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1493–1569

107

Bernardo Tasso

Or che la fresca e tenerella erbetta arde il rapido sole, io 'n questo fiume, ch' ha d' erbe fresche il fondo, e d' ambra l' onde, laverò la mia greggia. Tu cervetta

più cara a questo cor ch' agli occhi il lume, posati in queste verdi erbose sponde, né gir d' intorno errando, che sovente la cacciatrice Dea co' veltri irati

ne le vicine selve alte s' asconde: ecco quell' ombra, ove soavemente moveno l' aure i fior vaghi odorati, ivi scherzar potrai sola e secura;

e tu, Lacone ardito, de' migliori cani che mandi Sparta e più pregiati, prendi intanto di lei fidata cura: guarda che veltro istran non la divori,

ch' altra fera non noccia al mio diletto, al pegno del mio amor; ch' indi mal grado de la madregna mia, un de' maggiori vasi tu avrai di latte puro e schietto,

ella de' fior che più mi sono a grado cinta n' andrà la giovenetta fronte. O bello Iddio di questo fondo erboso, il cui tranquillo sempre e puro vado

preme la greggia mia, se nel tuo fonte forse ti posi, o sei ne l' erbe ascoso del molle regno tuo, con le più vaghe Ninfe, ch' a gara ne l' umide gote

piene di desir caldo et amoroso ti dan basci soavi, acciò s' appaghe l' accesa voglia, a le pietose note, ai giusti preghi miei l' animo inchina;

né ti turbar se i semplicetti agnelli, che co' suoi raggi il sol ferza e percuote, turban quest' onda chiara e cristallina, per rinfrescarsi, e diventar più belli

prendendo qualità dal tuo più puro: perdona a me l' ardire, e lieto prendi per far corona a' tuoi biondi capelli queste vermiglie rose, che mi furo

date dal vago Aminta; alza le ciglia da' tuoi liquidi calli, o bello Iddio, e prendi il don, che nel lucido seno ti serba l' onda chiara a maraviglia.

Bevete lieti omai, fin che 'l desio vostro fia spento, o pecorelle, a pieno, e col troppo calor l' ardente sete. Odi da quell' ignuda arida pianta

la mesta tortorella, che 'l sereno fuggendo e 'l verde, e l' altre cose liete, misera e sola dolcemente canta, e chiama la sua cara compagnia,

che man nemica, od altrui amor le toglie: Invida man, fero desio, ch' a tanta doglia ti dà cagion! Lassa, la mia pena non sento, e l' amorose doglie,

e mi pungon l' altrui! Lagnati e plora, lascivo augel, che teco a paro a paro sfocherò quest' interne accese voglie, poi ch' io ragion ho da dolermi ancora:

già quattro soli e quattro lune il chiaro loro han mostrato dal balcon del cielo, e date l' ombre a la gran terra e tolte, poi che 'l mio caro pastorello, il caro

Aminta mio, per cui son foco e gelo, errando va per selve ombrose e folte dietro a le fiere: o mal accorto, o folle! Il fior del tempo passa, e non ritorna

con la nova stagion, benché più volte lo ripreghi e richiami. Ecco quel colle ove i tuoi bianchi tori alzan le corna, de' nostri amori testimonio fido,

che vedovo ti appella; odi l' armento, cui frondosa ghirlanda non adorna la fronte come suol, ch' al tuo bel nido co' mugiti ti chiama: e tu pur lento,

tu pur tardo dimori! O dive, a cui queste pallide sacro e verdi olive, dive de' sacri boschi, a cui ben cento fere rendeno onor, guardate lui

da' loro oltraggi, sì che lieto arrive in queste amate braccia, dove un grembo colmo di gioia e di piacer li serbo; voi pellegrine e soavi aure estive,

a cui sparsi a l' aurora un pieno lembo di fior vermigli e bianchi, se 'l superbo Austro non turbi il vostro lieto stato, s' ognor vi ceda il verno e le pruine,

e l' anno sempre sia verde et acerbo, defendetel col vostro dolce fiato, sì che del viso suo le fresche brine non sentano del Sol gli ardenti rai.

Or che col carro aurato il Sol ritorno fa in seno a l' Occeano, e le vicine piagge si mostran fresche, uscite omai, uscite, pecorelle, e qui d' intorno

pascete liete mentre dura il giorno.

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