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1493–1569

32

Bernardo Tasso

Perch' al vostro valor sempre nemica sia quella fera disdegnosa et empia che parte fra i men degni ogni suo bene, e contra il vostro onor spenda et adempia

tutti i pensieri et ogni sua fatica, non perdete però, Signor, la spene; ch' a le bramate arene de l' immortalità securo andrete

col vento di virtute, e 'n queto porto, col canape che attorto avrà lo studio vostro, legarete la nave stanca di solcar per l' onde

del mar di questa Donna alte e profonde. Spenda a diletto suo l' orgoglio e l' ire a' vostri danni la spietata e fiera, et interrompa i vostri alti disegni;

scocchi pur cruda da mattino a sera contra di voi, perché non viva e spire il vostro nome, l' arco de' suoi sdegni; che se ricchezze e regni,

e l' aura popolar, che toglie e dona, non vi darà, per arrichirne altrui, senza mirar pur cui, non vi torrà di gloria la corona,

né 'l tesoro del cor, tanto più bello quant' è di nero corbo un bianco augello. I fuggitivi onor ch' ella comparte senza giudicio alcun, senza misura,

non van di pari, o le ricchezze umane, con quelle che donò l' alma Natura, o chi i beni del ciel dispensa e parte, a l' alme da viltà serve e lontane:

quelle fragili e vane, e quelli più che cervo a fuggir presti; queste vere et eterne, e saldi e fermi, che con accorti schermi

vincono ogni furor che lor molesti, e come ben fondato e duro scoglio sprezzano ogni sua forza, ogni suo orgoglio. Voi de' beni de l' animo n' andate

cotanto altier che le memorie antiche adeguate di gloria e di splendore; né ebbe al nascer suo le stelle amiche tanto uom alcuno in questa o in altra etate,

ch' avesse più di voi senno e valore, onde mai non si more, anzi diviensi eterno et immortale: quest' è sol vero ben, ché la ricchezza,

cui tanto il mondo apprezza, è serva di virtù sì poco vale; e l' onor che costei larga concede dietro a la rota sua ci volge il piede.

Qual è dal nostro ciel tanto diviso lito, ov' udita la sonora tromba non sia del nome vostro alto e gentile? La Verità con penne di colomba,

nuda, sì come uscìo del Paradiso, cantato l' ha con dilettoso stile, tal che non solo Tile udito l' have, e chie beve del Gange

l' acque lucenti e pure, e de l' Idaspe, ma chi ne l' onde caspe, o dove il mar vermiglio s' alza e frange si lava; e de la vostra ardente gloria

si spiega in ogni parte eterna istoria. Quante volte v' ha visto il bel Sebeto e Partenope sua dai verdi colli aprir con l' armi le nemiche schiere!

E per pietà talor cogli occhi molli turbarono il seren del volto lieto, e copriron di duol l' alto piacere, temendo di vedere

del vostro sangue il lor terren vermiglio, allora che la porpora del volto di piume ordine folto non vi copriva, e con turbato ciglio,

dandovi lodi di famoso e chiaro, il vostro ardir sovente sospiraro. Quante volte il toscan fiume famoso v' ha visto ne le verdi e fresche rive

tinger di sangue i suoi candidi fiori! Quante fiate le sdegnose e schive Ninfe ch' albergan nel suo letto erboso vidervi armato andar fra i vincitori,

e con maggior favori sovra chi più mertò corone e palme darvi dal mondo degne lodi udiro; onde più d' un sospiro

traendo da l' ardenti e nobil alme, bramar vostra beltà dogliose indarno, e di pianto bagnar le rive d' Arno. Ben sa l' antica Birse et onorata,

e le dive ch' asconde il suo gran mare, che di valor non sete altrui secondo, ché 'l duro ferro vi vide bagnare del sangue de la gente a lei sì grata,

onde 'l mar si commosse insino al fondo, e 'l lor viso giocondo turbaron di Nettun le figlie snelle, e si squarciaro i biondi, irti capelli,

i lor fati rubelli chiamando, crudo il ciel, fere le stelle, che sì larghe vi furo e sì cortese per porre il giogo al loro almo paese.

Né del vostro consiglio e de la mano sol per prova Cartagine si duole, e l' africano mare ampio e turbato, ma 'l liguro, ch' umile onora e cole

il franco Re, vi teme ancor lontano, u' v' ha più d' un trofeo la Fama alzato; tal che pensiero irato di Fortuna contraria ai desir vostri,

né perverso giudicio de le genti farà che meno ardenti sian le faville che i ben colti inchiostri v' hanno acceso di gloria in ogni loco,

col lor vivace e sempiterno foco. Tornate pur, Signor, al ricco albergo, a la patria onorata, ove v' attende la real compagnia che vi diè il Cielo;

che 'l vostro onor già da se stesso splende, come 'l lume del sole allor che 'l tergo scalda al monton di Frixo, e l' aureo pelo; né temiate che velo

di morte acerba, o pur di tempo rio, la sua rara beltà ricopra mai: che co' suoi vaghi rai, con quel chiaro splendor che gli diè Iddio,

disgombrerà da l' aere fosco e oscuro la nebbia, e lo rendrà sereno e puro. Tornate pur, Signor, dove v' aspetta, e del vostro ritorno il Ciel ringrazia,

col grembo pien di fior Licori adorna, e grata al sommo Re di tanta grazia, sì come pura e semplice angioletta alzata dal pensier con lui soggiorna;

et or lieta gli adorna di mammole viole i sacri altari, or gli arde arabi odori e puri incensi: e co' desiri accensi

del vostro casto amore, i solitari lochi ricerca per parlar con voi, con cui solo comparte i pensier suoi. Già Napoli gentile, e le vicine

Ninfe de' colli suoi vengono a gara coi pieni vasi di purpurea rosa: e qual ghirlanda dilettosa e cara tesse al bel vostro et onorato crine,

a la chioma prudente e gloriosa, quale la valorosa vostra man canta, e 'l saver pronto e saggio: già l' antico Salerno il suo bel monte

da l' una a l' altra fronte v' orna, non già di pin, d' abete, o faggio, ma di carchi arbuscei di pomi d' oro, e v' apre pien di gioia il suo tesoro.

Se di me vedi prima quel cortese Signor ch' amo et inchino, canzon, gli potrai dir umile e queta, che quel ricco pianeta

che segnò il suo benigno alto destino l' ha d' immortalità nel sacro tempio fatto d' onor un sempiterno essempio.

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