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1493–1569

22

Bernardo Tasso

Ben era assai, fanciul crudo e spietato, ch' agli acuti tuoi strali io fossi segno, e 'l più infelice de' miseri amanti, senza che 'l tuo orgoglioso e fero sdegno

mi conducesse in così acerbo stato, ch' altro meco non è che doglie e pianti; tal che tra le meschine alme et erranti nel regno oscuro del fratel di Giove

non è sorte penosa, e tanto ria, che s' aguagli a la mia, non udita giamai, né scorta altrove. Qual è che di me sia

doglioso più ne le tartaree pene? E più lontan dal desiato bene? A poco a poco, faticato e lasso, Sisifo poggia un alto orrido monte

con la pietra al suo mal fatta compagna, e quando a quello altier calca la fronte, e crede di posar, ritorna il sasso al primier loco, ond' ei si crucia e lagna,

e di lagrime amare il petto bagna; ma poi che nulla val pianto o sospiri, ritorna afflitto ove 'l gran peso vede con l' affannato piede:

e come quei che fine al mal desiri, il colle ascende, e crede di trovar tregua a le fatiche in cima, ma 'l sasso torna ov' ei lo tolse prima.

Vanno l' empie sorelle al mesto fiume per gli orrori, e per l' ombre atre e notturne a toglier l' acque, afflitte et angosciose, e sì come in più parti aperte l' urne

fosser, acciò più ognuna si consume, voti veggono i vasi; onde dogliose riedon di novo a le rive odiose ove con l' onde sue geme Cocito,

ma trovan lo sperar fallace e 'ncerto, però che 'l vaso aperto l' acque distilla sovra il fiero lito, lor dimostrando certo

che tai fatiche non avranno mai riposo alcun, ma fieno eterni i guai. In mezzo chiari e lucidi ruscelli con dolci pomi sovra il capo appesi,

di quei bramoso et assetato vive Tantalo, e co' desii caldi et accesi cerca di tor, digiuno, or questi or quelli, e di gustar l' acque correnti e vive,

ma fuggono da lui nemiche e schive: ritornan poscia, ond' ei dolente ognora piange, sospira, e s' affatica invano; e la bocca e la mano

movendo, in sempiterno error dimora, poi ch' ir vede lontano, e verso l' aria, e ne l' oscure valli, i vaghi frutti, e i liquidi cristalli.

Tal io più di costor tristo e 'nfelice col peso del dolor che meco porto ascendo un sasso faticoso et alto, e sì tosto ch' io spero essere scorto

dove viver potrei lieto e felice, faccio nel fondo un periglioso salto: né sgomentato per lo primo assalto de la fortuna, ancor debile poggio

col grave incarco su le stanche spalle, ma per l' usato calle veloce scendo l' erto alpestro poggio: così più volte falle

il mio pensier, né per salir mai sempre, men crude trovo l' amorose tempre. L' anima trista va la notte e 'l giorno al doloroso fiume, a tor quell' onde

che 'l cor distilla con ben larga vena, e dentro a lor, che son cupe e profonde, col vaso in mano fa spesso ritorno, ché sempre è voto agli occhi aggiunto a pena;

ond' ella torna, né giamai sì piena riporta l' urna, che basti a la doglia. Così col lungo mio martir eterno, cerco la state e 'l verno

novo liquor, ch' a l' arso petto toglia il caldo, e questo interno desir appaghi, e l' amorosa sete; né trovo chi la spenga, o chi lo acquete.

Tra divin cibi, et acque chiare e fresche del fonte di beltà vivo a tutt' ore, dove mi tiene l' empia voglia ardente: ma se 'l digiuno e sitibundo core

sbramar fra l' onde, e 'n mezzo a sì dolc' esche cerco, fuggon da me rapidamente; e perché tornin poscia in un repente, parton di novo, se le braccia estendo.

Così con grave duol seguo chi fugge, et in questa si strugge la vita, di cui poca cura prendo: e sì le vene sugge

la fiamma del desio che 'ncende l' alma, che già distrutta è la terrena salma. Lasso me, questi almen se non sol uno dolor aggrava, et io di scempio in scempio

son trasportato, come vol mia sorte; et un feroce augel crudele et empio con becco troppo acuto et importuno mi rode dentro, e non mi dona morte.

Sovra 'l mio capo una gravosa e forte selce s' attiene a sì debile stame, ch' io temo d' ora in ora il colpo fero; né so com' io non pero,

seguendo l' alte, e troppo audaci brame per sì aspro sentero, che non posso salir dov' io vorrei, ove giungono a pena i pensier miei.

Come Ixion a la volubil rota, cinta da serpi velenosi e crudi, canzon, mi gira quella donna ingrata, che fiera e dispietata,

co' pensieri d' amor scarchi et ignudi, per far mia vita trista e sconsolata m' affligge ognor; e son condotto a tale ch' altra gioia non ho ch' esser mortale.

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