Mentre il giogo aspro e duro al tuo rapido corso pon così fiero morso, fuori del tuo più puro
ascolta, ascolta, o Lico, ciò ch' io piangendo e sospirando dico; e se, per sorte, alcuna bella Ninfa sta teco
in quel muscoso speco, cui adversa fortuna nel mar d' empio dolore abbia sommerso il giovanetto core,
esca, mossa a pietate de' miei dogliosi accenti, or che tacciono i venti, e 'n queste rive amate
stendendo il bianco lembo queste lagrime amare accoglia in grembo; che se de' sospir miei l' aura calda e cocente
non distilla l' algente gelo onde cinto sei, non sol la state e 'l verno, ma ne sarai da quel cinto in eterno.
Ascolta, che n' andrai indi più ricco al mare, e ne l' onde tue chiare impressa porterai
di man del pensier mio quella beltà che s' assomiglia a Dio: oh, se quale io la miro in queste lucid' onde,
con le sue chiome bionde cinte da un lieto giro di mattutine rose arder d' amor tutte l' umane cose,
tal la vedesti ancora, misero, arso e piagato portando il manco lato, sospiraresti ognora,
novo Pigmaleone, come fece Ciprigna il caro Adone; io sovente l' ho vista, alzando gli occhi al Cielo,
ogni noioso velo che lo turba e contrista sgombrar col vago lume, e far cangiar al Sol strada e costume.
Quest' è, Lico, la Donna ch' io riverisco et amo, che ne' sospir miei chiamo, forte e salda colonna
che mi sostiene in questa percossa di fortuna aspra e molesta; et io meschino vivo lungi da tanto bene,
sol d' una dolce spene pascendo il cor, che privo de l' usato diletto, sfoca con gli occhi il doloroso affetto.
Quanta invidia ti porto, felice e bel terreno ch' inonda il gran Tirreno, ov' a dolce diporto
se 'n va l' almo mio Sole stampando col bel piè gigli e viole! Quant' a quel monte adorno ne la cui lieta fronte,
tosto ch' a l' orizzonte s' inalza il chiaro giorno, scopre tante bellezze quant' ha 'l grand' Ocean chiuse ricchezze!
Tu con miglior ventura, Salerno alto e gentile, quella beltà, che vile rend' ogn' altra et oscura,
possiedi in lieta pace, e disprezzi ogni influsso aspro e rapace, ché 'l loco ov' ella posa, qual porto di salute,
per occolta virtute non teme aura noiosa di destino infelice, ma sempr' ha intorno il ciel chiaro e felice.
Deh, perch' in quelle rive, dov' in leggiadra schiera Favonio e Primavera e l' altre gaie Dive
fra mille varii fiori scherzan ognor co' pargoletti Amori, lasso, non mi conduce il mio fato maligno,
reso grato e benigno, sì che con l' alma luce de la mia fida stella esca da quest' orribile procella,
onde nel volto vago, in quegli occhi sereni di grazia e d' amor pieni mirando, lieto e pago
ritorni a quella vita che m' era già sì dolce e sì gradita? Oh, se benigna sorte mi riconduce al lido
mio desiato e fido, con un canape forte e con ancora grave fermerò in porto la mia stanca nave,
e qual saggio nocchiero che più volte l' orgoglio vint' ha del mare, io voglio con devoto pensiero
e con alti e divini prieghi sacrarla ai salsi Dei marini. Ma Lico, tu pur corri tacito sotto il ghiaccio
con le tue Ninfe in braccio e i miei lamenti aborri, certo barbaro e crudo, poscia che sei d' ogni pietate ignudo;
poi che spirto veruno di pietà non ti move, priego l' eterno Giove che mai sempre importuno
pigro gelo t' asconda, né stella unqua ti sia destra o seconda.
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