Che pro mi vien ch' io t' abbia, o bella Diva
che reggi il terzo Cielo,
su questa verde e dilettosa riva
sacrato un mirto, il cui frondoso crine
non teme ira di ghiaccio o di pruine,
s' armata il cor di mattutino gelo
sprezza il tuo dolce foco
la vezzosa Terilla, e dal suo stelo
troncò la speme, allor che 'l vago fiore
apria le foglie e si mostrava fuore?
Scalda col tuo valore a poco a poco
i suoi pensier gelati,
scema l' orgoglio, sì che trovi loco
dove s' appoggi ne la fredda mente
il mio desir via più d' ogn' altro ardente;
non consentir come negli anni andati
ch' io faccia ardente, e molli
quest' aria di sospir, di pianto i prati,
e che del fero mio stato infelice
risuoni ancor d' Italia ogni pendice;
o desta in lei pietate, o i desir folli
umor di dolce oblio
spenga in me, sì che queste piaggie e colli
parlin meco di gioia e di diletto,
e di mesti pensier sia sgombro il petto.
China le sante orecchie al canto mio,
né ti mostrar più schiva,
o regina di Cipro, al bel desio,
ch' ogn' anno avrai ne la nova stagione
di vaghi e lieti fior mille corone.