A che più trarre in questo afflitto core acuti strali di miseria umana, temprati nel licore che non uccide l' uom né lo risana
de la doglia infinita, ma penosa ad ognor rende la vita, Fortuna? Frena il tuo ostinato orgoglio, ch' a guisa d' un' orribile tempesta
intorno a duro scoglio, ad ognora m' impiaga e mi molesta quest' anima affannata con la spada del duolo empia e spietata.
Benché sia irato, il mar talor s' acqueta e rende l' acqua sua piana e soave, tal che per l' onda lieta va ben spalmata e corredata nave,
e dona talor fido triegua agli scogli, a le sue arene, al lido; ma tu de' beni che con molti e tante e perigli e fatiche, e terre e mari
qual peregrino errante, spinto da venti al mio desir contrari, cercando guadagnai, con la rapace man privato m' hai.
Tu, col piè tardo, con le bianche chiome, e cogli omeri omai piegati e stanchi sotto le gravi some degli anni andati, cogli sproni a' fianchi
del grande amor de' figli, mi condennasti in sempiterni essigli; et or per danno e per più pena mia hai dato (ahi cruda, ahi troppo fiera!) morte,
perché di me non sia più miser uom, a la fidel consorte, anzi ad ogni mia spene, ch' ella in Ciel portò seco ogni mio bene.
S' avventati non hai tutti gli strali del tuo furor in me, tuo stabil segno, per finir i miei mali con un sol colpo e 'l tuo orgoglioso sdegno
opra il funereo telo, e rendi il petto mio freddo e di gelo; perdona a questi poveri innocenti miei cari pegni, et abbian meco fine
de' tuoi rabbiosi venti le gran tempeste, e l' alte mie rovine, sì che passino almeno il giorno più di me chiaro e sereno.
Odi i miei giusti prieghi, o Donna, o Dea, o degli umani onor sola Regina, e non esser sì rea contra colui ch' al tuo valor s' inchina,
e 'nginocchiato in terra ti chiede pace in così lunga guerra.
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