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1450–1529

XXV. - La ballata delle comari pettegole

Bernardo Giambullari

Po' ch' i' son suto pregato, vo' cantare una canzona, la qual fia onesta e buona riprendendo il vicinato.

I' vi priego in cortesia che vi piaccia d'ascoltare, perché la canzona mia vi potrà forse 'nsegnare

come vo' avete a fare quando insieme vi trovate. Quando all'uscio vo' filate sempre vi par un mercato.

Se vo' siate insieme trenta, ventinove ne favella: quell'una non si rammenta di trovar qualche novella.

Mona questa e mona quella, attendete a lavorare, e non tanto a cicalare, che vi venga meno 'l fiato!

Se in Talia si fa nulla, ne volete ragionare; se sapete una fanciulla la qual sia per maritare,

voi volete ricordare di che genti sie 'l marito, in che modo e' va vestito, se gli è ricco e nello stato.

S'una si fa alla finestra, tutte l'altre vi si fanno; a gracchiare ognuna è destra. Questo giuoco è tutto l'anno.

L'una dice: - El mie panno è andato cinque braccia -. L'altra dice: - La mi' accia vuol ancor un buon bucato -.

L'una dice - E mie' pulcini par che sien tutti 'ndozzati; e' si son pien di pollini e son tutti spennacchiati -.

L'altra dice: - I' ho serbati tutti quanti e mie' capegli; esconmi tutti e più begli: el mal seme mi s'è appiccato -.

Se vedete che un passi per la via più che non suole, l'una 'ncontro all'altra fassi o con cenni o con parole:

- Certo ch'a costui gli duole qui d' intorno qualche dente -. Tanto ch'ognuna pon mente e da tutte è uccellato.

Vo' fareste meglio a starvi fuor di queste ragunate, e d'altro non impacciarvi che dell'arte che vo' fate.

Attendete o smemorate, o cicale, o berghinelle, a non far tante novelle, e stiesi ognuna nel suo lato.

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