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1493–1569

11

Bernardo Tasso

E' ben ragion che 'l fortunato giorno onde sì bella luce al mondo venne onori questa, e la futura etate, ma chi fia ch' al mio stil aggiunga penne,

sì che volando per quest' aere intorno porti le lodi sue chiare e pregiate? Marte, s' alta beltate o divina o mortale unqua ti piacque,

frena l' orgoglio almen mentre le Muse sotto quest' ombra chiuse cantano il giorno che nel mondo nacque, anzi scese dal cielo e da le stelle

la maraviglia de le cose belle. Nel casto grembo de la cara figlia il messaggio di Giove si sedea fra celesti soavi e varii odori;

Venere allegra oltra misura ardea, e con le Grazie, sua dolce famiglia, ne' prati d' oriente ai vaghi amori tessea di verdi fiori

ricche ghirlande; e rimirando il Padre, che sendo a mezzo il ciel con lieto volto s' era ver lei rivolto, spargea da le sue luci alme e leggiadre

dolci faville d' amoroso foco, ch' accendean di desio tutto quel loco. Il vago Febo e la sorella adorna del Leone nemeo ne l' aureo tetto

sedevan più che mai lieti e contenti, or mirando con gioia e con diletto tutte le cose di che 'l ciel s' adorna, e l' ordine del mondo, e gli elementi,

or stando fissi e intenti a risguardar il tempo e la stagione, or le ricchezze, le virtuti, e i regni; Marte pieno di sdegni

si stava a soggiornar col suo Chirone; davano i pesci al gran Saturno albergo, ch' avea rivolto al nostro polo il tergo. Allor vedendo la purpurea Aurora

tuffarsi in mezzo l' onde d' occidente co' suoi negri corsier la notte oscura, da la lucida porta d' oriente con la rosea quadriga uscita fuora,

salio ne l' alto seggio di Natura; e lieta oltra misura, dove gli anni teneano i giorni in seno, scelse fra tutti il più tranquillo e chiaro;

indi con l' Ore a paro, che con le treccie sciolte nel sereno de l' aria ivan danzando in compagnia, alzi 'l carro del Sol preser la via.

Ed ei con raggi inusitati e strani accresciuta vaghezza agli occhi suoi, empì il mondo di gioia e di stupore: che prima mai, né mai lo vider poi

uscir sì allegro i prossimi o i lontani, dal dì che fece l' uom l' alto motore; di sì novo colore non più scorto fra noi pinse le rive,

che non si mirò mai sì bella cosa; l' erbetta rugiadosa era di perle, e le fontane vive diedero puro latte ai fiumi loro,

ch' avean pesci d' argento, arene d' oro. Del mondo oltre l' usato adorno e queto sparì ogni noia a l' apparir del sole, e produsse diletto ogni pendice;

nembi di vaghe rose e di viole erravan per lo ciel tranquillo e lieto, mossi da l' odorata aura felice; ogni amara radice

divenne più che mel dolce e soave, l' arido si fe' verde, il duro molle, prato, piaggia, né colle non sentì 'l colpo de l' aratro grave,

ma i tauri sciolti in questa parte e 'n quella pasceano a lor diletto erba novella. Concordi d' un voler tutti gli amanti diedero tregua a' loro empi martiri,

et appagaro l' amorose voglie; non fu l' aria percossa da sospiri, non segnato il terren d' amari pianti, né si sentir quel dì tormenti e doglie;

da l' ombre e da le foglie cadendo dolci sonni e dilettosi recarono ad ognun pace tranquilla; suon di noiosa squilla

non ruppe altrui i suoi cari riposi, anzi armonia angelica e celeste tenea nel suo piacer l' anime deste. O lieto giorno, or come fia ch' al segno

m' alzi degli onor tuoi, de la tua gloria, con penne d' intelletto umano e frale? Spiegate, alti scrittor, la sua memoria in dotte carte, che 'l mio basso ingegno

quanto conviensi non s' inalza o sale: non deve esser mortale quel ricco dì che tanto ben ne diede. O dì felice, il ciel ti faccia eterno,

sì che la state e 'l verno non volghin mai con altro giorno il piede, né per lo corso di stagioni e d' anni notte giamai le tue bellezze appanni.

In questo chiaro dì dal ciel discese la bella Donna di cui scrivo e canto, e 'l mondo feo di sue bellezze altero: le Parche adorne di candido manto

al nascer suo, di sua virtute accese, ogni stame lasciar macchiato e nero, e con tutto 'l pensiero intente a l' opra, il più bianco e purgato

spiegar, che mai vedesse umano lume; indi nel chiaro fiume, per renderlo più bel, l' ebber lavato di contentezza, acciò che macchia alcuna

non la tingesse mai d' empia fortuna. E cantando diceano: Udite, udite l' aventuroso fato di costei, mortali fortunati, età beata!

in questo dì tutti i costumi rei fuggon dal mondo, e le virtuti unite fan la vita qua giù soave e grata; né unqua in Donna nata

infuse largo ciel cotanto bene: beato chi la vede o vedrà mai, ma più beato assai chi sosterrà per lei tormenti e pene;

beatissimo quel ch' avrà per sorte sua dolce compagnia sino a la morte. Canzon, ne la chiarezza ch' abbaglia gli occhi con soverchia luce

chiusa di questo fortunato die, di': Le vaghezze mie non vede chi non mira entro, ove luce un vivo lume, una bellezza vera,

a cui dà il ciel perpetua Primavera.

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