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1493–1569

67

Bernardo Tasso

Se di penne giamai candide e belle v' ornaste, pensier miei, le spalle e 'l petto, per inalzarvi al regno de le stelle, col favor di felice e chiaro oggetto,

ornatev' or, e sian proprio di quelle che di poggiar per l' aria hanno diletto, usate a ricercar il mondo intorno e mirar ove nasce e more il giorno.

Amor, che ne' sereni lumi e vaghi sempre vittorioso e lieto stai, de la cui gran beltà tanto t' appaghi che con lor vivi e non ti parti mai,

ond' anime cotante ardi et impiaghi quante miran gli acuti ardenti rai, prestami l' ali, sì che con l' ingegno mi lievi di sue lodi al vero segno.

Ecco che da' begli occhi Amor m' inspira, e m' invita la Musa al dolce canto: fugg' uom ch' a vera gloria non aspira, e che di vizii al cor s' ha fatto manto,

che non deve sentir sì casta lira chi non è d' ogni error purgato e santo; e caggian fior dal ciel di Citarea, mentre ch' io canto esta terrena Dea.

Poi che quel secol prisco e gli anni d' oro, e l' età che già fu lieta e beata, raccolto insieme ogni suo bel tesoro, a le case del Sol fu ritornata,

restò questo di Dio degno lavoro, questa patria felice et onorata, qual tronco senza rami e senza foglia, povera di piacer, ricca di doglia.

La pace sen fuggì seco e l' amore, i diletti, le gioie, il riso e 'l gioco, e tutto quel che più serene l' ore rendeva in questo tenebroso loco;

lasciaro in vece lor odio, furore, guerra, pianto, sospir, tormento e foco, che di fiamme, di sangue e di ruine ricoperser del mondo ogni confine.

I chiari fiumi e le fontane pure non correan più lucenti e be' cristalli, né le quercie qual pria, nodose e dure, sudavan mel ne le profonde valli;

le rive diventar aride e oscure, già vestite di fior purpurei e gialli, le quali in vece d' acque fresche e grate, di sanguigna rugiada eran bagnate.

L' alme, che di virtù chiara et ardente seguivan l' orme gloriose e belle, sviate da' desii, volser la mente a cercar di piacer strade novelle;

e lasciando il camin ch' a l' oriente ci conduce del bene, et a le stelle, per la strada de' sensi s' inviaro, ov' è poca dolcezza, e molto amaro.

E tutti i lor pensier rivolti al male, si diedero a trovar novi tormenti, novi modi di tor l' aura vitale inanzi tempo a le mal nate genti:

così 'l mondo, che prima al Cielo eguale rempieva di piacer l' umane menti, si fe' selva d' orror fosca et ombrosa, al raggio d' ogni ben chiusa e nascosa.

Vedendo il saggio Padre di Natura, al cui imperio soggiace ogni elemento, che rende l' aria or nubilosa or pura, e col cenno corregge il mare e 'l vento,

che l' opra ch' egli avea con tanta cura fatta di ricco e nobile ornamento era un mar di dolor largo e profondo, lo prese alta pietà del cieco mondo.

Onde per ritornar vago e beato, com' era ne' prim' anni, il basso regno, pensò mandar in questo umano stato di sua vera beltate il più bel pegno,

de la cui gran vaghezza inamorato il mondo, avesse ogni altra cosa a sdegno, e dietro l' orme sue pregiate e sante torcesse i passi dal camino errante.

E quante forme ne la mente avea di beltà senza par vera e perfetta mirando col pensier, la bella Idea scelse di questa semplice angioletta,

che più d' ogn' altra di bellezze ardea; e quella avendo fra cotante eletta, formò di propria man l' alta figura, raro e novo miracol di Natura.

Qual in ricco giardin pronta donzella per coronarsi il giovenetto crine spoglia dei varii fior l' erba novella, di vaga rosa le pungenti spine,

così per far costei leggiadra e bella a le piaggie del ciel tolse le brine, al suo gran mar le perle, ai monti l' oro, il gran Rettor di quell' eterno coro.

Non Fidia, Apelle, o chi pinse e scolpio meglio in duri metalli, in marmi, o 'n carte, di questa vera imagine di Dio avrian saputo far la minor parte:

compiacque in questa sola al suo desio, né più poteva far Natura et Arte; né fu per tutto ciò gran maraviglia, sendo sola di Dio fattura e figlia.

Ma che dirò, che come un sogno al vero non sia, di sua beltà celeste e viva, a cui se non aggiunge alto pensiero, qual penna fia che la depinga o scriva?

Materia certa da stancar Omero, o s' alcun altro a maggior segno arriva. Dettami, Donna de le sante scole, sensi del merto suo degni e parole.

Il biondo, crespo, inanellato crine, che con soavi errori ondeggia intorno, mosso da l' aure fresche e pellegrine, né d' altro mai che di se stesso adorno,

quant' anime del Ciel son cittadine stringer poria con sì bel nodo intorno, che sciorsi non saprian dal ricco laccio, perché tornin più volte i fiori e 'l ghiaccio.

Chi contempla la fronte alta e serena, di cui le Grazie fan dolce governo, onde l' aere turbato si serena, e fugge il freddo e nubiloso verno,

si sente porre al collo una catena che non si scioglierà forse in eterno, ove di man d' Amor scritto si mira: Felice chi per me piange e sospira.

S' apron due chiare e lucide fenestre sotto le nere sue tranquille ciglia, onde in questa prigion bassa e terrestre scorger si può di Dio la maraviglia:

indi con l' ali sue veloci e destre esce talor, e seco si consiglia, nel suo vivo splendor chiusa e ristretta, l' alma, che fu da lui fatta perfetta.

A quella bocca, che perle e rubini avanza di vaghezza e di colore, quanti ne mandan gl' Indi pellegrini, quanti ne tien nel suo bel regno Amore,

non fia mai colto stil che s' avicini, non pur doni al suo merto egual onore, ond' escono pensieri alti et eletti, in sì soavi, in sì leggiadri detti.

Purpurea grana sparsa in picciol colle di bianca neve pur caduta allora sembra la guancia delicata e molle, che foco di virtù pinge e colora;

il mento, ch' ad ogn' altro il pregio tolle, il collo e 'l petto, ove valor dimora, u' castitate alberga, e leggiadria, lodilo Amor, ch' ivi si nutre e cria.

Ma l' angeliche voci e le parole, proprie di Dio, e non d' uomo mortale, fanno fermar a mezzo giorno il Sole oltra 'l prescritto suo corso fatale:

chi vol sentir come ne l' alte scole si canti senza al Cielo inalzar l' ale oda parlar costei, né cerchi poi trovar pari dolcezza unqua fra noi.

Potrebbe il dolce riso arder il mare, far liquida la terra, e freddo il foco, tal che le lodi più pregiate e chiare al suo vero valor sariano poco:

non ha Vener lassù cose sì care, ove scherzano ognor diletto e gioco, che non cangiasse a un riso di costei, per arder del suo amor uomini e Dei.

Ma che cerch' io d' annoverar le stelle, o del lito tirren le salse arene, volendo dir del fior de l' altre belle ciò ch' a sua gran bellezza si conviene,

se quante furon mai lingue e favelle di maggior grido, e di più salda spene, non saprian dir la millesima parte de le vaghezze in lei da Dio cosparte?

Formata ch' ebbe l' opera gentile, fra tante anime a lui care e dilette che vivean sempre in quel fiorito Aprile, una ne scelse de le più perfette;

e lei, che tutta pura era et umile, lavata prima sette volte e sette d' ardente carità nel fiume eterno, de la fattura sua pose al governo.

Poi che nel caro albergo ella s' ascose, ch' avea le stanze trasparenti e terse, con l' auree chiavi sue destre e 'ngegnose la ricca porta e le finestre aperse;

e le serene luci et amorose al suo santo fattor volte e converse, mirando fiso ne l' etterna mente si fece più che pria chiara e lucente.

E 'ngenocchiata nanzi al sommo Padre, ch' avea vaghezza di sì bella figlia, gli rendeo grazie in sì saggie e leggiadre note, ch' empiér ciascun di maraviglia;

indi rivolta a le superne squadre, d' un onesto rossor fatta vermiglia, cominciò a rimirar coi lumi intenti le lunghe schiere de le liete genti.

Qual virginella semplicetta e pura, che sin allor entro un albergo ascosa abbia tenuto la paterna cura, poscia che fatta l' han novella sposa

o sue proprie bellezze o sua ventura, sen va per la città vaga e bramosa gli occhi volgendo ove 'l desio la mena, e di stupore e di diletto piena;

così la Donzelletta umile e queta volgendo i lumi desiosi intorno risguardava talor quel bel pianeta che ne riporta in grembo il novo giorno,

talor la Luna, ch' or turbata or lieta fa ne l' ultimo Cielo il suo soggiorno, et ore le fixe stelle, et or l' erranti, e gli anni, e i mesi, e i dì presti e volanti.

Gli angeli eletti e l' altre anime sante, piene di maraviglia e di stupore, come la cara amica acceso amante, miravan sua beltate arse d' amore;

e dove ella volgea le belle piante, ch' orme imprimevan di perpetuo onore, lodandola seguiano il suo camino per lo lucido cerchio cristallino.

La vaga Fama, che con chiara tromba giva volando in questa parte e 'n quella con occhi d' Argo e penne di colomba, portò per tutti i cerchi la novella,

di cui il grido ancor suona e rimbomba ne l' ampio e ricco albergo d' ogni stella, ché visto non avean l' alme beate alma sì pura, o sì rara beltate.

A sì chiaro romore, a sì bel grido, a così dolce e strana maraviglia, ogni vertù celeste il caro nido lasciò per veder lei, con liete ciglia:

il fanciulletto Iddio signor di Gnido spiegando l' ala candida e vermiglia salio lassù co' pargoletti amori, lasciando gli archi e le faretre ai fiori.

Non miracol sì novo e inusitato di duo soli veder parve a le genti allor che Claudio col bel freno aurato reggeva Roma, e co' pensier prudenti,

come a l' alme del regno fortunato di mirar la vaghezza e gli ornamenti di due bellezze, ch' Iddio date avea a questa pargoletta e santa Dea.

Come tenero padre, che scolpita vede di sé l' effigie in altrui viso, pieno di dolce gioia e d' infinita mai sempre sta negli occhi cari affiso,

così in questa angioletta a lui gradita si specchiava il Signor del Paradiso, e gli adornava or questa or quella parte, qual madre figlia che da sé diparte.

Indi disposto di mandarla in terra, e seco l' aurea etate e i dì felici, e quel ben che lassù rinchiude e serra ne le fiorite sue vaghe pendici,

acciò che 'l mondo dopo tanta guerra avesse pace, e tutti i Cieli amici, basciolla in bocca, e le mandò nel core eterno foco del suo santo amore.

Dicendo col parlar suo saggio e piano, ne l' aspetto qual suol grave et umile: Figliola, del mio amore e di mia mano bella fattura, e pegno alto e gentile,

acciò che l' infelice stato umano, or più che giamai fosse oscuro e vile, torni com' era pria chiaro e pregiato, e sia 'l viver là giù lieto e beato;

Acciò che l' alme, che quindi mandai a vestir di mortal caduco velo, volgano al suo fattor le luci omai piene di santo e di celeste zelo,

ricca più d' altra al mondo te n' andrai del vero ben, de le virtù del Cielo; e con l' ardor che nel tuo petto invio le genti accenderai de l' amor mio.

In questa i bei di Dio corrieri alati, cui la sua voluntà non era ascosa, del lume de le stelle coronati, non pur di calta e di purpurea rosa,

da le virtù celesti accompagnati, schiera certo beata e gloriosa, venner per gir con la felice Donna, del mondo e del suo onor salda colonna.

Poi che basciata mille volte e mille l' ebbe il gran Padre pien di dolce affetto, al lieto suon de l' angeliche squille, che di dolcezza empieano il sacro tetto,

versando ella dagli occhi alcune stille del caldo umor ch' amor tragge dal petto, spiegò qua giù le sue purpuree piume cinta dai raggi del divino lume.

Candida nube non la chiuse intorno, ma un nuviletto di diversi fiori, di rose nate a l' apparir del giorno, spruzzate d' acque di celesti odori;

lasciar gli angeli eletti il lor soggiorno allegri in vista, e con leggiadri errori volavan dietro a l' anima gentile, cantando in dolce e dilettoso stile:

Or potrà 'l Mondo andar ricco et altero senz' invidiar giamai l' altrui contento, poi che quel sommo Re del santo impero, che fe' liquido il mar, veloce il vento,

manda la Donna, nobil magistero de le sue dotte mani, e con lei cento virtù che 'l Ciel rendean vago e felice, per ornar de la Terra ogni pendice.

Omai l' età de l' or, che s' era alzata ne le case del Tempo, a star fra noi con lei ritorna, e la bellezza usata rende a la Terra, e gli ornamenti suoi,

tal che giamai sì ricca e sì beata non la vid' uom, né mai la vedrà poi, perché rieda più volte il caldo e 'l gelo, poi che costei sarà tornata in Cielo.

I puri fiumi omai con l' urna d' oro verseran l' onde lor tranquille e quete, e porteranno al mare il lor tesoro col corno pieno, e con le faccie liete;

alzerà 'l crine il trionfante alloro, il mirto, il pino, il populo, e l' abete, onde la selva di foglia novella vestendosi, verrà frondosa e bella.

La pace umile con l' oliva in mano mostrerà fuor le sue bellezze conte, tal ch' ogni piaggia, ogni colle, ogni piano vedrà sua mansueta e vaga fronte,

al cui solo apparir giràn lontano le guerre, gli odi, gli disdegni, e l' onte, et ei ne diverrà lieto e tranquillo sotto la scorta del suo bel vexillo.

Nobil desio ne le villane menti de' mortali entrerà d' eterno onore, fiamma gentil de le virtuti ardenti scalderà 'l freddo lor gelato core;

e dove erano prima oziosi e lenti a seguitar il ben, presti a l' errore, si faran pronti a quello, a questo tardi, come buoi zoppi, o come veltri o pardi.

Così cantando con le penne tese percotean l' aere lucido e sereno i vaghi abitator del bel paese ove vero gioir mai non vien meno,

con lei, che scorta a gloriose imprese portò di grazie così colmo il seno, che perch' ognor ne doni a questa e a quella, ne rimarrà più d' altra adorna e bella.

Giunta a la porta de l' estrema sfera, ov' alberga quel Re sacro e celeste, de l' alme eterne la felice schiera con le fronti restò pallide e meste:

ella al voler di Dio presta e leggiera, con parlar dolce, con maniere oneste accomiatata da la santa gente, salio per l' uscio ricco d' oriente.

De l' apollineo albergo avean già l' Ore aperta l' aurea porta, e come suole, adorno di celeste aureo splendore, s' apparecchiava per uscir il Sole;

già si fuggiva il mattutino albore, e togliea l' ombra a l' erbe e a le viole, quando cacciate le notturne larve, la pargoletta al suo bel regno apparve.

A la cui chiara luce alzò le ciglia quel che guardò d' Admeto i bianchi armenti, e tutto pien di strana maraviglia stava coi lumi e coi pensier intenti

in questa del Signor sembianza e figlia, che con la fronte, e con gli occhi lucenti, le tenebre sgombrando d' ogni intorno a' mortali portava un più bel giorno.

E di tanta bellezza inamorato, via più che de la figlia di Peneo per cui sì lungamente ha sospirato, per calle u' mai 'l suo piede orma non feo,

andò col ricco et aureo carro a lato a questa, degna del canto d' Orfeo, e de la musa che cantò d' Achille con sì famose e sì sonore squille.

Passato il cerchio del gentil messaggio di Giove, e l' altro della fredda Luna, cominciaro i mortali a sì bel raggio alzar la vista tenebrosa e bruna,

maravigliosi che dal suo viaggio torcesse quel ch' ogn' altra luce imbruna; così fiso mirando a poco a poco scorsero un altro sole, un altro foco.

Non così di stupore erge la fronte incauto villanel che non ha mai visto posar sul bel nostro orizzonte l' arco celeste con suoi pinti rai,

sì come al sol de le bellezze conte, ch' ogni rara beltà vincon d' assai, a così strana e nobil maraviglia, alzar le genti allegre ambe le ciglia.

Lasciato a tergo avea 'l prescritto segno per lungo spazio il bel Signor di Delo, a cui già pien d' amor e di disdegno gli occhi coperse un nubiloso velo,

poi che chiamarsi al suo paterno regno s' udì più volte dal gran Re del Cielo, né senza pianto indietro si rivolse, cotanto di partir da lei si dolse.

Già s' udiva qua giù l' alta armonia de l' angeliche voci, e 'l dolce canto che dal vermiglio nuviletto uscia, a cui le chiuse orecchie aperse alquanto

il mondo allegro, ch' era sordo pria; e rasciugato il doloroso pianto, che facea 'n terra un tepido ruscello, disse fra sé: Forse sarò ancor bello.

Come nebbia talor folta et oscura fugge dal fiato di spirante vento, così pieno di gelo e di paura se ne fuggì dal mondo ogni tormento;

ogni adverso destino, ogni sventura disparve al dolce lume in un momento di questa di virtù sola fenice, e 'l mondo cominciò farsi felice.

Santa beltà, che come in propria siede ne la fronte, ov' Amor si specchia e mira, alberghi, e quindi mai non movi il piede, tanto valor a la mia lingua inspira,

che 'l tuo solo favor invoca e chiede, ch' al roco suon di questa bassa lira possa cantar a chi non gli ha veduti i rari effetti de le tue vertuti.

Sempre santa onestà nel grembo adorno d' onorati pensier s' asside e posa, non tocca più ch' a l' apparir del giorno in rinchiuso giardin candida rosa,

e vigilante si rivolge intorno, de la bellezza sua fatta gelosa, gridando ad alta voce: Stian lontani desir lascivi, o pensier folli e vani.

Né perch' Amor volgar, di sua beltate bramoso, intorno al freddo cor s' aggiri, per accender il foco di pietate col vento de le penne e de' sospiri,

può il duro ghiaccio mai di castitate con la fiamma scaldar de' suoi desiri, onde dice talor colmo di guai: sto sempre seco, e non l' enfiammo mai!

Anzi d' ogni desio mondano e vile spogliandol, piena di sincero affetto, di più gradito ardor, di più gentile ella mal grado suo gli scalda il petto,

accendendo con l' esca e col focile che le diè in Cielo il suo Padre diletto in lui quel foco, e quella chiara fiamma che del l' amor di Dio gli Angeli infiamma.

Se gira i piedi in questa parte o in quella, qualor grave e pensosa il passo move, non tanta grazia da benigna stella, quanta da l' orme lor deriva e piove:

da le sue piante par ch' erba novella esca, e forme di fior leggiadre e nove, onde dice ciascun per maraviglia: Quest' è di Primavera o sora o figlia.

Ed ella umile e d' altre glorie vaga, come chi picciol ben non prezza o cura, a quel paterno Sole in cui s' appaga ogni desire, ogni sua nobil cura,

rivolta col pensier, contenta e paga si specchia ne' begli occhi di Natura, e cotanto splendor prende da quella, che rende sua beltà sempre più bella.

Chiunque costei mira intento e fiso diventa pregno de l' eterna luce, tanta nel dolce suo sereno viso la bella Donna ognor seco n' adduce;

né di veder aperto il Paradiso, con quel chiaro splendor ch' ivi riluce, s' allegran sì gli spiriti beati, come noi gli occhi suoi di foco armati.

Da' quali una virtù sì calda piove che subito dal volgo n' allontana, con forme di valor sì rare e nove che puon gentil tornar d' alma villana;

come ogni rivo si diparte, e move il picciol corno da fresca fontana, così dagli occhi di costei descende ciò ch' al mondo s' onora, e ciò che splende.

Quindi nasce ch' ognun che in lor s' affisa, e prova la virtù del raggio ardente, con l' alma d' alto amor presa e conquisa, arde nel foco suo sì dolcemente,

che ben che libertà gli sia precisa, di servitù sì dolce il giogo sente, che non vorria, per sempre andarne sciolto, perder sol una vista del bel volto.

Né maraviglia che col chiaro foco ch' esce per gli occhi dal bel petto fuori, com' oro che s' affina a poco a poco, l' alma gli purga di mondani errori,

onde la mente si solleva un poco, uscita già di tenebre e d' orrori, e comincia a mirar senz' alcun velo che gli appanni il veder da lungi il Cielo.

Indi sapendo che sì come legno abbandonato dal nocchiero accorto, spinto dal fero e procelloso sdegno, errando va per camin lungo e torto,

ai venti, a l' onde, a la tempesta a sdegno, senza speranza di trovar il porto è l' alma che ragion non regge e guida, ai lor novi desii la dà per guida.

Poscia ch' al senso, a l' appetito il freno ha posto di ragion l' alta guerriera, apre a' pensieri loro il santo seno senza mostrarsi disdegnosa o fera;

a cui, condotti nel più bel sereno de l' interna beltà perfetta e vera, che non turba né tempo né Fortuna, scopre le sue bellezze ad una ad una.

Or del mio casto amor lieti godete, or cibate il famelico desio, dice ridendo, or spengete la sete col dolce umor del puro fonte mio;

vostr' è questa beltà che qui vedete, né la vi torrà morte o destin rio, anzi ad ognor più fresca e più fiorita di lei godrete ne l' eterna vita.

Né contenta di ciò, perché mercede non abbian de' lor meriti minore, con la scala che 'l Ciel largo le diede, ond' a lui s' alza e poggia a tutte l' ore,

per via ch' occhio mortal non scorge o vede pregando lui che del suo ardor verace gli accenda il cor con la sua santa face. Temo, o Donna gentil, ch' abbiate a sdegno

che canti più di voi sì roca lira, poscia ch' alti concetti al basso ingegno il vostro gran valor più non m' inspira; ma che poss' io? a sì sublime segno

l' umile mio saver non m' alza e tira: dirassi almen che questo oscuro inchiostro feì chiaro quanto seppe il nome vostro. Forse averrà che queste carte ancora,

lucide con l' ardor de' vostri raggi, e d' invidia e di duol pianger talora faran gli ingegni pellegrini e saggi, i quai diran: Perché non venn' io allora,

che 'l mondo non sentia cotanti oltraggi de la Fortuna, et era il viver bello, or fatto di martir folto drapello? E cercheranno in questa parte e 'n quella,

con lungo studio e con ardente cura, per trovar opra od antiqua o novella di maestro martello o di pittura dove la vostra Idea perfetta e bella

mostri l' alto saver de la Natura, e diran sospirando: O santa Diva, beati gli occhi che ti vider viva! Che se l' imagin sol di tua beltate

rende bella del mondo ogni pendice, potria la vita far l' alme beate, e la vita mortal sempre felice: o fortunati lor, che in quella etate

vennero al mondo, e quest' alta Fenice vider con l' ali e con le piume d' oro scender dal Ciel per abitar con loro! Ben dovrebbono alzar archi et altari

gli uomini al vostro onor, e statue e tempi, d' opra tal che degli anni invidi avari, o di tempo furor non rompa o scempi, perché tanto saran celebri e chiari,

quanto, dai colpi disdegnosi et empi di morte difendendo il vostro onore, s' udrà del grido suo l' alto romore. Voi cui benigno Apollo il puro fonte

apre, qualora l' onorata sete spenger volete, che 'l famoso monte tutto cercato con le Muse avete, se bramate con glorie altere e conte

uscir del fondo de l' eterno lete, consacrate a costei le vostre penne, che per far ricco il Mondo in terra venne. Acciò poscia ch' avrà mill' anni e mille

sepolti il tempo, de la costei gloria ardin nel mondo ancor l' alte faville nel dotto sen d' ogni purgata istoria; e sì come di Cesare e d' Achille

si serba ognor fra noi chiara memoria, viva di Iulia il glorioso nome mentre spiegherà il Sol l' aurate chiome.

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