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1493–1569

109

Bernardo Tasso

Là dove i bianchi piè lava il Tirreno d' Inarime, discesa era per sorte Crocale mesta a ragionar con l' onde, a squarciarsi dolente il crine e 'l seno,

e dolersi de' fati, e de la morte; Crocale, che ne l' alte e ricche sponde nacque del Tebro, di reale e chiaro sangue, la più gentil ninfa e maggiore

ch' unqua nascesse ov' ei bagni et inonde co' suoi corni il terren, per cui sì caro si tien Sebeto, alzato a tanto onore; e piangendo dicea rivolta al mare,

con interrotta voce e dolorosa: Ninfe, che vaghe in questo salso umore nel molle letto di quest' acque amare errando ite talor, de l' angosciosa

Crocace et infelice udite il pianto, e le lagrime mie nel grembo accoglia l' alga che sta nel vostro fondo ascosa; già di soave e dilettoso canto,

or v' empirò di pietate e di doglia, poi che Davalo mio non è più meco; Davalo mio, per cui cara e gradita un tempo tenni questa frale spoglia.

Deh perché come col pensier son seco, né mai mi parto, non è seco unita quest' alma in ciel, ov' ei si gode e vive? perché non portò seco al suo partire,

come fece il mio bene, anco mia vita? Udiro il grido, il grido udir le Dive del mar, pieno di doglia e di martire, e lasciar gli amorosi e dolci balli:

allora Galatea la voce amata conobbe, e la cagion del suo languire; che spesso fuor di quei liquidi calli era con lei di soggiornar usata,

mentre che lieta del suo chiaro sposo cantar soleva in voce alta e gentile la famosa vittoria et onorata che fece gir col volto rugiadoso

rivolto verso il ciel, con fero stile piangendo Sena, Rodano, e Garona, il lor Signor da lui già vinto e preso, sì che 'l suo pianto udì l' ultima Tile,

e 'l nevoso Appennino ancor ne suona. Onde col cor d' alta pietate acceso lasciando le compagne e 'l suo diletto, veloce fuor de' salsi alberghi uscio;

et abbracciata lei, che 'l petto offeso s' avea più volte, e 'l crin, con dolce affetto versò seco di pianto un caldo rio. Indi chiudendo a le lagrime il varco,

basciando il molle e rugiadoso volto disse: Poi che destino acerbo e rio, poscia che 'l ciel de le tue gioie parco ha sì tosto il tuo sposo a sé ritolto,

per non renderlo mai, poscia che i fati non si sanno pentir, poni agli affanni, pon freno al duol nel molle petto accolto, né far oltraggio a' crini crespi aurati;

un dolce seco oblio porti i tuoi danni, che ristorar potrai con maggior bene pur che ti piaccia; rasserena il viso, e seco il tuo dolor abbino gli anni.

Nereo mio padre, di quest' ampie arene, di quest' onde Signore, ha 'l cor conquiso da la tua gran beltà, Nereo figliolo de l' Occean, del gran padre Occeano;

e col pensier ne' tuoi begli occhi affiso fugge i piacer, e sta pensoso e solo, e t' ha chiamata lungamente invano: non sdegnar sì gran Re, poi che ti chiede

per sua sposa e signora: alta regina sarai di questo mar spazioso e piano; tanta greggia non ha chi più possiede, quanta ne' prati bei de la marina

ti pasce; un carro già d' avorio e d' oro, di man d' Automedon fatto, ti serba, col qual girai per l' onda cristallina; e tante gemme e tanto altro tesoro,

quant' arene han quest' acque, o fiori l' erba: quattro vaghi delfini al giogo avezzi scelt' ha già fuor de' suoi più cari armenti, i quai ti porteran lieta e superba,

fra mille tuo diletti e mille vezzi, mal grado de' contrarii e feri venti. Teco mille Tritoni e Ninfe mille verran danzando in bella schiera ognora,

e staran sempre a' tuoi servigi intenti e Glauco e Palemone et altri ancora; a te servirà il mare, e umile e altero a tua voglia ognor fia; ecco che come

Donna e Regina sua t' inchina e onora: già ti salutan l' onde, e già leggero, per onorar il tuo preggiato nome, il tuo fiume natio con altri cento

affretta il corso: o cara Ninfa ascolta, o Ninfa, tu pur piangi, e l' auree chiome squarciando, segui il tuo duro lamento, et io ti prego invano? o cieca e stolta,

tu sprezzi sì gran Dio, sì ricco regno? Cui Crocale: Se teco ognor ritorni Aci ne' tuoi piacer, né giamai sciolta ti veggia dal suo collo, il petto pregno

di duol lascia ch' io sfochi: atri soggiorni conformi sono al mio stato infelice: quel che pria mi s' aggiunse, i nostri amori sen portò seco; e i miei beati giorni

quel se gli abbi e ne goda in ciel felice. Tu Galatea, se m' ami, i miei dolori accompagna col pianto e co' sospiri, e 'l marmo onora che quell' ossa serra,

di cui suonan nel mondo alti romori; la gloria cui, perché mill' anni giri il sol, non temerà del tempo guerra. In questa Apollo al bel nostro orizzonte

tolse la luce, e già con le fosc' ali copria la notte il cerchio de la terra, onde ritorno fe' Crocale al monte accompagnata da' suoi lunghi mali,

a l' acque Galatea salse e fatali.

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