Lasso, quando per forza, Amor, da prima nelle tue reti giunto, vidi il cor di pensier leggiadri involto, poi che tue insegne gloriose in cima
vidi solo in un punto del mio lucido sol cangiare il volto! Misero, allor fu tolto ogni sperar, che mi potea far lieto,
gioir nel foco e ne' sospir contento! Così, d'ogni tormento colmo, di libertà già scosso e privo, amaro frutto mieto
d'un dolce riso simulato e schivo. Queste riviere lacrimose il sanno, queste campagne e boschi, ov'io già stanco i mia sospiri apersi.
E torna per mio strazio il decimo anno che co' be' rivi toschi cantando ho mostro le mie piaghe in versi; dal giorno in qua ch'io apersi
gli occhi a mirar costei che mi disface, pur non ebb'io un'or, lasso, tranquilla. Quel che dagli occhi stilla vedessi il cor che spegne ogni desire,
ov'io non chieggo pace, ma triegua o spazio al mio lungo martire! Qual ninfa o qual driada in questa piaggia del mio pietoso canto
con Ecco sventurata non si dole? Qual dea silvestra o qual fera selvaggia non conosce il mio pianto? Chi non vede il mio mal non vede il sole.
Qual dura legge vuole, Amor, ch'i' mi distrugga, e quel ch'io bramo fugga sempre dinanzi agli occhi miei? Qual fati o quale idei
in me senza ragione uson tal forza che sempre indarno chiamo chi di mia vita a me lascia la scorza? E pure in terra ogni animal che vive
dopo la sua fatica usa quanto di grazia il ciel ne 'nfonde. Chi verso il sol, chi nell'amate rive nella stagione aprica
suona dolci concenti tra le fronde; altri le più gioconde silve circunda e con più dolce tempre le rive, e boschi e' rivestiti colli;
chi ne' liquor più molli tiepidi lustra per la sua vaghezza, come natura sempre ciascuno al suo desir traendo avezza.
Ma io, da poi ch'a l'Ariete torna il sol nello equinozio e che Zeffiro spira più süave, ogni bel colle, ogni campagna adorna,
ogni sol lento ed ozio, fior, frondi e silve, ogni ruscel m'è grave, e le più oscure e prave spilonche cerco d'uno in altro scoglio,
ov'io canti il mio mal, converso in cigno; quivi non dio benigno, non pensier dolci o più tranquilla sorte chiamo nel mio cordoglio,
ma sol lei cruda e mia fortuna e morte. Quando nel mezzo del suo segno Apollo, nell'ora che più infesta, ogni pastor l'amata gregge acoglie,
nessun giovenco ha più l'aratro al collo, sol la cicala è desta, dormendo ogni uccelletto tra le foglie, qual con più calde voglie
fera s'asconde in solitaria valle, cercando l'ombre e' più gelati fonti; ma io, perché il sol monti, né l'acque tento né dal sol mi fuggo,
ma 'l più diserto calle cerco sempre, del foco ov'io mi struggo. Simile il raggio, qual l'uccel di Giove o qual fenice il foco,
accendo e seguo ov'io ardo e ritorno; poi, quando il sol più temperato move lasciando a poco a poco la Virgin colla notte, e, qual è il giorno
di ricchi pomi adorno il mondo è di liquor dolci e giocondi, quasi ogni pianta poi fredda si spoglia; ma l'ostinata voglia
sanza alcun frutto suo vigor non perde, né speme cangia o frondi per contraria stagion sempre più verde. Non neve alpestra o freddo, ghiaccio o pioggia,
da poi ch'al Sagittario contrario Febo ha volto ogni sua lampa, spegne l'alto desio che sempre poggia; ma, come l'un contrario
spesso l'altro risveglia, ognor più avampa. Lasso, chi fugge e scampa nelle usate caverne, allor che grave Giove tonante fulminando versa!
Ma la mia dura, aversa voglia contro seguir sempre gli piacque, sì come stanca nave che fugge ogni tempesta in mezzo l'acque.
Così per voi, donna, conduco e guido la mia misera, stanca vita, da poi che 'l sol discaccia ogn'ombra, finché ritorna al suo leggiadro nido
e che la luna imbianca la terra, quando il ciel la notte ingombra. Però, se il cor disgombra questi sospir, giusta cagione il regge,
perché, celando il foco, più s'accende. Se Amor né voi m'intende, pur fia chi gusti le mie rime in parte; ma così va chi elegge
sempre fra due la più contraria parte. — Canzon, di monte in monte, lasciando me qui dove Sieve nasce, ricercherai sol della mia fenice;
dove, se mai ti lice parlar con seco, di' che forte temo. Digli di che si pasce il suo servo fedel, giunto all'estremo.
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