Chi sarà mai, se voi, Donna, non ste, da cui mi viene ogni gentil pensiero, ch' ove per sé non pote erga la mente? Voi col favor che da voi stessa avete
il bel vostro intelletto alzate al vero, che d' eterna virtù caldo et ardente tornando in voi, celesti alti concetti ovunque vòl negli altrui petti inspira:
voi dunque sol, devoto e reverente, voi sola invoco, co' pensier ristretti intorno ai be' vostr' occhi, ove si mira cose remote dagli umani ingegni;
inspiratemi voi con quel valore ch' ai secreti del ciel gli animi tira. Se vostro son, vostra virtù non sdegni donar a l' intelletto il suo favore,
Ginevra, onor di questo secol nostro, troppo per voi felice, e aventuroso; deh rivolgete, o cara Donna, il core ov' è chi mai non fia d' altri che vostro,
che mesto mi vedrete e lagrimoso dove Salerno il suo gran mar vagheggia, ov' alberga virtute e cortesia, cantar i vostri onor solo e pensoso,
cercando sempre u' col pensier vi veggia. Conforme oggetto a la mia vita ria, ch' altro lunge da voi non è che doglia, angoscia, morte, lo mio stile ha preso:
cantiamo dunque, o bella Musa mia, or che onesta pietà l' alma m' invoglia, or che di bei pensier m' avete acceso, di Piramo e di Tisbe i fieri amori.
Là dove il gran Babel cinse di mura colei che 'l cor ebbe a grand' opre inteso, dove l' Eufrate bagna e l' erbe e i fiori, sotto maligne stelle, in questa oscura
vita apersero gli occhi, ambi d' etate, ambi di beltà pari alta e gentile: e volse la lor fera empia ventura ch' un muro sol le lor case onorate
partisse; Amor col tacito focile, ne l' età fanciullesca, e ancor in erba, ne' lor teneri cori accese il foco, tale, ch' avendo ogn' altra cosa a vile,
mentre la pargoletta etate acerba i lor dolci sospir tornava in gioco, e consentiva a le lor prime voglie, i semplici pensier partiano insieme:
dolce ricetto ad ambi era un sol loco, da che il caro Titon la vaga moglie lasciava a l' onde, fin che ne l' estreme parti de l' occidente andava il Sole,
e mandava nel ciel la sua sorella: o lieta vita, se più ardita speme non fosse nata in lor; ma così vole chi ne regge e governa iniqua stella.
Crebbe l' etate, e col cangiar degli anni cangiossi il puro e semplice desio, che viene e parte con l' età novella; e a far s' incominciar del cor tiranni
pensier più arditi, dal cui grembo uscio nova speme, e desir caldi e cocenti; allor viver in altri, e in sé morire incominciar; et a pagar il fio
di lagrime ad Amore, e di tormenti, che fece le lor guancie impallidire. Portar gli anni il desio, ma gli levaro l' agio d' addurlo a la bramata riva;
la misera fanciulla con martire dal proprio padre, a cui gradito e caro era il suo onor, di libertà fu priva. O mondane venture! or che non pote
brama quel che potea quando non volse; né più potendo, dagli occhi deriva amaro umor, e bagna ambe le gote: pensi chi prova amor qual duol s' accolse
ne l' alme lor, ne' lor teneri cori, poscia che privi fur de' dolci sguardi, de le dolci parole; Amor si dolse seco più volte, e pianse i loro amori,
il ben perduto, e conosciuto tardi; né potendo impetrar da' feri padri al giogo marital d' esser uniti, spinti dal duol degli amorosi dardi
de' communi piacer divenner ladri: Amor li fece oltre l' usato arditi, e gli insegnava, e gli scorgea talora ove involar poteano i lor diletti.
O potenza d' amor! quel che infiniti occhi non vider per molt' anni, allora vider gli accorti amanti: il mur che i tetti paterni divideva in parte aperto
aprir il calle a le dolci parole; ove pieni di tema e di sospetti, con bassa voce il loro martir coperto si facean noto, a la fosc' ombra e al sole:
indi solean a l' uno e a l' altro andare le lor dolci lusinghe e i lor sospiri senza timor d' alcun securi e sole; indi ciascun di lor solea accusare
il muro adverso a' suoi dolci desiri, cui dicevan piangendo: Invido muro, perché del nostro duol diletto prendi? Perché con più pietoso occhio non miri
i martir nostri, e 'l pianto acerbo e duro? Perché sì come il dolce fiato rendi de l' uno a l' altro, non lasci che insieme si congiungano i corpi amati e cari?
E se pur troppo è ciò, ché ne contendi almeno i dolci basci, che la speme n' ha più volte promesso e i voler pari? Né però ingrati siam, ma ognun di noi
ti rende grazie ch' abbi il varco dato a la voce, de' nostri casi amari fido messaggio; e 'l ciel preghiam che i tuoi sassi difenda con eterno stato
dal tempo avaro, e da le sue ruine. Indi dal fosco de la notte spinto a forza a dipartir, prendea commiato, e le parti del muro a lui vicine
basciava ognun di pallidezza tinto: ma non sì tosto la vermiglia Aurora, di gigli ornata il crin, cinta di rose, il ciel di bei colori avea depinto,
che fean ritorno a sì dolce dimora. E poscia che più volte con dogliose voci, con mormorio basso, lagnati si furo invan de la nemica sorte,
ciascun di loro ardito si dispose gabbar l' accorte guardie, e i dispietati parenti, e uscir de le paterne porte, e lasciar la città; ma perché errando
non andasser d' intorno a l' ampio piano per queste e quelle vie lunghe e distorte l' un co' piè e col pensier l' altro cercando, dissegnan di trovarsi non lontano
al sepolcro di Nino, là ove adombra il verde piano un gelso alto e frondoso: era del marmo a la sinistra mano un gelso antico, che con la fresc' ombra
tenea un lucente e puro fonte ascoso, di bianchi pomi allor superbo e carco. Così tra lor fermato il lor disegno, aspettavan che 'l ciel lasciando ombroso
a por giù in occidente il caro incarco gisse Pirroo; e già colmi di sdegno accusavano il dì, che pigro e lento in grembo a l' Occean facea ritorno.
Ma tosto che la notte, avendo a sdegno ch' Espero ancor co' be' raggi d' argento a suo mal grado prolungasse il giorno, venne vestita di stellato manto,
l' accorta giovenetta, il vago viso velata, uscì for del natio soggiorno: già col tremulo lume apriva alquanto la Luna il fosco de la notte, e fiso
mirava i dolci furti degli amanti, ond' ella in tai parole a lei rivolta sciolse la lingua: O Dea, se mai conquiso avesti il cor dai chiari lumi e santi
de l' amato pastor, benigna ascolta le mie parole, e le mie colpe iscusa: tu ancora fosti amante, e i lamii sassi t' han veduta dal ciel più d' una volta,
ne la più bella e chiara luce chiusa, sospinta dal desio mover i passi per soggiornar col caro Endimione. Così dicendo, a la gelata fonte
col solicito piè vicina fassi, e sotto al gelso ad aspettar si pone senza temer di fere oltraggi od onte: in questa, ecco apparir molle e schiumosa
di caldo sangue una fera leona, che per spenger le voglie ingorde e pronte, veniva a l' acque in vista empia e sdegnosa: vedela Tisbe, e'l bel loco abandona
più che pardo legger veloce e presta, ché la tema a' suoi piedi aggiunse l' ale: e mentre fugge, e che 'l timor la sprona, le cadde il bianco vel de l' aurea testa;
né per ciò ferma il corso, anzi il mortale periglio a pena di scampar si crede, quantunque ombroso speco l' assecura; ma che giova esser salva, se l' assale
novo timor e più che pria la fiede? Or ha del giovenetto altra paura, che nol veggia la fera, o che non possa fuggir da l' unghie irate; et a Diana
rivolta con la mente umile e pura, dice: Deh santa Dea, se forse mossa t' ha il nostro error a vendetta empia e strana, perch' io lassi il tuo coro e le compagne,
e 'l pregio virginal, rivolgi l' ira contra me, ch' ho peccato, et allontana da lui la pena, né voler che bagne sì puro sangue fera cruda e dira.
Poi ch' ebbe l' animal fero e selvaggio spenta con l' onde l' assetata voglia, tornando ne le selve alte, rimira, e vede ne l' erboso ermo viaggio
de la fanciulla la caduta spoglia, e con la bocca, e con l' unghie di sangue ancor tinte, lo squarcia in mille parti: trovala il giovenetto, e come foglia
conoscendola trema, e mesto langue pur temendo di lei; ma poi gli sparti vestigi vede de la cruda fera, e di sangue macchiato il caro velo,
grida: Mai non potrà morte levarti a quest' alma, a seguir pronta e leggiera le tue orme onorate insino al cielo, spirto gentil; anzi una notte insieme
ne torrà al mondo cieco e a questa vita. ahi infelice, io fui certo e nol celo cagion del tuo morire, alma mia speme, io sol t' ho, vita mia, morta e tradita,
che commandai che ne la notte fosca venisti in lochi strani e paventosi, né prima venni con la destra ardita a far securo il calle. Oh, se s' imbosca
qui fera alcuna in questi lochi ascosi, venite a lacerar questa nocente carne, di viver più sdegnosa e schiva, perduta la sua pace e i suoi riposi.
ma che dic' io? di paventosa mente è 'l desiar d' esser di vita priva! Così dicendo il rotto velo accoglie, e sotto l' ombra il porta, ove dovea
gli amorosi desir menar a riva, e di lagrime il bagna, che le doglie gli aprivano del cor, dove n' avea una profonda e non mai secca vena;
indi basciatol mille volte e mille, con dolorose voci alto dicea: Anima bella, che sol per mia pena col raggio de le luci alme e tranquille
facesti il ciel di tue bellezze vago, ond' or t' ha tolta a forza, aspetta almeno che tinto il ferro di purpuree stille venga con te, con cui solo m' appago;
non gir senza ques' alma al bel sereno del terzo ciel, dove t' aspetta Amore; né ti sia men che in questa vita grato ch' io porti i tuoi pensier meco nel seno,
tu teco i miei; e del commesso errore perdon umil ti cheggio: e poi che stato, lasso, son io cagion de la tua morte, finiran teco insieme i giorni miei.
Così detto, col ferro il manco lato ardito si trafisse, e aprì le porte a l' alma, apparecchiata a seguir lei, che già credeva esser nel cielo ascesa:
non ha ancor de la piaga alta e profonda ritratto il ferro, che i suoi lumi rei comincian a sentir l' ultima offesa di morte; e grave già nebbia circonda
il vago e bel seren del giovenetto: cadde in terra supino; e come suole talora se per forza è chiusa l' onda in qualche lunga canna o vaso stretto,
dov' abondi ad ognor, tosto ch' al sole mostrar si pote, e vede aperto il calle, soave mormorando in aria sale, e d' esser stata chiusa alto si duole,
così il sangue salia, tal ch' a le spalle giva del gelso, et al bel crine eguale, e 'l facea molle di purpurea pioggia: i bianchi frutti, di sangue macchiati,
cangiar l' abito usato e naturale, e si mostrar con disusata foggia di vermiglio color tinti et ornati. Ecco timida ancor la Donna riede,
e l' amante cogli occhi e col desio va ricercando, vaga degli andati perigli dar contezza, e farli fede; e vedendo ne' frutti il lor natio
color cangiato, sta dubbiosa e incerta se quel sia il gelso ov' era stata pria: ma mentre sta suspesa, scorge un rio di sangue, di che l' erba era coperta,
e vede il poverel, ch' ancor avia alcun spirto vital, tutto tremante; subito paventosa il volto tinge di pallor di viola, e si desvia
dal pensier primo, e volge ambe le piante: pur l' amorosa tema la sospinge, e torna, e mira, e riconosce alfine esser il caro amante, e 'l suo diletto.
Pensi chiunque amor ne' lacci stringe se fu grave il dolor: l' aurato crine tutto si squarcia e si percuote il petto, et abbracciando il corpo amato e caro,
bascia il gelato viso, e le ferute bagna di pianto con doglioso affetto, e 'l sangue caldo ancor col pianto amaro mischia, gridando: O mia vera salute,
o di mia vita albergo, unico bene di questa miser' alma, ove dimori? qual caso mi t' ha tolto? hai già perdute le voci? non rispondi a la tua spene,
Piramo, a Tisbe, ai tuoi graditi amori? deh Piramo, rispondi, or che ti chiama l' amata Tisbe tua! Al caro nome gli occhi coperti di mortali orrori
misero aperse, e con pietosa brama gli affisò nel bel viso e ne le chiome, indi li chiuse in queto sonno eterno. Mentre Tisbe si lagna, e 'l freddo viso
basciando, lava le terrene some (il mondo e più se stessa avendo a scherno) di caldo pianto, rimirando fiso vide la spada ancor di sangue molle,
vide il suo velo lacerato in terra; e conobbe ch' avea se stesso ucciso: allor gridò, come furiosa e folle: La tua mano, e 'l mio amor t' han fatto guerra,
misero, ma ancor io ho mano ardita, e amor, che insieme mi daranno ardire di scioglier l' alma, che rinchiude e serra questo carcer terreno; a l' altra vita
ti verrò dietro, e se del tuo morire io son stata cagion, sarò compagna, ché morte (ancor che ciò sola potea) non mi potrà, mio ben, da te partire:
avaro invido ciel, chi ne scompagna? chi mi ti toglie e fura, or ch' io dovea viver teco felice vita e lieta? Attendi, anima cara, il passo affrena,
ch' io vo' teco venir, come solea mentre mi fu benigno il mio pianeta; arbor, che già ricopri la terrena spoglia mortal d' un amante infelice,
or per coprir di doi, conserva i segni di tal pietà, sì che si spenga a pena la memoria, ma 'l tronco e la radice tua, del sangue di doi molle, s' ingegni
di produr frutto che conforme sia ad ambi i sangui, e testimonio vero di nostra morte ai peregrini degni che qui addurrà pietate e cortesia.
Così detto, sul ferro crudo e fero appoggiata col fianco, il freddo core trafisse, e mandò l' alma ignuda e sciolta a ritrovar per solingo sentero
l' altra (forse salita al suo fattore). L' arbor del novo sangue un' altra volta asperso, di color negro et oscuro vestì i suoi frutti; e di pietate adorno,
perché sì rara fé non sia sepolta, memoria tien del caso acerbo e duro; e terrà ognor, fin che fia stanco il giorno di far dietro a l' Aurora a noi ritorno.
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