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1438–1488

XXIV

Bernardo Pulci

Avea di nostra vita stanca e brieve corso già più del terzo del camino che con seco ne porta il tempo leve, quando, dubioso al mie fero destino

pensando, ov'ogni cura si discioglie, venuto il giorno già fatto vicino, una donna leggiadra in ricche spoglie m'apparve innanzi con le chiome d'oro,

coronate di gemme e sacre foglie. Pareva in vista del superno coro discesa, da stupirne ogn'intelletto, forse divin, non che 'l mie basso e soro.

Ma poi ch'assai propinqua al mie cospetto porse la man con sì dolce parole ch'ogni mesto pensier cacciò del petto, i' ero attento al viso, come suole

chi vede cosa che la dubbia mente aver già vista rimembrar si vuole; e cominciai con boce bassa e lente: «Dimmi chi se', che da' mie doppi danni

par misurata sì piatosamente!» «I' son colei che già ne' tuo prim'anni — disse — t'apparvi, e che ti scorsi in prima la via da sciôrti da' tenaci inganni,

e quella che tu già laudasti in rima, assalendo sì grati e dolci versi che ti potevon far degno di stima. Ma po' che vidi i tuo pensier diversi

drieto a mille speranze dubbie e vane, che partoriscon casi sempre avversi, volsi da te le luce un po' lontane, non che teco non fussi sempre 'l core,

quasi pensosa di tuo voglie insane. Ma tu che piangi? o qual grieve dolore t'affligge sì che dal tuo primo stato ti mostra tanto trasmutato fore?»

«Piango l'avverso mie sinistro fato, la mia più ch'altra sorte acerva e dura — rispuosi a lei con volto umile e grato. — E certo, se 'l mio mal non si misura,

pensando al tempo dov'io m'aparecchio, egli è giusto il dolor che 'n me si cura». Come chi fermo tien l'acuto orecchio alle parole e già la mente attesa

a dar risposta a uom maturo e vecchio, così colei, da poi ch'ell'ebbe intesa la mie querela, e 'n sé tutto raccolto, cominciò, quasi di pietate accesa:

«O cieco! o veramente insano e stolto, che piangi quel che chi fra voi più 'ntende acquista sempre e perde con un volto, dove questo voler vostro s'intende

di questi doni instabil di Fortuna? qual è questo desir che sì v'accende? Quanto tra voi si cerca e si raguna che altro acquisto che di cose incerte,

dove salute mai s'intende alcuna! O fidanze fugace! o mente inerte, ché si v'abaglia questa cieca vista, che vi fa ignoti nelle cose aperte!

Se perdendo di vizio altri n'acquista spesso fama nel mondo e 'n ciel vittoria, ben è folle colui che se n'attrista. Ché pur sempre cercate vostra gloria

dove posta non è, fuggendo tale che lascia sol di voi degna memoria? Miseri, il tanto vaneggiar che vale? ché tanta cupidigia al cor vi tocca

di cose al fin pestifere e mortale? Ignota turba, temeraria e sciocca, reputando colui vero felice che d'ogni parte d'esti ben trabocca,

se quel ch'a te veder già mai non lice potessi allor, conosceresti scorto che quel che più n'abbonda è più 'nfelice. Ma, perché il tuo veder è tanto corto,

convien che' cibi tuoi sien sogni e venti e che 'l tuo giudicar sia sempre torto. Doppo brieve desir, quanti tormenti vi porgon questi che vi son sì cari;

doppo un lasso riposo quanti stenti, paure, incendî manifesti e chiari, rapine, istorsioni, sdegni ed ira, con certi dolci più ch'assenzio amari!

Disordinato gusto, che vi tira come gli piace per sentier non degni, e cresce quanto quel ch'ognor desira! Quant' angusta la via de' sommi regni!

quanto misero e stolto è quel che crede salire a quei per sì contrari segni! Felice no quel che di lor possiede, contrario all'uso che dimanda poco,

ma quel che con virtù nulla richiede! Antica fiamma, inestinguibil foco, acro, mesto diletto e dubia spene, lungo tormento a sì penoso gioco,

o più d'altro sicuro odiato bene, grata, vera quïete e dolce affanno, dove sempre si cerca opre serene! Felice inopia, avventuroso danno,

possedendo costei, s'altri si scioglie da sì gran cura e manifesto inganno! Se pur seguite queste umane voglie, queste pompe mortal caduche e grievi,

dove alcun frutto mai dolce si coglie, fuggon vostri desir contrari e brevi, veloci in alto come avvolti fumi o come fiori o frondi al vento levi;

sì che, seguendo questi van costumi, arde sempre il desir, perché non puote nulla nel foco star che non consumi. Ma qual di voi nelle più degne rote

giunto, che nol minacci un'altra sorte di più cader con suo potenze mote? Quanti vari pensier precisi ha Morte, quanta ignoranza giù fra voi si spande,

qual da Dio vi dilunga per vie torte! Avventurato secol, che di ghiande contento sol, non già con tal malizia facesti el tuo valor sempre più grande!

Non dico tanti essempli; alcun ne 'ndizia chi vende il sangue dov'ogn'uom si fida dove il conduca suo crudel nequizia: Polinestor, Pigmalione e Mida

a che stremo furore o Crasso d'oro, qual, più che sazio più oro non grida. Non per divizie o per cercar tesoro meritò fama Curio e 'l buon Fabrizio,

Valerio e gli altri che seguîr costoro; né tanti saggi, d'ogni virtù inizio, tanti e clari inventor d'ogni memoria acquistâr lode per seguir tal vizio.

Non assunta Maria a tanta gloria, non Pietro eletto e quel ch'è sempre santo sotto cotal milizia transitoria; non si vestì Colui di questo amanto

che diede al fermamento vostro effetto e che vi tolse dall'eterno pianto. Ma, ritornando al mio primo soggetto, questo cieco desir che ti tormenta,

mostrandoti pel ver contrario oggetto, discaccia, isgombra e tuo salute tenta in chi s'attende ogni dolcezza intera e che può vostra mente far contenta!

Quinci fama immortale e gloria vera, di qui seguendo la suo santa luce, vedrai quanto pel vulgo in van si spera. Ma per ciò che 'l cammin ch'a lei n'adduce

non è concesso sanza degni frutti, arai sempre me guida, scorta e duce». Così diss'ella. Ond'io, ch'avea già tutti i sensi accesi, come seppi, a lei

mossi, sendo già gli occhi alquanto asciutti. O luce, o sol conforto a' pensier rei, qual prego, qual voler, qual merto degno sì grata oggi t'ha mostra agli occhi miei?

Quanto ne fia concesso al basso ingegno, sarà sempre tuo nome ornato e chiaro, bench'i' sie di contar tuo laude indegno. Quel c'ho gustato già nel mondo amaro

han fatto dolce i tuo sembianti adorni, ma veggio al mie fallir breve riparo; onde convien ch'i' maladica i giorni perduti e quel disio ch'a forza nacque

di mercé degne e d'ogn'infamia e scorni. Quanto dolce pensier nel petto giacque, quando ti vidi, e poi quanti sospiri ch'i' segui' quel che sempre mi dispiacque!

Più volte già ne' mie stanchi martiri per seguir tuo sant'orme mi rivolsi, ma troppo posson questi uman desiri. Più volte per aprir la voce accolsi

quel che dentro nel petto si celava; né pote' mai, di che mi dolgo e dolsi. È quel che più m'offende e più mi grava ch'i' veggio il tempo andar, più ch'un baleno

veloce, d'esta vita oscura e prava. E quanto appresso al tuo stato sereno mi fia lecito viver, m'è nascoso per contemplare il loco tanto ameno.

Ma dimmi, se 'l voler non è tropp' oso, almen s'alcuna volta i' potrò fiso mirar gli occhi tuo vaghi e 'l mio riposo». «Potrai, quanto 'l tuo cor non sie diviso

dal mio» rispuose alquanto ritardando. E, così detto, i passi torse e 'l viso. I' volea dir più altre cose, quando, sendo già Febo all'orïente giunto,

si partì quella donna salutando e 'l sonno drieto a lei quasi 'n un punto.

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