Skip to content
1493–1569

100

Bernardo Tasso

Voi meco fuor de l' acque fresche e vive, de' vostri cristallini antri e muscosi, Ninfe del picciol Ren, voi meco a paro, degli usati diletti al tutto schive,

piangete il gran Luigi, e con pietosi accenti accompagnate il duolo amaro: così non sian di verdi erbe o di fiori unqua spogliate dal caldo o dal gelo

le vostre rive, e 'l puro fondo e chiaro turbato da la pioggia o da' pastori. Qual terra ti teneva, o qual del cielo, Marte, lucente giro, allor che acerba

morte, morte crudele, il fatal crine svelse, e sciolse da l' alma il terren velo, quand' anco era sua etate in fiore e in erba? Roma allor non ti vide, o le latine

piaggie, ove far solei lungo soggiorno, ch' avresti udito in voce alta e dolente lagrimar de l' Italia ogni confine. Lui piansero le piante, e d' ogn' intorno

spogliar d' ombre il terren, lui dolcemente pianser gli augelli; e 'l gran padre Appennino, uscendo fuor del cavernoso monte, si volse contra il cielo, e feramente

accusò i fati, e 'l suo crudel destino, e fece ai bianchi velli oltraggi et onte; s' udì il Mincio lagnar pien di tormento, e spogliato di gioia e di diletto

turbar il puro suo lucido fonte: Gonzaga, Garda, Clio senza ornamento, Efire e Drimo, con pietoso affetto e co' begli occhi molli al cielo alzati

venner gridando: O Dei, Dei date aita al giovene sì degno e sì perfetto; cangiate il reo destino, e gli anni usati donate a lui di questa dolce vita.

A questo grido al suo dolce natio nido, lasciando quelle piaggie erbose, fuggì ogni fera timida e smarrita; a questo grido il gran Benaco uscio

de l' onde allor irate e tempestose, e pien d' auttorità grave e senile, disse: A che più versar sì amaro pianto? A che invano star meste et angosciose?

Non giova con parlar caldo et umile pregar la morte, che per mesto canto non apre di pietate unqua la mano: così piace a colui che tutto vede.

In questa egli sentendo il frale manto spogliarsi l' alma, e ne l' alto Occeano tuffarsi il Sol de la sua vita, diede a l' aura un sol sospiro, indi al Fattore

col volto di grand' animo depinto rivolti gli occhi e 'l cor, con pura fede disse: S' unqua giovai, con quel valore che tu mi desti, altrui; se mai sospinto

dal zelo del tuo amore, oneste parti dofendendo, salvai ragione e 'l vero, lasciando del mio sangue il terren tinto; e s' io posso giovar, tu che comparti

i giorni nostri, e vedi ogni pensiero, deh non voler de l' immatura etate coglier il fior; e se di morte il mare pur solcar mi convien, tu mio nocchiero,

tu Tifi, a le tue rive alme e beate conduci il legno, e nol lasciar errare lungamente lontan dal vero porto. Così detto, un tremor freddo e gelato

ne l' ossa entrò de' circonstanti, e alzare s' udir le grida al ciel, ch' a sì gran torto noi di spirto sì degno avea privato. Allor nascose il Sol gli ardenti raggi,

e temé il mondo oscura notte eterna; tremar l' alpi nevose in ciascun lato; affrenarono i fiumi i lor viaggi; l' aer si fe' come se irato verna;

e voci si sentir orrende e strane gridar per selve tacite et ombrose; Etna mostrò d' ogni sua parte interna voraci fiamme; e pallid' ombre e vane,

ne la sembianza crude e paventose, scorte nel fosco de la notte furo; il Re de' fiumi altier, con l' urna aperta largando il frendo a l' onde alte e schiumose,

uscì dal gorgo suo profondo e scuro, e la campagna non ancora experta l' ira de l' acque inondò tutta: e seco con la greggia portò il securo ovile,

e di pesci lasciò l' erba coperta; sentì i lupi ululanti a l' aere cieco l' antica Roma, e con doglioso stile gli augei di tristo augurio alzando il grido

cantar l' acerbo fato; il ciel, che pria tranquillo era e seren, con voglia ostile mostrò comete ardenti ad ogni lido: sentir dal ciel con tempesta atra e ria

cader fulguri ardenti e monti e valli. Allor veduto avresti la sorella, coi crini sparsi, e senza leggiadria, in vesta vedovil chiari cristalli

versar dal cor per l' una e l' altra stella: a Cefalo giamai la bianca Aurora non sì mostrò si vaga; al dolce Adone, né al caro Marte suo Vener sì bella:

piange ella, e seco piange e l' aere e l' ôra, gli arbor, le fere, i sassi e le persone. Asciuga Amor i lumi, i lumi belli, che gli dan tanti onori e tante spoglie,

sol co' quali guadagna ogni tenzone; la gentil Pasitea l' orna i capelli, e ne l' ordine lor sparsi raccoglie con le sorelle. Intanto ella dolente

gridò: Caro fratel, frate a me caro via più che gli occhi miei, chi mi ti toglie? Teco i piacer di questa stanca mente, teco, fratel, de la mia vita il chiaro

e dolce seren porti; or che mi resta, misera, senza te, saldo sostegno del nostro onor? ah cielo invido avaro, a che di tanto bene arricchir questa

vita mortal e questo mondo indegno, per sì tosto ritorlo? or quando mai vedrò cosa che piaccia agli occhi miei? Se teco vissi in terra, era ben degno

che teco in ciel vivessi, e poi che i guai partisti meco, e i dì infelici e rei, perché non parti meco anco quel bene dov' or t' inalzi? e perché nel viaggio

strano mi lasci ir sola, e non mi sei fidata scorta da quest' erme arene, da questo mondo inospite e selvaggio, a la vita miglior? Tu, come l' ombre

scaccia dagli alti monti il chiaro sole, portando il giorno con l' ardente raggio, così con la tua vista hai spesso sgombre da quest' alma, dov' eran gravi e sole,

mie noie, e la lor nebbia folta e scura. Né più dir poté, ch' a la lingua il freno pose il dolor: ma in vece di parole percotea l' aria di singulti, e dura

a se stessa e crudele, il molle seno si squarciava, e le guancie e l' aureo crine. Pianse del suo dolor più giorni il cielo senza mostrarsi mai chiaro o sereno,

tal che temé del secol nostro il fine la terra, e i dì di Pirra, e freddo gelo assalse il cor de' miseri viventi. L' Ollio più puro che l' elettro l' onde

turbò, l' onde lucenti, e d' atro velo, d' atra nebbia si cinse, et a le genti per più giorni s' ascose: le sue sponde Luigi risonar, Luigi intorno.

Né più si veggion le sue Ninfe al vento spiegar le crespe e belle chiome bionde, né scherzar per le rive al lieto giorno; o ignude il bianco piè, nel puro argento

cacciando in schiera i bei pesci lascivi, or con l' amo pigliarli, or con la rete: più non s' ode pastor dietro l' armento sedendo lungo i mormoranti rivi

sonar la sua sampogna, e rime liete cantar d' amor a Galatea o a Clori; né più, come soleano, i lieti amanti ne la scorza d' un faggio o d' un abete

scriveno il nome amato, e i loro ardori: ma da sera a mattin querele e pianti s' odono in vece di canto e di riso; non mostra più la figlia di Latona

l' incerto lor camino a' navicanti con la tremula luce del bel viso, né d' Ariadna la lieta corona va dietro al carro de la bella Luna;

per far Eolo a Nettuno eterna guerra dai cavi tetti suoi fero sprigiona gl' irati venti, che ne l' aria bruna combattendo col mare e con la terra

svellen da la radice arbori e sassi, e sommergon le merci e i saldi legni; il vasto gorgo o i navicanti serra ne l' alto fondo eternamente, o lassi

gli adduce al lito di sals' onde pregni. veggionsi al Dio del mar su per le rive tavole pinte, e veste umide appese. Ma tu, spirto gentil, forse non degni,

forse non curi le lagrime vive sparse con puro affetto, e ad altro intese hai le tue luci, ne la chiara fronte di quel Motor eterno de le stelle;

e con le voglie del suo amor accese godi de' ben celesti, e nel suo fonte bevi il nettare sacro, e di novelle gioie ti pasci: a te sorgon gli amori,

a te Venere ride, a te il gran Marte orna l' ampio suo giro, e le più belle cose dispensa, perché più t' onori; e ne la più sublime e degna parte,

sovra gli spirti già per fama egregi, t' inalza un seggio d' oro, e le corone de le vittorie tue quivi comparte: tal che gli antichi eroi, gli antichi regi,

Cesar Pirro Alessandro e Scipione, a l' alta tua virtù rendendo onore, ogn' altra compagnia prendeno a schivo; né si sdegna Virgilio e Cicerone

venir a spender teco i giorni e l' ore. Salve dunque, Luigi, illustre e divo, io, benché sprezzi il don basso et umile de le lagrime mie, mesto ti spargo

narcisso, calta, nardo e semprevivo, sempre verde amaranto; e eterno aprile prego a la gloria tua, sì che letargo non spenga del tuo onor la chiara tromba:

tepido il verno, e men calda la state abbia il cenere tuo; cortese e largo di fiori ogni pastor sparga la tomba; e le ninfe più belle e più pregiate

portino a l' ossa, al tuo dolce riposo pieni canestri d' odorati gigli: le cetre ogn' anno chiare et onorate cantino a gare il tuo nome famoso,

sì che del tuo valor si maravigli il mondo ognor, co' suoi futuri figli.

Cookies on Poetry Cove

We use cookies to remember your language preference and — only with your consent — to learn how Poetry Cove is used. You can change your mind any time.
100 · Bernardo Tasso · Poetry Cove