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1438–1488

XC

Bernardo Pulci

Io veggio, altera donna, il tuo bel seno colmo di gemme prezïose e d'oro, e l'antico tesoro recuperato, già posto in oblio.

Veggio l'aspetto tuo tanto decoro più che l'usato grazïoso ameno, e 'l tuo stato sereno pien di dolce riposo e di desio;

ogni altra cura, ogni altro pensier rio fugato, e posto in alto il bel vessillo, dappoi che 'l buon Camillo ha posto in pace la sua sposa Roma,

e la sua inculta ed arruffata coma ristaürato con alterna vice, tal che ciascun ti noma e loda bella donna, alma e felice.

Veggio il tuo primo Bruto, il ferro stritto mostrante al popol, di furor dipinto, tutto fedato e tinto nel casto petto di Lucrezia degno;

Tarquinio assente, già per forza spinto della sua patria e dello imperio affritto, con simulato amitto ridomandare il posseduto regno;

Virginio è giunto e con pietoso sdegno posto Roma e la figlia in libertate, onde sua nobiltate s'inalza e sua virtù clara s'aprezsa.

Così, donna gentil, tua gran bellezza da ogni parte duplicar si vede, sì ch'ogn'altra si sprezza; e qual più degna a tua dignità cede.

Venuto è Ciceron nel gran senato, e di Caton l'alto parer si prende; Cesare invan difende, fin che con ferro è di tacer costretto.

Lentulo oppresso in basso loco scende cogli altri giunti al loro ultimo fato, Catilina spogliato d'ogni sua speme è da Metello stretto;

Cicero patre della patria è detto e manifesta ogni cospirazione aperto, e di Pisone ogni segreto, dalla patria sciolto.

Di qui, donna leggiadra, el tuo bel volto con maraviglia ognor più splende e luce, dappoi che in te s'è volto pietosamente un sì benigno duce.

Ecco che 'l secol degno si rinova e di Saturno il primo regno torna, tal che più non soggiorna l'età del ferro, ove ogni mal s'adempli.

Tu, di leggi e costumi ornati adorna, rendi della tua madre antica prova; tanto essaltarti giova al buon Torquato con famosi essempli.

Vedi levar sommi edifizî e templi, oraculi, delubri e sacri fani con divini ed umani culti, decreti e plebisciti santi.

Dunque, l'oscure bende e' tristi amanti lèvati, donna, ché 'l tuo Scipio t'ama e mostrane sembianti, onde ne segue ogni tua gloria e fama.

Atene alla sua publica salute più pronto mai Temistocle non vide, né Tebe il grande Alcide o Paminonda in sua gravi perigli,

che tu vedrai con sua costante fide il tuo Fabrizio, e con maggior virtute da te già conosciute ben mille volte in sua santi consigli.

Costui non t'ha renduti tanti figli ch'eron già stanchi di chiamar merzede? O vero e degno erede del padre tuo, di che tanto ti dolse,

quel ch'a sua voglia Italia e 'l mondo volse e che tanto onorava i tempi nostri! Ma il ciel se lo ritolse per adornarne su gli eterni chiostri.

O fortunata e graziosa donna, giunta a sì degno e glorioso sposo, che sì lungo riposo ti mostra e 'nsegna con eterna vita!

Non è questo colui che sol fu oso di rivestirti di sì ricca gonna, viva petra e colonna, dove ogni nostra speme è stabilita?

Pòsati, bella donna, e con gradita virtù serba sì fermo e bel diamante, e le sue care piante onora e degna con pietoso affetto;

di che surger vedrai sì degno effetto che insino a' Parti s'udirà il romore, e 'l tuo nome fia detto felice al mondo con eterno onore!

— Lascia Trinacria con Caribdi e Scilla, canzon, bench'io non t'abbi ornata d'ostro, e cerca il lito nostro, dal qual più lunge or mi consumo e scarno.

Quivi la donna in sul bel fiume d'Arno vedrai, che serba il mio degno tesauro; non ti posare indarno fin che tu giunga appiè d'un verde lauro.

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