Merzé, per Dio, Amor, ch'i' più non posso il grieve pondo che mi rompe e spezza el core e l'alma e quanti nervi ho addosso! Sott'ombra di diletto, in quanta asprezza
ha' tenuto mie vita soggiogata amando la fontana di durezza! O vita mia in mal punto criata, albergo e nido d'infinita guai,
da un'ardente fiamma accircundata, ch'ognora accende e folgora suo rai con sì cocente e perfide faville che morte stimo di men pena assai!
Chi tempo aspetta, ogn'ora gli par mille. I' sto pure a speranza, e 'l tempo fugge; gioventù manca e biltà si distille. Sento mie core involto in una rugge
che mille fiate il giorno in un momento come la brina al sol disfassi e strugge. Se mi giovassi pure el far lamento, fare' mi' occhi simili a duo fiumi:
i' piango, e piangerei per ognun cento. O dispiatati e sì leggiadri lumi, orati in tosco duo pungenti strali, in fronte al fiume de' degni costumi,
in vista gloriosi e non mortali; sol di me morte, per vostra vaghezza contro a ragione a me sì micidiali! O crudel giorno qual tanta bellezza,
per far mie vita brieve, a essa porsi mie vista, poi di lagrime ognor mézza! Deh, perché in altro loco non mi torsi o prima o poi istendendo mie passi,
non volendo mie vita sottoporsi? Ben credo che fortuna mi portassi traslatando mie cor di carne in esca, perché quel ch'addivenne m'incontrassi.
Come dal cielo alle volte par ch'esca un'ardente saetta, e giù s'appiglia, e secca l'erba ch' è florida e fresca; così duo razzi uscir sotto le ciglia,
ardendo con gran forza e gran valore, di quella a cui nessuna s'assimiglia; né altrimenti accesono il mie core come l'archiminata polver nera
quando del fuoco sente suo calore. I' ero come fronde a primavera tenero e verde d'anni giovinetto, del mie giorno a mattino, or presso a sera.
Ho consumato l'alma e 'l cor nel petto, el giorno sospirando, e poi piangendo quando ciascun si posa per diletto. Or, non potendo più, vinto m'arrendo
perch' i' mi veggio a tal termine giunto che morte s'avvicina a me correndo. Ma se 'l cor di costei fuss'ancor punto alquanto di piatà pe' mie' martiri,
di vita non sarei ancor defunto. Ti priego, Amor, con lagrime e sospiri, col tuo possente stral costei offenda ch'a me, com' i' a lei, suo luce giri,
e poi con umiltà mie prece intenda, matura su' acerba condizione, che del passato tempo facci ammenda. E per dar fine a tanta passione,
mi volto a lei con timorosa faccia colle luce stillando ginocchione, col volto chino e croce delle braccia: - Misericordia, pace e non più guerra;
merzé, prima che morte mi disfaccia! -. Tanto starò aggiunto sulla terra che converrà che piatà si discuopra a romper la catena che 'l cor serra.
Se 'n te è gentilezza, come ogni opra felice e degna par che 'n te possegga, la ragion converrà che stia di sopra. Prima che sopra a me ritto mi regga,
uscirà crudeltà fuor del tuo core, e tutto d'umiltà ripieno il vegga. In te è sapienza, in te valore; tu di biltà sopr'ogni criatura;
tu fiume di virtù, fonte d'onore. Intera d'ogni part' è tuo figura più ch'altra donna che mai fussi o sia, specchio di ciò che mai fece natura;
e ben ch'a me occultamente stia misericordia, ch' è madre d'amore, non ispero però che 'n te non sia; ché non fu mai sì filice signore
che veggendosi amar, s'egli è gentile, che lui non ami chi l'ama di core. Esaltando si vien nel farsi umile; l'umiltà piace sopra ogni altra cosa:
deh, non mi disdegnar, ben che simile non sia a tuo persona graziosa.
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