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1493–1569

103

Bernardo Tasso

Odi quel rio che mormorando piagne, e par che dica con dogliosi accenti: Alcippo è morto! o duolo acerbo e grave! Dunque meglio è che con duri lamenti,

e con lagrime amare io l' accompagne. Perdonami, Iddio Pan, se caldo e stanco, or che da mezzo 'l ciel ne scorge il sole, forse ti dormi in qualche ombra soave,

e con pietate ascolta il duro caso; e voi, Muse silvestri, se parole ad angoscioso cor dettaste unquanco piene di puro e di dolente affetto,

queste sian quelle; or cominciate omai, mentre taccion le dive di Parnaso. Alcippo è morto! o smisurato affanno! Adria infelice, quando unqua vedrai

fra' tuoi figli un sì saggio e sì perfetto? Garrula Progne, col tuo canto amaro accusa meco il suo crudel destino. Alcippo è morto! o insupportabil danno!

Vedi la sacra et onorata Pale col crine sciolto, e col bel volto chino l' erbe bagnar di lagrime, et avaro chiamar il ciel, e maligno il suo fato;

e intorno a lei con voci alte e dogliose l' Oreadi gridar, e 'l fero strale biasmar di morte, e la parca superba; né più tornar ne l' alte selve ombrose

de' cari monti, o al lor soggiorno usato, ma disprezzando i lor lucidi fonti cercar il più riposto oscuro orrore. Alcippo è morto! o cruda morte acerba!

Vedi il padre Nettuno, e seco insieme tutti i Dei d' Adria del lor salso fuore seder nel lito con le meste fronti; per cui conforto al sacro lembo intorno

stanno il vecchio Benaco, e 'l suo bel figlio, quel che d' Antenor ne le rive freme, l' Adige, il Po, il Tesin, l' Adda, e 'l Metauro, cinti di fronda di cupresso il ciglio.

Alcippo è morto! o ingrato e fero giorno, che n' hai privati di sì ricco pegno! Odi la dolente Eco, che in oblio posto Narcisso suo caro tesauro,

ripiglia il fin de' lor pietosi gridi; il delfin, fuor del suo albergo natio, negli scogli deserti di duol pregno accusa morte, e la sua vita sprezza;

muggiano i bianchi armenti, e intorno errando sua greggia va senza ch' alcun la guidi, né beve acqua di fonte o pasce erbetta. Ecco la fida Nape, che latrando

richiama il suo Signor, né più vaghezza ha di fera cacciar cruda e fugace. Alcippo è morto! or meco piagni, ahi mondo, povero mondo, età vile e negletta!

Quando ne le tue scole, o Pale, avesti pastor a lui simile, né secondo? quando l' avrai? e sia detto con pace d' ogn' altro. O selve, o piagge apriche, o rive,

ove solea con sua greggia talora cantar errando dolci rime agresti, quando udirete mai sì chiaro suono? sì soave armonia? ecco ch' ancora

impresso di sua man nel tronco vive di quel mirto Aretusa: o lieta pianta, o ben nato arbuscel, cresca il bel nome col tronco insieme, e le sue frondi dono

primo d' Apollo, e de l' alte sorelle, cingano ognor le più famose chiome. Alcippo è morto! O chiara anima santa, che nel più degno et onorato loco

del cielo scorgi il suo ricco lavoro, e sotto a' piedi tuoi vagar le stelle, mira da quel celeste altero albergo, d' altra corona ornato che d' alloro,

ogni pastor per te di pianger roco sparger di frondi l' arido terreno, e ombrar le fonti di frondoso ramo; vedi me, che di pianto il volto aspergo,

e con Icasto, e col dotto Palemo, sovra la tomba il tuo bel nome chiamo; odi Mirtilla, che si batte il seno. I' sento un corno, a la cui voce altera

risuona il bosco, e d' ogn' intorno il monte: voglio tacer, che di Diana temo, la qual suol venir spesso a questa fonte per rinfrescarsi con l' amata schiera.

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