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1493–1569

32

Bernardo Tasso

Or che con fosco velo copre il nostro emispero la notte, e fa con l' ombre a noi ritorno, e le stelle nel cielo

per l' usato sentero vanno col carro di Diana intorno, forse pregando il giorno che più lunga dimora

faccia nel mar col Sole, dirò queste parole, o Notte, a te, che per pietà talora de' miei feri martiri

fermando il passo tuo meco sospiri. Non vo' che veggia il die le lagrime ch' io stillo, che tante son quant' ha be' fiori aprile,

né che le voci mie turbin stato tranquillo d' amante alcun col lor doglioso stile; tu, ch' a me sei simile,

scura, com' è 'l mio stato, co' tuoi silenzii ascolta quel che più d' una volta dett' ho piagnendo con la morte a lato,

e nel tuo fosco serba il tristo suon de la mia doglia acerba. Non è fra il bel contesto vostro, stelle, chi segni

più benigna la vita che m' avanza? Tu, che col volto mesto mi miri, che gli sdegni d' Amor provasti in questa fera danza,

quando senza speranza abbandonata e sola ne l' erme incolte arene il giovene d' Atene

chiamavi ingrato e crudo, or ti consola, che 'l mio danno è maggiore, e vincati pietà del mio dolore. Ben mi sovien ch' a canto

l' alte e schiumose sponde del mar piangevi in voce alta e dolente, al cui pietoso pianto gli augei fra verdi fronde

co' mesti accenti rispondean sovente: e talor altamente Eco da' cavi sassi risonava Teseo,

tal che del caso reo, ovunque afflitta rivolgevi i passi, doleasi intorno il lido, sol di fere selvaggie orrido nido.

Talor rivolta al mare le vele negre aperte rimiravi fuggir co' lumi intenti, e veloci solcare

l' acque per strade incerte; ond' angosciosa riprendevi i venti, che del tuo mal contenti portavan di lontano

il tuo caro tesoro: al crine crespo e d' oro facendo oltraggio, e l' una e l' altra mano tenendo insieme stretta,

chiedei di tanto inganno al ciel vendetta. Indi il sonno accusavi con tai parole: Ahi lassa! O fero sonno, o dispietata sorte,

cagion de le mie gravi pene, perch' almen cassa d' alma non m' hai con riposata morte? Quai tue fallaci scorte

entrar negli occhi miei per disusato calle, acciò darmi le spalle potesse quel crudela? Ah, lumi, rei

se d' ogni mio mal sete, perché per sempre non vi rinchiudete? Dormito avessi almeno una perpetua notte

per non veder fuggir chi mi disface! Sempre l' aere sereno entri ne le tue grotte, e del raggio d' Apollo ardente face,

o Sonno; la tua pace turbino ognor gli augelli l' Aurora salutando; non dolce mormorando

bagnin l' albergo tuo vivi ruscelli; ma 'l tuo silenzio sia rotto da suon di pena acerba e ria. Tu dopo breve doglia,

Ariadna felice, avesti il tuo destin grato e cortese, e con l' umana spoglia là (dove a pochi lice)

t' alzasti al ciel fra mille luci accese, ove senza contese godi del bene eterno, cinta di sette stelle,

chiare e leggiadre ancelle; né temi calda state o freddo verno, e sei ne l' aria bruna la più vaga compagna de la Luna.

Misero, a chi parl' io? Fuggendo il chiaro raggio, l' altre teco lassù volgon la pianta. Odi lungo quel rio

un augel sovra un faggio, che chiama l' alba e dolcemente canta; e mentre ch' ella amanta il ciel di novo lume,

ei garrendo si lagna con la cara compagna; e s' orna quanto pò le vaghe piume per parerle più bello

tosto ch' a noi si mostri il dì novello. Notte, che debbo darti, che così intenta e cheta ascolti le mie voci alte e noiose?

Poi che d' altro onorarti non posso, prendi lieta queste negre viole e queste rose, de l' umor rugiadose,

che dal desire astretto il cor versa per gli occhi, perché l' alma trabocchi; e poi ch' io non ritrovo altro diletto

che sempre lamentarmi, verrò al ritorno tuo teco a lagnarmi. Mesta canzone, in queste selve chiusa tra l' ombre atre e notturne,

apri del pianto tuo le doglios' urne.

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