Or che l' umido grembo agli spiranti Zefiri apre la terra, e ai novi soli alzan le biade tenerelle il crine; or che gli oscuri dì fuggon davanti
a la lieta stagione, e gli erme e soli poggi scuoteno il ghiaccio e le pruine, voi pigri state in sì tristi soggiorni; né più, come solean, al vostro eletto
e dolce suon, ne le piaggie vicine saltan gli armenti di ghirlande adorni: e pur Apollo v' inspira nel petto pensier leggiadri et alti, e 'n Elicona
pur scorto v' han l' umili Muse agresti, e fatto al vostro crine irto e negletto e d' edera e d' allor vaga corona: col mondo insieme il vostro cor si desti
a nova gioia, e la stagion novella salutate con dolce canto e lieto. Io no, Palemo mio; potrà ben questi cantar rime leggiadre, a cui la bella
Fillide s' orna il crine; io sol m' acqueto ne la mia doglia; canti Aminta, a cui Venere sempre ride, a cui sovente Fillide in qualche bosco alto e secreto
porta d' amor le maggior gioie; a lui contar conviene, e star lieto e ridente, a me lagnarmi ognor, poi che colei a cui cantar soleva, il cui bel viso
porto scolpito ne la viva mente, chiude l' antico albergo a' pensier miei; il cui bel nome, ovunque gli occhi affiso, veggio di mia man scritto al cielo alzarsi
cogli arbuscei: da quella quercia ombrosa pende la mia sampogna, a l' ombra assiso udrò pianger quel rio, che co' suoi sparsi e torti rami questa piaggia erbosa
da la sete difende; canti Aminta, ch' io piangerò la mia fera ventura. Non più di pianto Amor, che fresca rosa si sazia di rugiada, o la depinta
erba d' acque l' estate: Amor non cura pianto o sospir. Cantiamo, Batto, insieme, cantiamo insieme: il duol si disacerba talor cantando, e men noiosa e dura
vita si vive; a più tranquilla speme, a più gradito et alto amor riserba i tuoi caldi sospiri, e 'l tuo pensiero. Cantiamo, Aminta mio, poi che ti piace,
che forse sfocherò quest' empia acerba doglia col mesto canto: or tu primero comincia, mentre i boschi e l' aura tace; i' alternerò con dolorosi accenti
il tuo bel canto, e le tue agresti note. Non temete, pastor, benché fallace nembo dal ciel si mostri, e i feri venti minaccin pioggia, che con l' auree rote
chiaro ritorna il Sol nel grembo al mare. Tornate al caro ovile, o pecorelle, che la pioggia lontana esser non puote, poi che le lor querele odo cantare
garrule rane in queste parti e 'n quelle. Tre e quattro volte con liquide voci han salutato i corvi il giorno chiaro, e senza più temer d' atre procelle
ai dolci figli lor tornan veloci. Lasciati i dolci pegni e 'l nido caro, l' importuna cornice in voce piena chiama la pioggia, e ne l' arena sola
seco si spazia con un canto amaro. Ecco Silla ch' appar ne la serena aria, e dinanzi al mesto padre vola, che l' ali affanna di vendetta vago,
e del purpureo crine ancor sospira. Ecco un vitel ch' a la madre s' invola, e del futuro rio tempo presago alza l' aperte nari, e 'l ciel rimira,
a sé i venti traendo e l' aria grave. Questo nembo di rose e di viole, che grato e dolce odor d' intorno spira, porta a Fillide mia, aura soave,
onde si cinga il crin, com' ella suole. I cocenti sospir che fera doglia m' apre da l' arso cor, venti, portate a Galatea con queste alte parole,
onde del mio martir stanca si doglia. Quel verde mirto, che con fresche e grate ombre difende ognor l' erbette e i fiori da la fiamma del sol, ti sacro, o Diva,
bella madre d' Amore e di pietate. Quest' amaro liquor, che manda fuori l' alma d' ogni piacer ignuda e priva, mesto ti dono, o Dea del terzo cielo,
ch' altro darti non pò Batto infelice. Lasciate il canto omai, ch' Espero arriva con la stellata greggia, e 'l fosco velo si pon l' umida notte, né più lice
tenir gli armenti in questa alta pendice.
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