e bruno de le nubi del ciel con l' onde rotte bagnava ad or ad or colmo di sdegno.

Ahi Eolo, perché sete sì ardente di vendetta ti scalda il freddo petto? Serba le forze a più onorata impresa, che poca gloria de la morte avrai

di due amanti miseri e infelici, e di vittoria tal corona vile ti cingerà le vergognose chiome. La sfortunata et angosciosa Donna,

cui 'l subito pentir nulla giovava, da pensier tempestosi combattuta, versava da' begli occhi amara pioggia, e rimirando l' onde, i Dei marini

e le Ninfe pregava ad una ad una: ma che ti giovan le preghiere e 'l pianto, Ero infelice, se 'l furor de' venti e l' orgoglio del mar punto non scema?

e pur convien, che travagliato e stanco, la tua bellezza altamente piangendo, de l' acque salse ne l' orrido grembo la dolce anima lasci il tuo marito.

Venere coi Tritoni e con le Ninfe per la salute sua tenta ogni via, ma spende invano le parole e l' opre, ché non può il Re del mar, benché più volte

percuote col tridente i salsi umori, indi sgombrar le nubi e le procelle che portano nel seno i venti irati; ei gli minaccia, perché a l' antro oscuro

tornino, al loro Iddio sdegnoso e fero, e lascin queto il suo turbato regno, ma nulla giova, perché Eolo non teme le sue minaccie, e non ascolta i prieghi:

non puote, ah sfortunata et infelice!, co' suoi fanciulli il pargoletto Iddio vivo il lume servar de la lucerna, benché con l' ali tese intorno intorno

la guardino dai venti empi e rapaci: ecco che 'l lume è spento! è spento il lume, ah sconsolata! morta è la lucerna; e su gli omeri negri il mar t' adduce

l' amante morto, il tuo Leandro morto. L' Aurora il viso pallida e turbata, senza purpurea stola, senza rose, senza ornamento alcun, fra i ciechi nembi

del tenebroso cielo in questa apparve, onde la Donna, timida, angosciosa, che vedea col pensier morto il suo bene, or questa parte, or quell' altra mirando

del vasto, orribil grembo di Nettuno, tosto che dagli scogli lacerato e morto il vide ne le salse arene, sì come fosse forsennata e folle,

si fece al petto, al crine, al viso oltraggio; e dove senza spirito giacea il caro sposo con veloci passi andata, si gettò sul morto corpo,

a cui gli ultimi basci, e 'l pianto estremo, e sconsolata diè gli ultimi accenti. Poi che la pompa del funereo rogo, e di doglia, e di pianto, e di lamenti

vie più che d' altro onor ricca e superba, finita fu, la disperata moglie col marito abbracciata si sommerse, dicendo ancor con la gelata lingua:

Ah, misero Leandro! a la cui voce risuonò l' onda: Ah, misero Leandro! Ninfe pietose, ch' al fanciullo amiche, e voi lascivi e pargoletti amori,

che rotti gli archi aurati e le faretre sospirate altamente il vostro danno, a voi pur si convien, piangete voi con queste due città la morte loro,

sì ch' oda il dolor vostro il mondo tutto; e coronati di funerea fronde donate i corpi morti a sepoltura, acciò possin varcar insieme aggiunti

le nere e torbid' acque di Cocito, e gir ai lieti e fortunati campi, o pur nel bosco degli ombrosi mirti; e tu gran Dio del mar, che in molte forme

ti cangi for de l' uso di natura, in queste perigliose, orride rive, con la cetera tua canta il lor fato.

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