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1493–1569

15

Bernardo Tasso

Se ben di nove stelle ardenti e belle ti cinge il biondo crin lieta corona mentre a diporto in queste parti e 'n quelle vai con la vaga figlia di Latona,

pur t' accesero il cor l' empie facelle del fiero arcier di Gnido, onde ne suona ancora il lido e l' arenosa sponda che 'l mar di Creta mormorando inonda.

Fosti amante com' io, com' io spargesti lagrime di dolor calde et amare, e con accenti dolorosi e mesti facesti del tuo duol pietoso il mare;

teco voglio io parlar, teco, e con questi duri lamenti miei voglio sfogare l' interna pena, ch' ogni pena avanza, de la mia lunga e dura lontananza.

Tu piagnevi il tuo amor, io piango il mio: ma tu piagnevi un fuggitivo ingrato, io, cagion del mio duolo acerbo e rio, il ben che volontario ho già lasciato;

tu del tuo amante ti lagnavi, et io di me stesso mi lagno, che spietato, con questa cruda amara dipartita, ho perduto il mio bene e la mia vita.

Vita de la mia vita, egli è pur vero ch' io vivo senza voi misero e solo, se non quanto con l' ale del pensiero pien d' ardente disio m' inalzo a volo,

e vengo per drittissimo sentiero a sfogar vosco il mio angoscioso duolo; ma sì breve è la gioia e sì fugace ch' io non ho col disio tregua né pace.

Oimè, dov' è 'l mio ben? dov' è 'l mio core? Chi m' asconde il mio core, e chi me 'l toglie? dunque ha potuto sol disio d' onore darmi fera cagion di tante doglie?

dunque han potuto in me più che 'l mio amore ambiziose e troppo lievi voglie? Ahi sciocco mondo e cieco, ahi cruda sorte che ministro mi fai de la mia morte!

Morto son io, perché dal dì ch' ai rai del mio lucido sol rivolsi il tergo, misero, da quel dì ch' io vi lasciai stato son di martir perpetuo albergo;

morto son ai diletti e vivo ai guai, che 'n dolorosa pioggia io spargo e vergo da questi infermi non occhi, ma fonti, che fur nei danni miei s' ingordi e pronti.

Lume degli occhi miei chiaro e sereno, albergo del mio cor alto et eletto, vedete senza voi qual porto il seno umido sempre, e rugiadoso il petto;

qual senza voi di doglia e d' amor pieno sospiro ognora; e perché il più perfetto e bel del corpo mio con voi si vive, ch' io son ombra di quel che parla e scrive.

Ombra son di colui che mai non parte dal bel seren del vostro vago viso, di colui (lasso) che con voi comparte la speranza, il timore, il pianto e 'l riso,

di colui che non ha sì cara parte che non sia vostra, e che da voi diviso, egli è pur ver, de l' empio amore in ira, senza spirto vital si move e spira.

Ahi, dispietato amor, come consenti ch' io meni vita sì penosa e ria, solcando un ampio mar d' aspri tormenti per così lunga e perigliosa via?

Deh, perché fiato di benigni venti non sospinge la stanca nave mia, sì che dopo un camin sì lungo e torto possa chiuder la vela in queto porto?

Ma scorgami destin empio e rapace dove l' Orsa del cielo il mondo agghiaccia, o dove Febo con la calda face arde del bel terren la vaga faccia,

che 'l nodo sì ristretto e sì tenace che 'l vostro col mio cor stringe et allaccia non fia mai chi rallenti o chi discioglia mentre avrà verde alloro e rami e foglia.

Vostro fui, vostro sono, e sarò vostro fin che vedrò quest' aere e questo cielo; vili prima saran le perle e l' ostro, nigre et ardenti fian le nevi e 'l gielo,

che 'l tempo spenga mai quest' ardor nostro per cangiar clima o variar di pelo, anzi crescerà sempre il mio bel foco quanto andò più cangiando etate e loco.

Porto de' miei desir, qualor d' intorno vola il mio bel pensiero ai vostri lumi, poi che per far con voi dolce soggiorno varca tante montagne e tanti fiumi,

accoglietelo lieta e con adorno affetto di pietà, onde rallumi la fiamma del desio dolce e gentile tal che 'l vostro si mostri al mio simile.

Accoglietel pietosa, e 'n mezzo a quello de l' alma vostra albergo alto e lucente, nel seggio più sovrano e nel più bello, dove soggiorna ognor la vostra mente,

riponete l' afflitto; e come augello gradito a casta vergine, sovente togliendogli ogni cibo amaro e grave pascetel d' un piacer dolce e soave.

Questo fia guiderdon gentile e degno de la mia pura, inviolabil fede, la qual non tinse mai macchia né segno, né mondano accidente opprime o fiede,

ma, come orrido monte a l' ira e sdegno d' ogni empito del ciel, tien fermo il piede, che dopo morte ancora in sepoltura osservata vi fia candida e pura.

Ma folle io spargo le mie voci al vento, e non m' accorgo (ahi dispietata, ahi fera) ch' hai già chiusi gli orecchi al mio lamento e vai con l' altre stelle in lieta schiera;

va' pur felice, che 'l tuo puro argento non copra nebbia mai torbida o nera ch' io starò in questo loco ermo et oscuro a piagner il mio fato accerbo e duro.

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