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1493–1569

35

Bernardo Tasso

Saggio e dotto cultore di quel famoso et onorato monte la cui purpurea fronte ombran le frondi onore

d' ogni Poeta e d' ogni Imperadore, onde da la sua pura fonte Ippocrene sotto l' ombre spande l' acque in copia sì grande

che con perpetua cura bagnano i suoi be' poggi e la pianura, con cui più d' una volta le Muse, essendo pargolo fanciullo,

s' han pigliato trastullo, qualor per quella folta selvetta che d' Apollo il canto ascolta ti vedevan vagando

gir con errori dilettosi e grati del suo più bello i prati di Poesia spogliando, e questo e quell' amor spesso lodando;

poi che col Ciel secondo solchi il gran gorgo de la vita umana senza temer ch' insana onda nel cupo fondo

t' immerga un die di questo mar profondo, canta col colto stile, che farebbe empia tigre, orsa rabbiosa mansueta e pietosa,

il nome alto e gentile già noto dal mar d' India a quel di Tile, e la virtù di quello su la cui sacra e giovanetta chioma

il gran Pastor di Roma pos' un ricco cappello di purpureo colore adorno e bello; canta del grand' Enrico

le gloriose lodi ad una ad una, sì ch' ovunque la luna mira col lume amico l' ima palustre valle e 'l colle aprico,

mentre Zefiro e Clori col grembo pien di rose e di viole dispiegheranno al sole di varii e vaghi fiori

i preziosi lor cari tesori, lodi ogni monte e piano il suo valore, e sin ne' più selvaggi ispidi pini e faggi

scriva purgata mano i suoi pregi e 'l suo onor chiaro e sovrano. Io, mentre aura soave a' miei giusti desii destra e fedele

spirava ne le vele de la picciola nave di tutti i miei piacer ripiena e grave, quasi canoro cigno

lungo le vaghe sponde di Meandro, e d' Ero e di Leandro piansi 'l fato maligno, et ebbi il Ciel sì grato e sì benigno

che 'l sordo mare e i venti rabbiosi poser giù l' orgoglio e l' ira al suon de la mia lira, e ster cheti et intenti

a le mie voci i liquidi elementi; de' pastori cantai con la zampogna umil le dolci cure, la speme e le paure,

i lor diletti e guai, e del ginebro mio le lodi alzai a peregrino volo, tal che le genti che fra il mare e l' Alpe

e fra Pirene e Calpe stan non l' udiron solo, ma la Zona cocente e 'l freddo Polo. Or, qual nocchero audace

che per salve condur le merci in porto ha da l' occaso a l' orto del die con la fallace atr' onda de l' Egeo fiero e predace

fatto pugna mortale, che poi crescer vedendo il flutto e 'l fiato d' Austro e di Borea irato, se 'l suo saper non vale

a salvar col suo peso il legno frale, dona le merci al mare per guardar con la vita almeno il pino dal gran furor marino,

e le cose più care vede nel sen de l' acque alte natare, tal io, da impetuoso vento sospinto di maligna stella,

per l' orrida procella de l' irato et ondoso flutto del mondo, ove non è riposo, poi che non può il governo

de la ragion salvar la nave mia da la fortuna ria, dal procelloso verno, sì ch' ogni suo saper non prenda a scherno,

ho gettato, e mi doglio, tutti i diletti onde gravosa e carca era questa mia barca nel mar del mio cordoglio,

per non la rompre in qualche duro scoglio, e (di che più mi sdegno) veggio la lira mia vagar per l' onde perigliose et immonde,

timido ancor che 'l legno non sia pur preda d' un naufragio indegno; il che se 'l Ciel consente, Gelasio, come pur pavento e temo,

canta sul lido estremo de la sals' onda algente l' essequie mie con voce alta e dolente, affin che dal tuo grido,

come dal pianto d' un novello Orfeo, inteso al caso reo, ogni remoto lido biasimi il mio destino empio et infido.

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