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1553–1617

Egloga undecima

Bernardino Baldi

Chi mai non fu da le saette ardenti D'Amor punto così ch'oltra la scorza Ne passasse cocente al cor la fiamma, Non sa con quanta forza

Vibri la gelosia Con l'agghiacciata man, quando più scherza, La spinosa sua sferza; Né quanto amaro sia l'odio e 'l veleno

Ond'ella asperge a' veri amanti il seno. Ma ben a quegli è noto, Che fedelmente amando, E gioir del suo amor solo sperando,

Ne le dolcezze sue trova rivale, Nemico aspro, e mortale. Ne la medesma grotta, Ne la medesma selva,

Il leon col leon vive, e s'inselva; Pasce de la stessa erba, Entro un medesmo prato, Col toro il tor d'acute corna armato;

Né superbo, et altero Contro l'altro destrier pugna il destriero: Ma poi ch'a l'ossa è corsa, E scaldato le vene

Gli ha la fiamma d'Amor che 'l mondo incende, Scuote l'orribil coma Il fier leone, e gli antri Fa di voci sonar gravi et orrende.

Per la sua amata il toro Il toro a pugna invita, E mugghiando, e spargendo Col piede alto la rena,

Il vento urta col corno, E venuto a l'assalto, Cosperge i fior di sanguinoso smalto. Né men, quando non cede,

E col morso e col piede Il destrier il destrier fere et offende. In somma ogni animale Vie più brama morir, che aver rivale.

Tirsi pastor gran tempo in guisa visse Intrinseco, et amico Del giovenetto Aminta; E così volea Tirsi

Quel ch'Aminta volea, Sì piaceva ad Aminta Quel ch'a Tirsi piacea, Che parean ambedue viver d'un'alma:

Ma poi che Tirsi arse di Silvia, e vide De la medesma fiamma ardere Aminta, Non odia così il foco L'umor che lo distrugge,

Né così da l'ardor l'onda rifugge, Come cangiato in tutto il primo amore, E 'nfelloniti il core, Si fuggiro, e s'odiar Tirsi et Aminta.

Onde fra gli altri un dì, quando raccolti Erano in un bel prato, Come in costume avean ninfe e pastori, E v'era Silvia in compagnia di Dafne,

Di Dafne sua compagna, a cui già noti Eran de' due pastor gli odii e gli amori, Con amaro sorriso, et occhio bieco Volto Tirsi ad Aminta, per la lingua

Fuor versando il veleno ond'avea colmo Il petto, così disse. È già gran tempo, Aminta, ch'io m'accorgo a più d'un segno

Che tu de la mia Silvia Tenti di farti amante: Quasi che tu non sappi quanto prima Di te già l'ami, e quanto anco più degno

Io sia di te d'amarla; però lascia La cominciata impresa, e ad altra attendi, O 'n tutto me per tuo nemico prendi. Od amico o nemico

Ch'esser a me tu vogli, io nulla curo. Quanto a l'amor di Silvia, io ti confesso Di amarla, e credo amar donna che sia Nulla tua più che mia,

Et esser del suo amor più di te degno: Ma ché perdiamo il tempo, e non andiamo Ad impetrar da lei, Ch'o le speranze tue,

O le speranze mie tronchi e recida, E la lite fra noi giusta decida? Andiam, che altro non chieggio; Ma nota in prima ben quel ch'io ti dico:

Che s'avutone il peggio, Tu non ti volgerai Ad amar altra donna, proverai Quanto sia pazza cosa

L'irritar a giust'ira un suo nemico. Sì; ma tu ancor fa' poi Che non t'apportin danno Queste superbe tue parole: andianne.

Ecco siam giunti a Silvia: orsù, precedi, Il mio novello Adone, Solo trastullo e gioco Di quante vaghe ninfe ha questo loco.

D'inestricabil lite, Bellissima fanciulla, eletta sei Giudice fra noi due. La qual se tu non tronchi,

Non può da verun altro, Sì ch'ad ambedue piaccia, esser recisa. Gran lite certamente esser dee questa, Se da me giovenetta, et inesperta

Sentenza ne chiedete, e a l'improviso. Or via, narrate il fatto, ché più tosto Vuo' sentenziando esser cagion di pace, Ch'eleggendo tacer, lasciarvi in guerra.

Non può la cortesia che in te s'annida Non mandar fuor cortesi le parole, Né può la tua bellezza Compagna aver la scortesia, l'asprezza.

Or odi: Tirsi qui meco si duole, E 'ngiustamente ingiusto anco mi chiama, Perch'io de' raggi de' begli occhi tuoi Cerco fruir la luce,

Né 'n sua difesa adduce Altra ragion, se non che di me prima Incominciò ad amarti, e che più degno Di me d'amarti si ritrova: lieve

E debile ragion, ragione ingiusta; Quasi che i rai del sole, Che per splender a tutti illustra il mondo, Il giovenetto al vecchio,

Che 'l mirò prima, ingiustamente invole. Né tu che giusta sei, Certo comportar dèi Ch'altri, fatto tiranno

Dell'alta tua bellezza, Tenti per vie distorte, e modi ingiusti Di gioirne egli sol con altrui danno. Se poi di me più degno

Ei sia d'amarti, alor a te fia chiaro Che tu de' merti miei, de' merti suoi Far potrai paragone. La somma è dunque che da te si dia

Giustissima sentenza Qual di noi del tuo amor più degno sia. Molte cose coverte Sotto l'ombra di quel che vero appare

Vere sembrano altrui, ma caggion poscia Ch'altri più a dentro spia, E scopre in lor la fraude e la bugia. Dimmi ti prego, o Silvia,

Mostra desio colui di goder solo L'altrui bellezze, che cantando invita Le genti paesane e peregrine A rimirarle et ammirarle? Io giuro

Che, se come ho il tuo bel ne l'alma impresso, Dipingerlo potessi, od adombrarlo Con le parole mie, tu sembraresti Non Silvia più, ma Venere celeste,

Et a te solamente offririan voti Gli amatori devoti. O ver se fosse dato ad uom mortale Toccar con mortal man cose immortali,

O ritenendo in cielo Quel loco che v'ingombra il dio di Delo, Apporteresti a noi dal giro eterno Sol frutti e fiori, e non ardore e verno.

Parti dunque che questo Possa chiamarsi mai Voler d'ingiusto e di tiranno amante? Ora poniam che Dafne tua compagna

Ti volesse cacciar di qualche albergo Che non fosse più suo che tuo si fosse: Comporterestil tu? diresti Dafne Oprar cosa da giusto e da prudente?

Aggiungi, e se volesse De la tua casa propria anco privarti, Fora da dirsi amica, O più tosto tiranna empia, e nemica?

Tenta Aminta privarmi Di te, che luce sei degli occhi miei; E vuol ch'io soffra, e taccia, Né contra lui d'ira e di sdegno m'armi?

S'inganna. Ora se a tutti il tuo bel lume Geloso invidiassi, come dice, Egualmente sarei Et agli altri et a lui nemico amante:

Ma il volersi usurpar quel ch'a me viene Per la mia servitù, la qual tu sai Quanto sia stata infino ad or sincera, Fa che sol contra lui

Di rabbia m'armi impetuosa e fiera. Or ascolta quei vanti onde presume Di goder giustamente il tuo bel lume; Quinci dapoi che avrai

Le mie ragioni udite, Potrai giusta dar fine a tanta lite. Bench'io tenga per certo Che l'aversario mio sia per condire

Col dolce mel che da le labra versa Quanto le sue ragioni avran d'amaro, Et a l'incontro io rozzo et inesperto Con l'amaro del dir sia per far meno

Grate al gusto le mie dolci, e veraci, Non vuo' però tacerle Innanzi a te, sapendo Che quanto bella sei, tanto sei saggia.

Né fia lungo il mio dire, Perché, se tu ne levi L'esser prima di me stato tuo amante Tirsi, non è che meco egli contenda

In nessun'altra cosa: io di bellezza Il vinco, io di ricchezza; Io son di lui più giovene, e più fermo; Io cacciando, nel corso

Son sì veloce, e presto Ch'arrivo i cervi, e combattendo atterro Entro l'alpestri selve il lupo e l'orso. Ne le danze (e tu 'l sai)

Null'uom di me più destro unqua trovai. L'arco adoprar so in guisa Ch'a mezzo il corso suo fugace fera Da le saette mie rimane uccisa.

Aggiungi che per te mi parria gioco L'andar ignudo in fra le fere e 'l foco, E che son sì fedele, e sì costante Ch'in ciò nulla concedo ad altro amante.

Quest'è la minor parte de le cose Ch'io potrei de' miei merti, O Silvia, raccontarte: Ma perché sembra folle

Chi se medesmo estolle, il più ne taccio, E queste poche in picciol fascio abbraccio. Se l'amor è desio, come si dice, Né quel bramato vien che si possiede,

Silvia non amerà cotesta tua Che tu contra ragion chiami bellezza: Perché chi dirà bello Il monton senza il vello,

Il leon senza coma, il destrier nudo Del crin che gli orna la cervice altera? O ver chi dirà bella quella donna Cui non adorni il capo

L'elettro de la chioma? Or come brutto Ognun di questi fora, Tal dee stimarsi ancora Uom ch'aggia del suo pelo ignudo il mento:

Sì che, se tal tu sei, Bello dir non ti dèi. Le tue ricchezze poi vantando vai, Quasi donna gentile

Per ricchezze ad amar mover si deggia: Ma, posto che ciò fosse, è di tuo padre Men di beni abondante il saggio Mopso, Padre di Silvia? et io, benché ti ceda

In qualche parte, or quando a te ricorsi Bisognoso d'aita, Per sostentarmi in vita? e ben si pare Che tu povero sia de le ricchezze

Che son vere ricchezze, poi che stimi Ricco solo colui che abonda d'oro, E di ciò che agguagliar si può con l'oro. Dimmi, puoi tu dir tuo quel che la sorte

Come a lei par comparte, Quel di che può privarte Un giorno, un'ora, un punto? Non era ricco Adone,

Un re non era Anchise, Ned avea copia d'oro Endimione: E pur piacquero i primi A la madre d'Amore,

E l'altro arse di Cinzia, Benché nel sonno immerso, il casto core. Di danzar poi ti glorii: et io ti dico Che so sonar in guisa, e 'n guisa il suono

Accompagnar col canto, Che se il primier non sono, Di non esser il terzo anco mi vanto; Né tu pareggiar dèi le danze tue

Col canto e con la cetra: Che non fu visto mai moversi a quelle, Sì come a questi fue, Pianta, animal, né pietra.

Nel resto io ti consiglio, Se il tuo valor s'agguaglia a le parole, A seguitar ne' campi, e ne le selve Le paurose belve,

Perché d'Amor la caccia Non vuol forza di braccia, Né piede tal ch'uom possa dir che vole. Tu dici al fin che di costanza eccede

Il tuo amor, e di fede, ogni altro amore. Di grazia dillo altrove, Se creduto esser vuoi, Perché certo fra noi tu 'l dici indarno.

Va', dimandane, va', Licori, Antea, Licinia, Telesippa e Leucotea, Che in un anno da te fur tutte amate, Et in un anno odiate:

E giusto è che ciò avenga a chi si fida In pensier giovenile, E lascia la saldezza De l'età più robusta, e più virile.

In quanto poi s'aspetta a' merti miei, Dirò sol questo, o Silvia, Che, se in me qualche cosa si ritrova Ond'io de l'amor tuo mi stimi degno,

Solamente da te prodotta viene. Io sono ignobil terra, che se 'l sole Scarso ha de' chiari rai, nulla produce; Ma se scaldata vien da la sua luce,

E di frutti e di fior s'adorna e veste. Se tu lontana sei, torpe il mio core In aspro orrido verno: Ma s'in lui volgi i due benigni giri,

Primavera gli apporti; Et arde in calda state, Se più d'appresso il miri. Alor dunque sarà che Tirsi viva

Lunge dal suo bel sole, Che la terra s'adorni, Non scaldata dai rai de l'altro sole, Di gigli, e di viole.

Lascia dunque i miei merti, E sol mira il volere, Che vorrebbe poter, sol per servirti, Rinchiuso in mortal velo,

Quanto può Giove in cielo. Or le nostre ragioni in giusta lance, Giusta giudice, appese, Tronca a qual sia di noi

La speme onde han principio Le nostre alte contese. Piacemi avere, o giovani pastori, Vostre ragioni udite, e vi ringrazio,

Che bench'io non sia tale Che per me deggia amante aver rivale, Ognun di voi sì m'ami, E giudice mi chiami.

Or di sentenza in vece altro non faccio, Che verso ambedue voi stendendo il braccio, Cingervi il crin di queste due corone. Aminta, a te, che di beltà ti vanti,

Di ligustri la dono: E perché giusta sono, A Tirsi, i cui pensier fur più constanti, Avolgo intorno al capo

Questi vivaci e stabili amaranti. Così fra voi finite Sian le cagion de l'importuna lite.

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