O ne l' aspra tempesta de' miei pensier, che quando parte il giorno, quando a noi fa ritorno, or in quella or in questa
spiaggia l' anima mia spinge e molesta, Laureo, nocchiero accorto, che col prudente tuo saggio consiglio nel mio maggior periglio
hai questo legno scorto da l' onde tempestose in queto porto; or che di destin reo più che mai fiera orribile procella
scuote la navicella, che già le merci deo a questo irato e periglioso Egeo, pon al timon la mano,
ché già del fragil pin l' ondoso flutto preso ha l' imperio tutto, e fia 'l tuo aiuto vano poi che preda sarà del mare insano.
Fortuna, oimè, non sazia né stanca mai de' miei continui mali, con suoi pungenti strali l' alma trafigge e strazia,
né da lei mercé impetro unqua né grazia, tal che bench' ella vaga sia de le pene mie, del mio martire, se ben del mio languire
e non d' altro s' appaga, non truova in me più luogo a nuova piaga; io pur il forte scudo de la prudenzia umana opro per schermo,
ma non sta saldo e fermo a colpo così crudo l' animo, sì che spesso io tremo e sudo. Tu di questa orrid' onda
non senti (o te felice) ira né orgoglio, né temi in qualche scoglio che percosso s' asconda il pin del gorgo suo ne l' alga immonda,
ma col dotto e gentile Casa, d' alta virtù lucido albergo, ogni cura da tergo posta mortale e vile,
del fuoco de le noie esca e focile, or col gran Stagirita or col divo Platon dispensi l' ore, con la cui scorta onore
si merca, e per spedita strada si poggia a quella eterna vita. O tre volte beato, che in così bel diporto i giorni chiudi
in alti, illustri studi con spirto sì lodato, quant' io t' invidio sì felice stato!
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