Crescete, o vaghi fiori, e queste verdi sponde pingete di natii vari colori, bagnati da quest' onde
che versan gli occhi miei calde e profonde. Crescete, e del mio duolo poi fate al mondo fede, che mi vedeste lagrimoso e solo
volger qui 'l lasso piede, chiedendo del mio mal qualche mercede. Voi, arbuscelli schietti, ne le cui fronde ascosi
cantano lieti i garruli augeletti, se i vostri rami ombrosi sian sempre verdi, freschi e dilettosi, viva mai sempre vosco
co' torti rami a paro colei ch' io piango ognor, tal ch' ogni bosco con suon soave e chiaro canti d' Antiniana il nome raro.
E ne la vostra scorza cresca con l' amor mio, dove lo scrivo, sì ch' oltraggio o forza del tempo irato e rio
contrasti indarno al vostro bel desio. Deh, perché questo fiume, che 'l mio angoscioso pianto accoglie in grembo per lungo costume,
non è quello ch' io canto e prezzo più che 'l Tebro, il Nilo, o 'l Xanto? Perché non è Sebeto, che col suo picciol corno
le sue ricchezze al mar tranquillo e lieto porta, mai sempre adorno di verdi rive e dilettose intorno? Ch' io vedrei da' begli occhi
come da duo levanti uscir il Sol, onde ognor vien che scocchi Amor ne' lassi amanti il dardo che lor rende arsi e tremanti.
O fiume, o rive, o collu, voi del mio caro bene godete ognor, et io cogli occhi molli de le mie gravi pene
parlo co' fior, con l' erbe, e con l' arene. Con voi vaga da terza sin a sera ragiona, con voi sovente si trastulla e scherza,
in voi si paragona a la lucente figlia di Latona. O fiume, o colli, o rive, quanta invidia vi porto!
O verdi lauri, o pallidette olive, del mio dolce diporto voi vi godete, et io sospiro a torto! O troppo fortunati,
vaghi fiori e fresche erbe, ove i vestigi sacri et onorati stampan le piante acerbe, che vi fan d' ogni tempo alte e superbe!
O beato tre volte, dove tra i fior novelli giace talor con l' irte treccie sciolte, e co' biondi capelli
rende i raggi del sol men chiari e belli! Voi l' alta mia allegrezza avete, io piango ognora lungi da la celeste alma bellezza,
che come vaga Aurora de la sua luce il ciel pinge e colora. Titon, tu sempre teco hai la tua donna bella,
et io perché la mia non sempre meco? O mia nemica stella, qual duro fato a lagrimar m' apella? Mira tu, bianca Luna,
la mia dogliosa sorte, e per pietate la tua luce imbruna, ch' altro giamai che morte non fia, privo di lei, che mi conforte.
E perché sempre viva qui 'l mio grave dolore, vo' che in un tronco di mia man si scriva: Dafni qui in tristo umore
stillò lontan da la sua Donna il core.
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