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1450–1529

XXI. - La canzona della malmaritata

Bernardo Giambullari

Donne mie, i' vo' 'nsegnare a chi vuol pigliar partito, non dà noia aver marito, ché si può ben vagheggiare.

E' mi vien compassione pur d'alcuna ch' i' conosco, ch'arèn più consolazione se le stessino in un bosco.

Ogni bene è loro un tosco, ch' hanno lor mariti strani e stan sempre come cani. Donne, vi vo' consigliare.

Quando vedete un amante che vi vada all'appetito, vuolsi far qualche sembiante che s'avvegga dello 'nvito;

ma bisogna ir assentito, saviamente esaminando come e dove, e pensar quando vo' vi possiate parlare.

Non vi fidate d'ognuno, perch'ognun non sa far l'arte; non mettete mezzo alcuno, se salvar volete in parte

l'onor vostro, ma da parte fate pur tra voi e lui. Non vi fidate d'altrui: chi è savia al fin si pare.

Non giucate alla civetta, non portate ros' o fiori: state pure alla veletta quand' è tempo a dar gli onori.

Quando vi scontrate fuori, gli occhi bassi, e non ridete; e tra voi siate secrete, se vo' fussi ben comare.

Una cosa ancor ci resta; deh, gustatela a puntino! Al marito fate festa, come s'e' fussi il bambino:

alle volte un pippioncino, così qualche zaccheruzza; spesso qualche allodoluzza, come le sapete dare.

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