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1438–1488

XCIV

Bernardo Pulci

Salve, diletto e glorioso legno, salve, confitto in su la santa croce, per cui l'uman lignaggio è fatto degno! Spira nel petto mio, sì che la voce

possa, piangendo, del tuo gran martire aprire alquanto, che per noi ti nòce. O benigno, clemente e giusto sire, che pel nostro peccar volesti scendere

di cielo in terra e le tua grazie aprire! Essendo vero Idio, degnasti prendere umana carne e, tua bontà servando, a tutto 'l mondo le tue braccia stendere.

Quanto la tua pietà mostrasti, quando quel che 'l mondo per sé non potea tôrre recuperasti, il tuo sangue versando! Non dovendo impunito il fallo sciôrre

per la tua legge, tua iustizia e cura, a tua gran potestà volesti opporre. Né potea l'uon, finita creatura, peccando contro all'infinito Bene,

esser sufficïente a tal fattura; ma, passando esso el termine, convene satisfar lui legato a tanti eccessi, per rivocarci nell'antica spene.

Onde fu necessario e che dovessi crïatura perfetta esser congiunta con Dio, dove s'agiunse, e che potessi. Dunque, vera passibil carne assunta,

a noi suo regno destinato aperse; onde più larga speme al mondo è giunta. Così vittima a noi se stesso offerse e per suo gregge, come buon pastore,

e fame e sete e passion sofferse. O mirabile effetto, o grande amore, che, ricomprando il secol oggi adorno, si mostra assai che nel crear maggiore!

Sendo del tuo martir presente il giorno, nel monte orasti con dolor sensibile, come di nostre spoglie cinto intorno, dicendo: «Padre mio, s'egli è possibile,

questo calice dur da me sia tolto; se non, come tu vuoi, s'egli è impossibile»; di sanguigno liquor bagnando il volto, nostra fragil natura si dimostra

e tua virtù dal primo effetto volto. Venuto il tempo alla salute nostra, da sì vil turba voluntario oppresso, abracci quel che ti tradisce e mostra.

Ahi, cupidigia! ahi, velenoso eccesso, ch'a sì vil prezzo il tuo maestro vendi, a te suo corpo e suo sangue concesso! Poi ti diffidi di sua grazia e rendi,

correndo al laccio, la pecunia inorma, onde più ch'al principio pecchi e scendi. Fuggita è del pastor l'amata torma, Pietro tagliando nella dura sorte

quel che formato la tua man riforma; ché pensi tu quel che l'eccelsa corte seco non vuol da un discepol solo essere oggi difesa di sua morte.

Così nel mezzo dell'armato stuolo legato e vinto, come al primo furo si convenia pel suo delitto e dolo, menato ad Anna ed a Caifas duro,

dove tu sia beffato e più deriso con simulati testi e falso giuro, quivi sputato crudelmente il viso, così da quella man che tu formasti

battuto inanzi al duro servo assiso, dicendo essere Idio, quanto peccasti o sacerdote, che la veste irato spogliando, allor te d'ogni ben privasti!

Di qui nel gran pretorio di Pilato, quinci ad Erode, da Erode a quello ritorni, il qual non trova in te peccato. Quivi s'adoppia ogni tuo gran fragello,

quando per tema a quella gente prava ti rende a' lupi, un mansueto agnello; poi sopra al sangue tuo le man si lava, come se forse la pulita palma

purgassi quel che più la mente agrava. Omè, ché Pietro, che volea por l'alma per te dianzi, negò la terza volta, onde gli giunse al cor sì grieve salma.

Ma, tua vera pietate a lui rivolta, rilevò presto la sua mente alquanto da lui, per tema oltre al voler disciolta. Felice pietra, o lacrimar tuo santo,

ché nella tua fortezza solidata dove non mancò zelo abundò il pianto! In te non dilezion già simulata oggi il Maestro tuo discerne e mira,

ma sol la tua costanzia esser turbata. O benigno Fattor, qual degna lira giugne a tanto misterio presso al segno, per mostrar la tua doglia acerva e dira?

Tu che, formato l'uno e l'altro regno, oggi di spine incoronato e tinto di sangue il volto prezioso e degno, portando in collo il tuo suplicio avinto

al crudel monte, alle spietate soglie con tanta ingiuria strascinato e spinto, quivi nudato, e le tue sante spoglie già per sorta divise, onde la voce

del gran profeta si dimostra e scioglie, confitto apresso e su levato in croce fra dua ladron con sì crudele offensa da gente ingrata, iniqua, aspra e feroce,

o pietà grande, o caritate immensa, voci che mille e mille cori accendono di quella turba essiziale infensa, «Padre, perdona a questi che m'offendono»

dicesti, posto in così gran martoro, «perché quel che si faccin non intendono». Ove c'insegna, perdonando a loro, quanto all'alma gentil lasciar la 'ngiuria

e pregar pel nimico è bel tesoro. A quel ch'è a destra teco a simil furia, confessando te Idio, non per dottrina, oggi prometti la tua degna curia.

A dichiarar tua potestà divina non derelitta e ch'è del cielo aperta la via per la tua morte a noi vicina, alla tua madre lacrimosa, incerta

vòlto, mostri Giovanni per suo figlio, al qual commendi lei con voce aperta, dicendo: «Donna», a non turbargli il ciglio, essemplo a noi quanto l'amor materno

servar convenga in ogni gran periglio. Poi con gran voce al tuo Padre superno «Elì, Elì, Signor, perché lasciato?» Signor, dicendo

benigno Padre d'ogni colpa scemo, ch'ancor non sazio di cotal suplizio, per rivocarci al tuo regno supremo, nel quinto verbo tuo dicesti: «Sizio»

sì natural, sì del tuo men fedele armento, che t'ha posto a tanto essizio, al qual portò la manna. Il vin col fele gusti; così mutata, la tua vigna

oggi t'ha dato aceto aspro e crudele. Ma non cessando tua bontà benigna, quasi le voglie tue tutte adempiute per riparar l'uman gregge maligna,

- Consumato - dicendo, ogni salute nostra è perfetta, ogni scrittura impleta, dove tutte le grazie son compiute. Ogni turba celeste, ogni profeta,

ogni figura, ogni misterio è giunto, ogni vate e sibilla oggi quieta. Come nel legno il primo fallo assunto, oggi pel legno al Sommo Ben si varca,

il qual Iacob al ciel vide congiunto. Così Noè salvato fu nell'arca, onde la schiatta sua degna risurga, che fu di grazia e di spendor sì carca.

Così il serpente dove ogni uon si purga fu posto in alto dal gran duce antico, al qual benigno il ciel par che assurga. Col legno similmente il gran nemico

tuffato e vinto, con la virga il mare diviso, quel ch'a Dio fu tanto amico con essa già converse l'acque amare in dolci e fuor del duro sasso atinto

liquor, donde la sua potenzia appare. Simile il popol da Malech vinto, levando in croce Moisè le mani, così l'altar d'Abram del legno è cinto.

O ciechi, stolti e miseri profani, che più dunque vi resta che v'accenda a sì grato pastor, diversi cani? Gesù inclinato nelle man commenda

lo Spirto al Padre, onde il principio venne, sì che ogni nostro fine a lui si renda; alla qual voce e morte non sostenne e cielo e terra, che s'aperse e scosse,

né labefatta sua natura teme. Così ciascuna pietra si percosse e ruppe insieme ognun degli elementi. A sì terribil voce si riscosse

tanti corpi beati in monimenti, a far ciascun del suscitare attenso, aperti al suon di sì pietosi accenti. Simile il sol, da' sua raggi dimenso,

nella più densa notte il giorno aduce, per la pietà del suo Fattore immenso, volendo insieme la sua degna luce finir col suo Motor, lasciando il cielo;

ma nol consente sì benigno duce. Così del tempio ad imo a sommo il velo diviso, mostrò ben ch'alcuno obietto non potea più celar l'eterno zelo.

Ecco ch'ancor non sazi, il santo petto ferito, onde acqua e sangue manifesta redenzione e battesimo perfetto, Maria, più ch'altra sconsolata e mesta,

che gusti ogni tormento, ogni atto crudo, dove nostra speranza e fede resta, omè, l'anima tua, omè, il tuo scudo padre, sposo diletto e figliuol pio,

a torto è in croce lacerato e nudo, per guida, essemplo a tutto 'l popol rio, ch'a seguir lui ciascun si spogli e privi d'ogni concupiscenzia e van desio,

perché gli occhi piangenti, anzi dua rivi, non rivolgi a costui? perché non stringi baciando e sua piè preziosi e divi? Forse per lui di non veder t'infingi

tanto misero scempio, o Madalena, che' tua capei del giusto sangue tingi. O veramente d'ogni grazia piena, tu ch'ogni colpa da te mondi e lavi

per fruire altra vita più serena! Dove se' Pietro, che cotanto amavi costui cogli altri dieci, o tu fedele Giovanni, posto in tanti pensier gravi?

Dura gregge di Dio troppo crudele, perché il tuo Redentore oggi non piagni, tanto che s'apri il tuo core infedele? Perché il volto di lacrime non bagni,

ingrata, col tuo cor sempre più tardo? Perché Maria col duol non acompagni? Omè, ch'i' tremo, io mi consumo e ardo quel che colpa e ignoranza tien coverto

aprir, dolce Gesù, quand'io ti sguardo! Benché ogni effetto a te sia sempre aperto, ogni nostro volere, e che tua grazia passi sempre di lungi il nostro merto,

pel giusto sangue tuo, di che si sazia oggi l'umana spezie e che tu versi tra gente cruda alla tuo doglia insazia, per tanti acerbi, crudi e sì diversi

tormenti e per ciascuna santa piaga, ove restoron vinti i nostri aversi, per la tua morte, che nel mondo appaghi ogni cor impio da' tua lacci sciolto,

propizia e degna d'ogni ben presaga, perdona al popol tuo, benché rivolto per contrari sentier, com'altri il guida, nell'umane delizie fisso e involto!

Perdona alla mia patria, che si fida troppo con seco nella tua clemenzia e che solo sforzata «Merzé!» grida! Perdona a me, che, nella tua presenzia

piangendo, scrivo come mille offese per dimostrarci la tua gran potenzia perdonasti in un punto a quel che chiese perdon morendo, benché poi né pria

non si trovassi don tanto cortese! E benché io non sia posto in compagnia con teco in croce dalla destra mano, onde sempre ogni grazia a noi s'invia

nella vendemmia del tuo sangue umano, ove giugnendo in tua figura santa ferisca il raggio nel mio petto insano, e se la contrizion mia non è tanta

suplisca e basti tua bontà perfetta, di che ciel, terra oggi piangendo canta. Volgi l'anima stanca a più diletta vita, questa tua ancilla a miglior foce,

dove lieta posar con teco aspetta lassù, cantando con più degna boce: «Salve diletto e glorioso legno, salve, confitto in su la santa croce,

per cui l'uman lignaggio è fatto degno!»

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