A che con tal furore gli strali avventi del tuo fiero orgoglio in questo afflitto core? Già non son duro scoglio
che possa sopportar tanto cordoglio, invido e fiero Fato! Se ben, qual quercia omai nodosa e dura che d' Aquilone irato
fiato punto non cura, non ebbi del tuo sdegno unqua paura; se ben col forte scudo de la ragion armata ho la mia mente,
sì che ferro alcun crudo di tua rabbia non sente, benché gravoso sia, benché pungente, non può la carne frale,
ch' arme non ha se non quelle del senso, a colpo sì mortale, sì profondo et intenso, schermo alcun far del mio dolore immenso:
qual gloriosa palma, destin maligno, ne riporterai? Di percuoter quest' alma non ti bastava assai,
ch' ancora il corpo fral piagato m' hai? Spendi pur del tuo sdegno in me, crudel, tutti gl' acuti strali, fammi pur fermo segno
ove di tutti i mali s' indirizzino i colpi aspri e mortali, ch' io a guisa di cima di palma oriental, che grave pondo
non è sì che l' opprima, inalzerò dal fondo del gorgo del tuo duolo alto e profondo il cor securo e forte.
Ben potrà l' empio e velenoso dardo avventarmi la morte, il quale aquila o pardo sarà sempre a fuggire infermo e tardo,
ma l' animo costante di sua né forza tua si cura poco, anzi, quasi adamante che sprezza il ferro e 'l foco,
si prenderà le tue percosse a gioco. Alto Signor eterno, che lavando il mio error col proprio sangue mi togliesti a l' inferno,
a quel pestifer angue ch' ancor del nostro ben sospira e langue, fa' forza al destin mio, e sgombra questo duol noioso e grave,
che come un tempo rio spinge la fragil nave de la mia vita ove d' immerger pave. Fallo, Signor pietoso,
che la tavola pinta a te votiva appenderò gioioso sovra la verde riva, e sotto vo' che di mia man si scriva
come da la tempesta del mio dolore, ove m' aveva scorto fortuna empia e molesta, per camin piano e corto
m' hai salvo addutto al desiato porto.
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