Dimmi, amico Damon, questi che teco, Già son due giorni, a te sì caro, alberga, Ove a te pria fu noto, e qual paese Sua patria appella? A l'idioma parmi
Umbro, s'io non m'inganno, e colà nato Ove d'alta pendice Urbin talora Lunge irato mugghiar sente il Metauro. Ben dici, e con ragion, Fausto, se amico
Sempre fosti a color che da quei poggi Vennero a ber scienze a' nostri fiumi. Ileo questi è, sul Po di greggia umile Pastor novello, et or mentre procura
Da le scorze a' metalli, indi a le carte Fidar quei carmi onde sonar sovente Fece le natie valli, e i patrii monti, Vassene a la città d'Adria reina,
Che le mute fatiche, e i nomi ignoti Suole a Lete furar con nobil arte. E perché di quel grande il nome onora, Ch'ebbe il nido su l'Arno, indi la tomba
In questi colli, anzi il partir le pietre Voluto ha visitar, che la sua polve Serbano ancor sì fedelmente in grembo. Quinci meco a veder gli antichi tempii
Condotto l'ho, che da sassose cime Vanno a trovar con gli alti tetti il cielo. Veduto ha l'acque tepide e fumanti, Che da sulfurei fondi altrui salubri
Irrigano sgorgando il verde suolo. Or meco vien per contemplar l'eccelse Mura, che 'l sasso inciso aspro, e vetusto, Ha fondato il guerrier che Pio discende
Di chiarissimo sangue, per cui tanto Brenta al veneto mar sen corre altera. Nobil opra vedrà: vedrà che in alta Parte sedendo, il ben fondato albergo
Vagheggia i campi, e Bacchillon che chiaro Gli amenissimi piani irriga, e fende. Ma non sai tu, Damon, ch'oggi s'onora Da' più saggi pastor di queste rive
Il giovane Liceo, che si congiunge Con saldissimo nodo a Beatrice, Leggiadra figlia del signor di cui Fattura è 'l bel palagio?
E come ignoto Esser ciò può, se ne rimbomba il suono Ne le parti anco a noi remote? Anz'io Oggi più volentier condotto ho meco
Ileo, perché goder possa de' lieti Trionfi de le nozze, e veder quanto Sian da Febo onorati, e da le Muse E le ninfe e i pastor di queste selve.
Già siam vicini al loco: io veggio Edreo Sotto quell'elce là sedersi a l'ombra, Circondato da molti, e seco Flori, Che col latte materno insieme ebbe
Il nettar de le Muse, e può col canto Quel che poteo con la sonora cetra L'antico Trace. E chi non sa di Flori
Le lodi? ancor sonar s'odon le selve De' suoi leggiadri, e boscherecci carmi. Andianne a lor, che se i miei prieghi han forza, Inciterolla a celebrar le nozze
Onde sì lieti son gli Euganei colli. Canterà seco Edreo di Febo amico, A cui non è pastor che toglia il vanto Di prontezza, e valor nel canto alterno.
Mira ti prego, Edreo, come opportuno Ne si scopre Damon, di cui poco anzi Ragionavam, maravigliando ch'egli Omai non comparisse: a noi sen viene
Con Fausto insieme ragionando, et anco Seco è un pastor che peregrin mi sembra. Damon, gran tempo compagnia sì cara Te desiosa attende, e tu pur tardi.
Dimmi, non sai che in un medesmo punto Col tuo tardar te stesso offendi, e noi? L'animo è con voi sempre: al corpo stanco Ben si deve perdon, così l'ingombra
Grave degli anni e de le cure il carco; Ma qual perdon fia che da voi si chieggia Del silenzio importuno? a voi le Muse Dato il canto non han perché da voi
La concessa virtù non s'usi a tempo. Cantan gli augelli a gara, e l'aure, e i rami Oggi gli onor de la felice coppia Che con nodo d'amor giunge Imeneo,
E voi tacete? A tutti dico, e parte A voi, Flori et Edreo, cui tanto amico Febo i concetti somministra e 'l canto. Giusto sei riprensor quanto severo,
Il mio Damon: ma folica palustre, Là dove i cigni son, giusto è che taccia. Deh cominciate omai, che vie men grato Il piacer fia, se compreranlo i prieghi:
Già il silenzio v'invita, e già ciascuno Di questo cerchio il cantar vostro attende. Flori tanto modesta è quanto saggia, Damone, ond'è che tarda a te rassembra.
Siedi, e se cosa udrai ch'a te non piaccia, L'improviso ubidir teco ne scusi. Ore, custodi eterne De le porte del cielo,
Voi che cangiando le stagioni alterne L'ardor portate, e 'l gielo, A Beatrice bella, al bel Liceo, Voi mandate Imeneo.
Urania, tu che i giri Celesti al suono accordi, Ond'è che gli alti, e lucidi zafiri Fanno armonie concordi,
Tu di Calisa al figlio, a Beatrice, Manda Imeneo felice. Voi cui l'etate acerba Non veste ancor le gote,
Voi ch'a' dolci legami il Ciel riserba, Con leggiadrette note, A Beatrice bella, al bel Liceo, Invitate Imeneo.
Verginelle immature, Cui già comincia Amore A scaldar l'alme ritrosette, e dure Di non provato ardore,
Voi di Calisa al figlio, a Beatrice, Dite Imeneo felice. Scuoti l'accesa face, Congiungitor de' còri,
E 'n compagnia di fedeltà, di pace Guidando i casti amori, A Beatrice bella, al bel Liceo, Scendi amico Imeneo.
Tu d'aurato coturno, E d'odorata fronde Cinta la bionda chioma, e 'l piede eburno, A queste nostre sponde,
Di Calisa al bel figlio, a Beatrice, Scendi Imeneo felice. Lascia, o sposo, in disparte Alquanto i gravi studi,
Tempo non è che con Minerva e Marte Or ti raffreddi, or sudi, Chiamanti ecco ad altr'opre, o bel Liceo, Venere et Imeneo.
Esci, novella sposa, Da le materne stanze, Vieni ove attende te schiera amorosa Fra care, e liete danze,
Segui, vergine bella, e Beatrice, Segui Imeneo felice. Padri d'orride foglie Son per sé gli oppii, e gli olmi;
Ma rende lor la fruttuosa moglie Di cari parti colmi: A Beatrice, tu dunque, Liceo Giungi, sacro Imeneo.
Accompagnata vite Gran frutto avien che faccia; Ma s'a l'olmo non è ch'uom la marite, Sterile in terra giaccia:
Tu dunque al bel Liceo, tu Beatrice Giungi, Imeneo felice. Già lieta ecco, e ridente D'amor la stella appare,
E veloce spuntando in oriente Lascia la notte il mare, E, Beatrice, te chiama, e Liceo A l'opre d'Imeneo.
Le rugiadose gote Tergi, fanciulla, intanto, Perché ama il riso Venere, e non puote Soffrir lagrime, e pianto.
Né gemiti di doglia, o Beatrice, Ama Imeneo felice. Stenda il gemmato lembo La notte, e sia qual vide
Lieto giacersi a nobil donna in grembo Il genitor d'Alcide: A Beatrice tu dunque, a Liceo, Ciò n'impetra, Imeneo.
L'invidioso cinto Sciogli vergine omai, Perché ingiusta sarai, s'a lui già vinto Scudi e schermi opporrai.
Tu dunque al bel Liceo, tu Beatrice Placa, Imeneo felice. Chiari et invitti eroi Appresso a Taro, a Brenta,
Simili a quei che già ne' tempi suoi Xanto ebbe, e Simoenta, Di Beatrice bella, e di Liceo Nascan, prego, Imeneo.
Escan dal nobil fianco Figlie di sì gran pregi Ch'a sé ne chiedan nuore i duci, et anco I gloriosi regi:
Ciò fia s'al bel Liceo, s'a Beatrice Scendi, Imeneo felice. Basta omai, basta, o generosa coppia Di Febo amica, e de le Muse: il cielo
Giri per voi felice, e non v'apporte Noia con gli anni, e con le cure il tempo.
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