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1493–1569

39

Bernardo Tasso

O giovanette accorte, ch' ovunque gl' occhi vaghi rivolgete fate le cose liete, e date vita e morte

in vece del destino e de la sorte, a voi dico, ch' a sdegno avendo di seguir la casta Diva, come chi volge a riva

più sicura il suo legno, poneste il piè ne l' arenoso regno, e de l' alma d' Amore madre fatte divote e fide ancelle,

a le chiare fiammelle del suo vivace ardore apriste il molle e dilicato core, poi che cotanto grate

le vostre voci sono a questa Dea, meco di Citerea altamente cantate la virtute infinita e la beltate;

voi, augelletti, intanto, che saltando ad ognor di ramo in ramo gridate “Io amo, io amo”, silenzio al nostro pianto

dolce ponete almen mentre ch' io canto. O Dea, che col fecondo tuo raggio rassereni il ciel turbato, acqueti il mare irato

e fai lieto e giocondo co' tuoi begli occhi in ogni parte il mondo, il cui benigno aspetto toglie l' arme di man, l' orgoglio acqueta

d' ogni fiero pianete, che con dolce diletto produce poscia in noi felice effetto, la cui lucente stella

al tramontar del sol mostra il suo lume con eterno costume, indi candida e bella dal lucido oriente il giorno appella,

senza la cui virtute fora la stagion lieta orrido verno, la terra oscuro inferno, la pace e la salute

ad ognora per noi sarian perdute, gli arbori senza fronde forano, il monte senza gemme et oro, il mar senza tesoro,

aride avria le sponde il fiumicello e senza pesci l' onde, mentre Donna e Regina del terzo Ciel, che 'l tuo valor corregge

con amorosa legge, ti spazii, i lumi inchina al paese che l' Alpe e la marina cinge intorno et abbraccia,

a questo già felice almo paese che del suo imperio estese le valorose braccia dove arde il Cane e dove l' Orsa agghiaccia:

che vedrai l' ampie strade tinte del nostro e peregrino sangue, sì ch' ogni erbetta langue, e tronca da le spade

ogni gioia d' Italia in terra cade; vedrai l' Adda e 'l Tesino, che trasparente e più d' un' ambra puro altero iva e sicuro,

or gir col capo chino e con l' onde turbate al suo camino; vedrai la Secchia e 'l Taro timidi ancor dal gorgo alzar la testa,

per mirar la tempesta che senza alcun riparo l' Arno, l' Arbia e 'l Mugnon sforza di paro; e d' alte vele pieno,

che dipredando van di piaggia in piaggia quasi veltro in selvaggia parte le fiere, il seno del gran mar di Liguria e del Tirreno,

tal che teme Sebeto e Partenope bella il suo periglio, e con turbato ciglio nel luogo più secreto

l' abito pongon giù purpureo e lieto; vedrai che 'n ogni parte de l' infelice Italia, in ogni loco, e col ferro e col foco

va il furibondo Marte, sì che di tronche membra e fiamme sparte ogni riva, ogni colle, ogni selva, ogni valle, ogni campagna,

carca et arsa si lagna, e col volto ognor molle le voci del suo duolo al Cielo estolle. Tu, Dea, del lor cordoglio

fatta pietosa, omai porgi la mano, et al tuo amante insano togli l' ira e l' orgoglio, ché benché crudo e più duro che scoglio

egli abbia il cor, tu il puoi sola pietoso far, tu sola umile; apri, Dea, la gentile bocc' ove i piacer suoi

tutti ripone, e co' be' detti tuoi a te il richiama, e dona pace a l' Italia misera, infelice, che sua liberatrice

ogni gentil persona ti chiamerà ad ognor, e una corona ti sacrerà di rose bianche e vermiglie ogn' anno e di viole,

colte al sorger del sole da le mani amorose di giovanette belle, e con festose voci ti loderanno

per la più bella Dea che 'l Cielo onori, e tutti gl' altri onori il primo die de l' anno a l' imagine tua grati faranno.

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