Skip to content
1493–1569

104

Bernardo Tasso

Vostri sian questi fiori, e vostre queste vermiglie rose, aure soavi e liete: voi cingetevi il crine, io, mentre plora quel garrulo augellin con voci meste,

chiamerò Coridon: piante, se avete amor alcun, voi pur amaste ancora, ascoltate il mio duolo acerbo e fero: o crudel Coridon, nulla pietate

ti punge il cor, perch' io mi strugga ognora: me fuggi, Coridon? me, che primero cotanto amasti? e non ti son più grate queste purpuree guancie e questo crine?

Fillide più non ami, a cui solevi portar i doni de la calda estate, portar le fresche rose e mattutine; cui, allor che ne' prati eran le nevi,

pendean negli arbor tuoi pomi maturi? Non sei più mio, crudel, non sei più mio? Lassa, non ti sovien quando dicevi: Prima chiara la notte, e i giorni oscuri

sara, prima anderanno a picciol rio per acqua i fonti, che m' esca dal petto, Fillide, il volto tuo, più vago e bello che mattutina rosa; or quel desio

non ha più nel tuo cor dolce ricetto, or pasci l' alma d' un pensier novello. Quante volte dicesti: O cara Filli, quanto la salce e la pallida oliva,

al bianco tauro il semplicetto agnello, tanto a te cede ogn' altra; or Amarilli ti par di me più bella, in cui s' aviva la tua novella speme, e serbi a lei

il puro latte, e l' irsute castagne. O crudel Coridon, ne l' ombra estiva or allegro le canti, ora i crin bei a lei t' orni di rose, e le campagne

risuonan d' Amarilli; ella soave e più dolce che 'l mele, et io più amara che l' assenzio ti son; né perché bagne per te di pianto il viso, o 'l petto lave,

esser ti posso più dolce né cara. Qual Ninfa, ingrato, fuggi? io son pur quella ch' amò Licida bel, Licida a cui portan le Ninfe i vaghi fiori a gara,

ch' ancor canta il mio nome, ancor m' appella ne l' ombre dolci e fresche; anch' io già fui grata al gran Dio d' Arcadia, e spesso udito l' han Fillide chiamar le selve intorno:

e tu, ingrato, mi fuggi e segui altrui! Non però ha più di me fresco e fiorito Amarillide il viso, o 'l seno adorno, benché sia bionda il crin, candida il volto:

nascon negre viole che d' odore non cedeno a le bianche, e 'l croco scorno fa spesso al giglio, e più sovente è colto. Pur essendo l' altr' ier per fuggir l' ore

calde del lungo dì, dietro le fiere di correr lassa, ne le verdi rive del nostro fiume, alzò le tempie fore il giovene Sebeto, per vedere

s' alcun turbasse l' acque fresche e vive, od oltraggio facesse a le sue sponde: e scorse me, ch' allor rinchiuse avea queste mie luci di diletto prive;

et ornatosi il crin di verdi fronde, lasciando l' urna che versar solea, uscì del puro suo tacito e cheto, e le chiome or mirando, or la mia fronte,

tutto di dolce desiderio ardea: indi col basso suon timido e lieto chiamava: o Ninfa! e con le voglie pronte mi feria il viso d' odorati fiori.

Allor svegliata per fuggir m' alzai, ond' ei mesto gridò: Ninfa, al mio fonte vieni, Ninfa gentil, or che gli ardori del sol cuocon la terra; ivi farai

meco dolce soggiorno, e sarai Donna de l' altre Ninfe del mio fondo erboso; a te Naiade bella et altre assai contente tesseran la verde gonna:

a te il mio fiume chiaro e dilettoso serberà l' onde pure, e i suoi lascivi pesci: tu fuggi, o bella Ninfa; aspetta, ch' io son Dio di quest' acque! Ivi doglioso

i' fuggendo il lasciai, cogli occhi schivi d' altro mirar che te: deh semplicetta, seguo chi m' odia, e chi mi chiama fuggo! Ma chi m' ascolta, lassa, altri che 'l Sole,

e i vaghi fior di questa verde erbetta? Qual aura fia, mentr' io mi lagno e struggo, ch' a lui riporti il suon de le parole? Odi 'l tu, Cielo, almeno, uditel voi,

piante, che state al mio lamento intente; e se fia mai, come talora suole, che più benigno Iddio lo scorga a noi, fateli fede che Filli dolente

qui la sua rotta fé pianse sovente.

Cookies on Poetry Cove

We use cookies to remember your language preference and — only with your consent — to learn how Poetry Cove is used. You can change your mind any time.
104 · Bernardo Tasso · Poetry Cove