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1493–1569

14

Bernardo Tasso

Crescete, o vaghi fiori, e queste verdi sponde pingete di natii varii colori, bagnati da quest' onde

che versan gli occhi miei calde e profonde; crescete, e del mio duolo poi fate al mondo fede, che mi vedeste lagrimoso e solo

volger qui 'l lasso piede chiedendo del mio mal qualche mercede. Voi, arbuscelli schietti, ne le cui fronde ascosi

cantano lieti i garruli augelletti, se i vostri rami ombrosi sian sempre verdi, freschi e dilettosi, viva mai sempre vosco

co' torti rami a paro, colei ch' io piango ognor, tal ch' ogni bosco con suon soave e chiaro canti d' Antiniana il nome raro;

e ne la vostra scorza cresca con l' amor mio, dove lo scrivo, sì ch' oltraggio o forza del tempo irato e rio

contrasti indarno al vostro bel desio. Deh, perché questo fiume, che 'l mio angoscioso pianto accoglie in grembo per lungo costume,

non è quello ch' io canto e prezzo più che 'l Tebro, il Nilo o 'l Xanto? Perché non è Sebeto, che col suo picciol corno

le sue ricchezze al mar tranquillo e lieto porta, mai sempre adorno di verdi rive e dilettose intorno? Ch' io vedrei da' begli occhi

come da duo levanti uscir il sol, onde ognor vien che scocchi Amor ne' lassi amanti il dardo che lor prende arsi e tremanti.

O fiume, o rive, o colli, voi del mio caro bene godete ognor, et io con gli occhi molli de le mie gravi pene

parlo co' fior, con l' erbe, e con l' arene; con voi vaga da terza sin a sera ragiona, con voi sovente si trastulla e scherza,

in voi si paragona a la lucente figlia di Latona. O fiumi, o colli, o rive, quanta invidia vi porto!

o verdi lauri, o pallidette olive, del mio dolce diporto voi vi godete, et io sospiro a torto. O troppo fortunati

vaghi fiori e fresche erbe, ove i vestigi sacri et onorati stampan le piante acerbe che vi fan d' ogni tempo alte e superbe;

o beato tre volte dove tra i fior novelli giace talor con l' irte treccie sciolte, e co' biondi capelli

rende i raggi del sol men chiari e belli! Voi l' alta mia allegrezza avete, io piango ognora lungi da la celeste alma bellezza,

che, come vaga Aurora, de la sua luce il ciel pinge e colora. Titon, tu sempre teco hai la tua Donna bella,

et io perché la mia non sempre meco? O mia nimica stella, qual duro fato a lagrimar m' appella? Mira tu, bianca Luna,

la mia dogliosa sorte, e per pietate la tua luce imbruna, ch' altro giamai che morte non fia, privo di lei, che mi conforte;

e perché sempre viva qui 'l mio grave dolore, vo' che in un tronco di mia man si scriva: – Dafni qui in tristo umore

stillò lontan da la sua Donna il core.–

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