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1493–1569

42

Bernardo Tasso

Dianzi il verno nevoso d' un folto oscuro nembo coperto aveva de la terra il grembo, e l' aere tenebroso

il bel viso del ciel teneva ascoso, dianzi Austro et Aquilone con la ventosa bocca scotevano ogni scoglio et ogni rocca,

e l' armato Orione facea con l' onde salse aspra tenzone; ora il tepido Sole rende l' anno più bello

e 'l campo orna di gemme e 'l monticello, e per l' apriche e sole piaggie sparge le rose e le viole, tal che 'l cielo è sereno,

il dì ridente e lieto, l' aere senz' aura sta tacito e queto, e 'n ogni parte il seno mostra tranquillo il mar, vago il terreno;

ma il gran pianeta a pena darà a' Gemelli il tergo ardente e prenderà col Cancro albergo, che cuocerà l' arena,

et ogni cosa fia di caldo piena, e si vedrà la state, di bionde spiche e d' oro coronata, spiegare il suo tesoro,

e le genti beate far de' suoi frutti e d' altre cose grate; né molto poi nel cielo mostrerà 'l fier sembiante

colui ch' in pietra già converse Atlante, allor che 'l negro velo si pon la notte, il qual col torto telo scotendo gli arbuscelli

d' ogni dolcezza spoglia l' ombrosa selva, che mira con doglia secchi in terra i capelli ch' avea pur dianzi verdeggianti e belli.

Così cangiando stato tutte le cose vanno: sol tu, volubil Dea, per nostro danno con un animo irato,

stabile e ferma fatta oltre l' usato, de l' Italia infelice e col ferro e col foco già cinque lustri o sei struggi ogni loco,

ond' ogni erma pendice, ogni abitata e colta, ogni felice colle et un tempo vago, ogni fiorita valle,

piagate et arse porta ambe le spalle, ogni fiume, ogni lago, quasi di sangue sitibondo e vago, fra l' orride sue sponde

porta vermiglie al mare l' acque ch' esser solean lucenti e chiare, sì che ne le profonde alghe ogni Ninfa timida s' asconde,

e senz' alzar la testa, con dolorosi stridi fugge da' nostri a' peregrini lidi, come da la tempesta

navicella talor spalmata e presta. Non ti sovvien di quanti di gemme ornati e d' ostri t' alzar tempi et altar gl' antichi nostri,

e de' nomi cotanti co' quai l' antichità t' essalti e canti? Volgi destra e seconda la tua or stabil rota,

et altrui fa' la tua potenza nota, poi ch' omai tutta inonda la bella Italia del tuo sdegno l' onda, ch' a guisa d' un accolto

diluvio, di straniere e di barbaro ferro armate schiere sommerge tutto il volto de l' infelice, e già quasi ha sepolto

il gran nome Latino; non ti mostrar sì rea omai contra di noi, potente Dea, e per voler divino

ministra de la sorte e del destino; che ricco alto trofeo in quelle parti e 'n queste del tempio che già in Anzio et in Preneste

la gran Roma ti feo t' inalzeranno, e non solo il Tarpeo e tutti i colli sette soneran del tuo nome,

ma in ogni parte con le sparse chiome le vaghe fanciullette inghirlandate e in longa schiera strette le tue lodi, o Fortuna,

con sì soavi accenti ch' acqueteranno il mar irato e i venti, diranno ad una ad una, danzando al raggio de la chiara luna.

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