Uscite, pecorelle, or che dal corno del Tauro il Sol v' invita a la pastura, né perdonate pigra ai pieni prati: che quanto lor scemate al lungo giorno,
v' accresce la rugiada frsca e pura; secure uscite omai, né de' celati lupi temete, o di nemica fera, che Melampo vi guarda e vi difende,
Melampo, de' più arditi e più pregiati cani il più forte e bel, che pur iersera dove Silari in mar il corno extende tolse a l' orsa di mano i cari figli.
Pascete liete; in questo mezzo assiso, ove coi verdi rami al sol contende questo arbuscel, fra fior bianchi e vermigli, rasciugandomi alquanto il molle viso
farò minor (se vorrà il cielo) in parte col suon di questa canna il mio dolore, o bella Galatea, da te diviso, da te, ch' hai del mio cor la miglior parte,
stillo quest' occhi in lagrimoso umore: fosco il seren m' assembra, il dolce amaro; ora gli oscuri giorni e nubilosi fuggono inanzi a la stagion migliore,
e i garruli augelletti a paro a paro, fra 'l verde manto de le piante ascosi, cantano dolcemente i loro amori; i fiumi già dal duro ghiaccio sciolti
del pigro verno, puri e dilettosi van tra le sponde di purpurei fiori, e son dal mar tranquillamente accolti; le vaghe pastorelle in compagnia,
inghirlandate di vermiglie rose, mostran di grana e puro latte i volti, et empion l' aere di dolce armonia, rime liete cantando et amorose;
ma, lasso, senza te più non mi pare di quant' io veggio allegra cosa e bella, che quando Austro superbo con l' acquose irsute chiome agli alti monti appare,
e versa il cielo orribile procella: soavi i fiori a l' api, a le caprette paion le fronde dolci, ai campi i rivi, a me la mia vezzosa pastorella.
O bella Galatea, qui son l' erbette di color di smeraldo, e d' ambra i vivi fonti; ma questo che mi giova, ahi lasso, s' io vivo senza te mesto e doglioso,
e d' ogn' altra mirar son gli occhi schivi? Io ho sotto questo alto e duro sasso de l' antico Salerno un antro ombroso, d' edera cinto, la cui porta adombra
da l' un de' lati un lauro alto e gentile, da l' altro un arbuscel verde e frondoso, ch' ognun col crine invita a la dolc' ombra, carco di pomi d' or, cui lieto aprile
eterno dona ognor fior, frutto, e fronda: quindi non lunge scende un picciol fonte da l' altissimo sasso, a cui simile altro non bagna erbetta, o prato inonda;
quindi si vede la spaziosa fronte del gran Tirreno, e da lontan venire crespando l' onde l' aure pellegrine; quindi si vede uscir de l' orizzonte
il Sol cinto di raggi, e lieto gire dietro l' Aurora con l' aurato crine: qui meco viveresti, e meco insieme, a l' apparir del dì, le pecorelle
da l' alta mandra a le piaggie vicine cacciaresti cantando, e ne le estreme parti del giorno con le prime stelle meco le chiameresti a l' antro oscuro;
e spesso ne le liete e fresche rive, fra l' erbe rugiadose e tenerelle, lungo qualche ruscel lucido e puro a udir il suon de le dolci aure estive
meco verresti; e cantaresti ancora meco spesso, lodando Pan e Pale, Apollo, Bacco, e le silvestri dive; e con soavi basci d' ora in ora
mischiando il canto, viveremmo quale i più lieti pastor viveno in cielo; né curerei che cento agnelli il die mi togliesse rapace empio animale.
Ma, lasso, mentre che per doglia il pelo si va cangiando, de' desir miei folli ridendo, dove bagna il Re de' fiumi poi ch' ha raccolto il puro Mincio in seno,
ti soggiorni con Niso, e i verdi colli che vider lagrimar questi duo lumi veggiono i vostri basci: almo terreno, belle contrade amiche al mio diletto,
ché non gridate, mentre ciò vedete? Ah ingrata Galatea, là dove pieno vedesti di dolor la fronte e 'l petto Batto infelice queste piaggie liete
turbar col duro suon de' suoi sospiri chiamando il tuo bel nome, or ti diporti, e ti godi con Niso! ecco un abete testimonio de' lunghi suoi martiri:
a che cotanti oltraggi, e tanti torti? egli ti chiama, e ti piange e sospira, e gir lascia la greggia sola errante, bramando un giorno ch' a la fine il porti.
Così, o gentil paese, il ciel da l' ira del verno guardi le tue ricche piante, i tuoi verdi fioriti e vaghi colli. Già si mostra dal ciel la bella Luna:
andate pecorelle, andate avante, acciò che forse gli affamati e folli lupi di voi non m' involasse alcuna, chiusi nel fosco de la notte bruna.
Cookies on Poetry Cove