Mentr' io colma di gravi empi dolori bagno di pianto, non quant' io vorrei, del gran Davalo mio l' ossa famose, cara Nigella, e tu bianca Licori,
testimonie de' lunghi dolor miei, gite per queste piaggie dilettose cogliendo rose, onde il bel marmo adorno faccia di lieti fior; ch' oggi è quel die
ch' eterno fine a' miei diletti pose. O per me sempre fero acerbo giorno, principio sol de le miserie mie, se teco ti portasti ogni mio bene,
ché nol riporti al tuo ritorno ancora? ché non rimeni tu, che sai le vie, dove togliesti la mia dolce spene? Scorto ho più volte già la bianca Aurora
recarti in grembo, né però vegg' io colui che si portò seco mia vita: Davalo mio, ché non ritorni un' ora a viver meco in questo mondo rio?
ch' a forza indi farò teco partita. Vedi Inarime Procida e Misseno ch' imparan da me a piangerti, sì come impararo ad amar, né più fiorita
mostran la vaga fronte o l' ampio seno, ma chiamano piangendo il tuo bel nome: o belle isole già, già lieto monte, ora strane e deserte, orrido e fero,
squarciate meco per dolor le chiome, laceratevi il sen. Lascia il tuo fonte, Sebeto, e rompi l' urna, né più altero corra il tuo fiume ad arricchir il mare:
più non vedrai di trionfanti spoglie carco del tuo bel corso ogni sentero; più non è qui chi ti faceva ornare di corone le tempie; il ciel l' accoglie,
e tien fra' suoi più cari e più pregiati. Mesti pastor di questa verde riva, accompagnate le mie acerbe doglie: per lui secure in questi verdi prati
givan le gregge vostre, né s' udiva mentr' ei visse tra voi rapina o morte; egli de' suoi cornuti e bianchi armenti vi fu largo e cortese, egli v' apriva
i suoi ricchi tesori: ah fera sorte! aggiungete co' miei vostri lamenti; la tomba ornate, e 'l suo nome lodando vaghi acanti versate e molta rosa.
Alma gentil, tu fra l' eterne genti, ov' ogni pena, ogni martire è in bando, ov' è sempre stagion verde et ombrosa, vivi felice, e non inchini il volto
dove Crocale tua ti prega e chiama; forse fiamma novella et amorosa ti scalda il cor fra vere gioie involto, né teco vive più l' antica brama:
a te Venere vaga i be' crin d' oro forse d' eterni fior lieta s' adorna, e più che Marte suo t' appreggia et ama; forse sotto un celeste e verde alloro
teco ne' suoi piacer spesso ritorna: io ti pur piango e chiamo, altro non posso darti ch' al raro tuo valor sia eguale fuor che 'l pensier, ch' ognor teco soggiorna,
fin che sarà l' ardente spirto scosso (che oh pur sia tosto omai!) dal suo mortale. Già serbarti solea gioie e diletto, or sol caldi sospir ti serbo e pianto,
che mentre vivo fia meco immortale, di cui io bagnerò con puro affetto quest' urna breve al tuo valor cotanto. Cenere sacro, poi che non mi resta
altro che dar ti possa il mio martire, con questo tristo e doloroso canto prendi l' umor che l' angosciosa e mesta alma versa per gli occhi, e 'l mio desire
di chiuder teco questa carne vile, e mandar l' alma a ritrovar in cielo chi ne lasciò mendici al suo partire; piglia i be' doni del fiorito aprile
di ch' io ti spargo, d' un ardente zelo ripiena; e prego il ciel, prego la terra, che ti sia lieve, e ti dia pace eterna, tal che non possa mai caldo né gelo
far onta al marmo che t' asconde e serra, ma fin che girerà rota superna alta di te memoria il mondo scerna.
Cookies on Poetry Cove