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1493–1569

58

Bernardo Tasso

Qual novo modo ritrovar poss' io di lamentarmi? o quai miseri accenti che dimostrino il fero stato mio? Deh qual pietà troverò tra le genti

di valor piene, che non sia minore de la cagione de' miei gravi tormenti? Lascia omai, lingua, il ragionar d' amore, che 'l duro caso a me forma nel petto

affetti e voci piene di dolore: ma non sarà possente l' intelletto di spinger suon così dolente fuora, ch' aguagli il duol che tiene il cor ristretto.

Piagni, misero Mondo, che l' Aurora, anzi quel Sol che ti mostrava il giorno, sdegna di far ne' tuoi campi dimora: a più felice, et a più bel soggiorno

sì è alzato a volo, e di celesti onori ha le sue tempie, e 'l degno crine adorno; indi contempla i tenebrosi orrori, le tue false lusinghe, et indi vede

la lunga schiera de' tuoi gravi errori; mentre premea col glorioso piede i tuoi terreni alberghi, un chiaro lume, non che favilla di splendor ti diede;

or spent' è 'n tutto ogni real costume, ch' ei portò seco ciò che di gentile, ciò che di bel ti diè benigno Nume. Voi ch' ascoltate il mio doglioso stile,

Aure ch' intorno gite, e vaghi augelli, portate il mesto suon da l' Indo a Tile; tenere erbette, e voi schietti arbuscelli, spogliatevi di fronde, e date segno

non esser a pietà vera rubelli; quel caro, ricco, e prezioso pegno ch' al Mondo prestò 'l Cielo, or ha ritolto, perché di lui lo conosceva indegno:

bagnati Senna, e tu Garona, il volto di lagrime, che fuor mandi la doglia, né sia da fronde il vostro crine accolto. E tu, Ligeri chiaro, or ti dispoglia

di panni allegri, e togli a le tue sponde de' bei smeraldi la pregiata spoglia. Turba le tue lucenti e rapid' onde, che la parte megliore è gita al Cielo,

e solo il terren peso in te s' asconde; le meste Ninfe con oscuro velo faccian nel fondo tuo tale armonia, che i cor riempian di pietoso zelo.

Quanto ad ora hai di bene è che tu sia sepolcro degno di cener sì chiaro, com' abbia il Mondo, od aggia avuto pria: di grazia il Cielo non t' è stato avaro,

poscia che l' ossa sì pregiate chiudi che nel suo tempo l' età nostra ornaro: verghin le penne con lodati studi carte onorate, e Florimonte viva

tra chiari inchiostri, e tra l' opre d' incudi. Ma tu, spirto gentil, che giunto a riva ti godi il sommo bene, e 'n alto assiso odi quanto di te si parli o scriva,

pregni di quel piacer che 'l Paradiso può dar a l' alme, talor volgi a noi quegli occhi santi, e quel beato viso: che vedrai dagli esperii ai liti eoi

ogn' alma mesta desiar sovente qualche novella udir de' gesti tuoi; goditi il Ciel, chiaro spirto lucente, e se de' nostri error ti calse o cale,

prega per noi l' alta e divina mente che di salir là su ne presti l' ale.

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