Qual novello piacer, quai fere voglie, o raggio di beltà chiaro et ardente, su quegli orridi monti a noi ti toglie? Qual celata vaghezza la tua mente
inchina ad abitar loco sì strano, e sì remoto da la lieta gente? Deh scendi, Ligurin, deh scendi al piano, ov' ogni erbetta, ov' ogni vago fiore
t' han sospirato lungamente invano: qui più benigno cielo il suo favore comparte, e manda da le vaghe stelle lucida pioggia di soave umore;
qui le campagne colorite e belle scopren più be' tesori, e qui frondose son più le piante di foglie novelle: non hanno i monti sì vaghe le rose,
così candidi i gigli, e le viole, né sì verdi le selve e dilettose; loro ne' caldi giorni arde più il sole, ne' freddi il verno sempre irato e duro
nevica e piove più che qui non suole; spesso di nubi il ciel condenso e scuro manda sovra di lor folgori ardenti quand' è qui l' aere più tranquillo e puro:
aspro a te il molle crin faranno i venti, e tingeran del bel viso le brine i rai del sol lassù sempre cocenti; ivi il bel piede sassi, sterpi, e spine
premerà in vece d' erbe, e nevi e gelo in vece di rugiada e di pruine. Deh scendi qui, dove rivolto al cielo lagrima Icasto, e ti sospira e chiama
cangiando per la doglia il viso e 'l pelo; Icasto tuo, la cui celebre fama, adorna di gentil nova vaghezza, empié ciascun d' un' onorata brama:
che non debbon goder di tua bellezza i rozzi abitator d' erme montagne, ove 'l ben raro si conosce e prezza; egli teco le selve e le campagne
cercherà insieme, e d' altre cure scarco, non sarà chi da te mai lo scompagne; egli ti porterà le reti e l' arco, ti condurrà le fuggitive fere
co le grida e co' cani insino al varco; egli da l' unghie de l' irate e fere belve ti farà schermo, mentre stanco ti torrà il sonno al duolo et al piacere;
e standoti ad ognora al caro fianco, non lascerà che le ninfe lascive facciano il dolce tuo riposo manco; né che de' fonti l' amorose dive,
come il vago Ila, ti chiudan nel seno de l' acque lor mai sempre odiose e schive. Ah misero fanciul! col petto pieno d' amorosa pietà seguia l' amante,
che cogli omeri resse il ciel sereno, senza cui non volgeva unqua le piante; e stanchi di solcar l' onda marina da legno alcun non più solcata avante,
allor che Iason per far rapina de l' aureo vello del monton celeste giva con gente ardita e pellegrina, Argo lasciando e l' acque a lor moleste,
vaghi del lieto porto e del riposo, presero il lito con le voglie preste: ma mentre premon gli altri il letto erboso d' un praticel di più color depinto,
ch' era da' rami de le piante ascoso, il giovenetto, dal desir sospinto de le fresc' acque, a la gelata fonte giva dal caldo e da la sete vinto:
era nel mezzo d' un vicino monte chiara fontana, che mattino e sera stava nascosta al raggio di Fetonte; nel cui fondo la Nai con lunga schiera
de le vicine Ninfe accolte in giro movea lo snello piè destra e leggera; le quai sì tosto che la fonte udiro percossa mormorar, alzaro il volto,
e de la sua bellezza s' invaghiro; e l' incauto fanciul col cor rivolto a rimirar la maraviglia fiso subito nel lor fonte ebber sepolto.
Povero Alcide! nel bel volto affiso cogli occhi ognor vivevi, or tua ventura t' ha dal caro Ila tuo tanto diviso: soccorri tosto, ah lasso! ah, chi ti fura
il tuo ricco tesor? già l' onde avranno di sua rara beltà perpetua cura; e tu piangendo il tuo gravoso danno, sonar d' Ila facendo ogni pendice,
accuserai le Ninfe, e 'l loro inganno. Deh scendi, Ligurin, perché non lice sì vago pastorel gir solo errando; non far ch' Icasto più d' altro infelice
pianga il tuo fato acerbo e miserando.
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