Alceo, che fai? perché t'affanni indarno, Mentre per l'età grave, e solo e stanco Tenti appressar la tua barchetta al lido? Non vedi tu ch'al tuo voler contrasto
Fan congiurati incontro i venti, e l'onde? Gitta la fune a me, che s'io la prendo, Benché il flutto resista, e soffii il vento, Tirerò te col palischermo a terra.
Che dici? io non t'intendo, alza la voce, Se pur tu vuoi ch'io t'oda: il mare e 'l vento M'intuonan sì gli orecchi che non ponno Dar luogo a minor suono.
Oh gitta, gitta La fune a me, se puoi, perch'io t'aiti Ad appressarti a terra. Ho pure al fine
Compreso ciò che dici. Eccomi: stendi Le braccia, ch'io la gitto. Oh! non l'ho presa Per lo furor del vento: a mio parere
Fia ben che tu vi leghi o legno o pietra, Ché sia più grave alquanto. A te, ch'io torno A lanciarla di nuovo.
Io l'ho, né credo Che m'uscirà di mano. Il vento prende Ognor forza maggiore: io sudo, e punto A terra ambo le piante, e pur non posso
Vincer la prova. Eh, tu stai mal in piede, Perché il vento in te dritto appoggia l'urto, E contra noi combatte. Io tocco il fondo
Col remo: ecco abbiam vinto: il legno è nostro. Annoda tu la corda a quello scoglio, E tira quanto puoi, perché s'appressi, Ch'io vo' saltarvi sopra.
Oh tu sei destro Sul piede: uom di vent'anni avrebbe a pena Fatto più leggier salto. Orsù tu scherni,
Cibisto; e forse è ver ch'anco venti anni Non ho di vita, ma tu vivi, e poi Parleràmi di novo. Io mi ricordo Quando godea il vigor de l'età fresca
Ch'io vinsi, e fu presente un grande stuolo Al fatto, Telamon, cui la mia etade Diè fra i gran saltatori il primo vanto: Telamon, che buon tempo attese a l'arte
Del governar navigli, e poi si diede Prodigo de la vita a premer, folle, Con temerario piede aerea fune. Ohimè, gran pioggia ne prepara il cielo.
L'aria è ristretta in nubi, e 'l vento ognora Più la condensa, e toglie il giorno al mondo. Vedi com'egli è scuro, e come i lampi Ratto alluman d'intorno, e con orrendo
Rumor s'odon mugghiar per l'aria i tuoni. Irato è Giove, e freme: ecco la piova Impetuosa scende, e seco è mista Grandine, a' frutti infesta, et a le biade.
Corriam dentro a quell'antro antico e scabro, E da l'ira del ciel difesa un monte Saranne; e 'n tanto tu, ch'hai vie più lieve Il piè, porta per me quel cesto, ov'io
Raccolto ho la mia preda: orsù, precorri. L'acqua mi dà nel volto, e 'l terren molle Il corso mi ritarda: al fin pur siamo In loco ove non piove. Il mio mantello
Guadagnato ha nel peso, et è sì saldo Che può reggersi in piede. In fin che cessa La pioggia, sarà ben che noi sediamo, Poi che 'l correr n'ha stanchi. Io miro quelle
Note nel sasso incise, e riconosco La leggiarezza in lor d'un nostro amante. Tu sai dunque chi scrisse? Io ti scongiuro, Se non bastano i preghi, a dirmi il nome
De l'amante che dici: il T Timeta Può dir, può dir Telone, e Tico, e Tirsi; Il C Corinna, e Clori: or di', chi scrisse? Trasilo è quel che scrisse, il più leggiero
D'ogni altro amante. In mille pietre incide Egli il suo nome, e de la donna amata; Ma quante pietre son, quante son note, Tante amate da lui son donne e nomi:
E perché alor per Colocinta ardea, Notò come tu vedi. Egli amò dunque Colocinta anco?
Amolla, et ella lui Amò, ma tosto il core ad altra parte, Non men lieve di lui, poscia rivolse. Vinserla forse i doni, et amò i versi
Di Trasilo, e la cetra, in fin che i versi, Vinti, nel petto suo dier loco a l'oro. Oh! tu non vedi, Alceo, che dal tuo cesto Sdrucciolata è un'anguilla, e 'n terra serpe?
Olà, dove sì tosto? Io non ti presi Con questo patto, sai. Mentr'io la stringo Mi fugge fra le dita: avessi almeno De le frondi del fico!
Eccole a punto: Io l'ho colte colà da quel selvaggio Che fra' sassi cresciuto adombra l'antro. A tempo: or via con l'altre, a tuo mal grado.
L'umidità de l'aere, e 'l lungo croscio De la piova cadente in lor risveglia Novo e dolce desio de l'onda amica. Il ragionar de' pesci a la memoria
Mi reca un non so che: se ti ricordi, Tu sei mio debitor già fa gran tempo. Se tu scherzi, anch'io scherzo, ma se pure Tu dici da dovero, io non t'intendo.
Come, non sai che chi promette altrui Si fa suo debitore, e sempre è reo Finch'egli non attende? Io ti richiesi, Già molti mesi son, che tu volessi
Dirmi del muto popolo de l'onde Gli accorgimenti, l'arti, e le nature, E cose altre simili. Adesso vienmi
In mente, e fu quando tornammo insieme Da la cittate, ove ambidue n'andammo, Tu per ferrarvi un remo, io per comprarvi Degli ami e de le nasse: adesso a punto
È tempo ch'io ti paghi; ma fra tante Cose ch'io t'ho da dir, dove degg'io Prender il mio principio? Io mi rimetto
In questo a te: fa stima d'esser posto Ad una ricca mensa ove sian molte Vivande, e stendi il braccio ove t'aggrada. Degg'io dir del serpente, il qual col rostro,
Per fuggir gli occhi altrui, fora l'arena? O del ragno marin, che i pescatori Con la spina crudel pungendo impiaga? Dimmi, è favola o no che la murena
Voli al fischio del serpe, e l'accarezzi? Che sia nemica al congro, e che talora L'induri il sol la pelle sì, che indarno Tenti di darsi al nuoto?
Il tutto è vero, Se i miglior pescator narrano il vero. Non so se udisti mai quanto sia crudo Quel pesce a cui natura arma la fronte
Di quella spada ond'egli ha preso il nome: Con quella a le gran navi impiaga il fianco, Con quella inanzi a sé caccia le torme De' tonni, come suol rabbioso lupo
Cacciar notturno le caprette e l'agne. Feroce è dunque, ma non men feroce La pastinaca parmi, che la coda Vibra come pugnale, e tal veleno
Sparge ne la ferita che n'uccide Gli animali, e le piante; empio non meno È 'l cornuto monton, che sotto l'ombra Del fondo de le navi, e degli scogli
S'asconde per rapir chiunque incauto, Vago di tranquillar, salta ne l'onda. Meraviglia non è ch'un pesce tenda Insidie a l'uom, se l'uomo a l'uom talvolta
In vece d'uomo è sanguinosa fera. Sonvene anco de' pii: fra' pesci è noto Il fatto d'Arion, che fu sul dorso Dal pietoso delfin condotto al lido.
Dicon ch'ei viene al fischio et a la voce Di chi Simon nel suo chiamar l'appella. So ben ch'egli ama i legni, e che predice Le tempeste al nocchiero, a fin che possa
Da l'ingannevol mar ritrarsi in porto. Il folpo ancor, sì de l'ulivo amico, Non fugge da la man di chi la mano Sotto l'onda gli porge, e 'nsegna altrui
Quando il mar covi inganni. È meraviglia Che questo pesce del color s'ammanti Del sasso a cui s'accosta, a punto come Suole il cameleonte.
Anzi pur come L'adulator, che se ben dentro è sempre Fallace, e traditor, prende il sembiante Ne la parte di fuor di vero amico.
Non so se udisti mai come lo scaro, Ch'a guisa di giovenco e pasce e rumina, S'ingegni uscir fuor del vimineo giro De la rinchiusa nassa: egli non mai
Tenta col capo suo d'aprir l'angusto De' vinchi, ma ficcando in lor l'acuto De la coda, e sbattendo, a poco a poco Gli apre e dilata; e 'n tanto al prigioniero
Porge aita il compagno, il qual di fuori Intorno errando, con la bocca amica, Poi ch'altra man non ha, lo trae dal chiuso Del circondato vallo. Or qual pietate
Verso la propria stirpe agguaglia quella Del pesce che siluro il Greco, e noi Storion nominiamo? egli s'aviene Che presa la moglier vedovo resti,
Difende i pargoletti, e per salvargli Sprezzator ne divien de la sua vita. Fa l'istesso la leccia. Eterna guerra Han fra lor poscia il cefalo veloce
E la veloce spigola, né mai Depongon gli odii antichi: il capo ha grande Il cefalo, e dal capo ha preso il nome; Ma scarso ha poi l'ingegno, sì che stima
D'esser celato altrui, qualor aviene Che 'l capo solo asconda; e 'l suo costume Imita ancor la non prudente ombrina. Astuta è più la spigola, che chiusa
Nel giro de la rete, opra la coda D'aratro in vece, e per fuggir, nel suolo Se stessa appiatta, onde cavò la rena. Senza padre l'anguilla, e senza madre
Nasce, e senza marito, e senza latte Genera e nudre i figli, e non v'è sesso Fra lor distinto. Altri son poi de' pesci Femine tutti, e tutti sempre pieni
D'uova o di latte, e quinci indarno uom chiede Maschio alcun ritrovar dei fragolini. Il sargo ama la triglia, e di quel fango Si pasce ove la triglia ebbe il suo letto.
L'astaco ama la patria, e per suo amore, Sciolto da la prigion, torna là 'v'ebbe Dolce, e diletto il consueto albergo. Fra gl'ingegnosi pesci ecco il marino
Riccio, che quelle spine ond'egli è cinto Opra in loco di piedi, e prevedendo Il gran moto del mar, per far che l'onde Non gli facciano oltraggio, in fra gli scogli
S'asconde, e 'l tergo suo carca d'arena. L'astuta seppia ancor d'ancore in vece Opra le lunghe braccia, e non si muove Per colpo d'onde, e se timor la prende
D'improvisa prigion, di natio inchiostro Torbide sparge, e tenebrose nubi. L'occhiata timidissima s'asconde Quando è sereno il cielo, et entra sotto
I sassi e l'alga, ma se l'onda ferve, E calan gli altri pesci al fondo immoto, Ella al sommo n'ascende, a fin che velo Contro le viste altrui le faccia il denso
De le canute, et agitate spume. Ma chi non si stupisce a la secreta Virtù de l'occhiatella, che distinto Di negre macchie a guisa d'occhi ha il dorso?
De l'occhiatella, che vivendo sparge Per le reti, per l'aste, e per le fila Degli ami e de' tridenti il torpor pegro, Onde tremanti, stupide, et immote
Ne divengon le man di quei che stringe, Del suo letargo infetti, e gli ami, e l'aste. Questa perché tal forza in sé conosce, Da l'arene coperta inebria, e lega
I pesci più veloci, e così sazia D'ebra e stupida preda il ventre ingordo. Gran meraviglia porge, e gran soggetto È questo pesce a quei vivaci ingegni
Che dagli effetti a le cagion sen vanno: Ma pur è nulla al paragon di quello Di che parlarti intendo. In mar si trova Piccioletto animale: i Greci il nome
Da l'effetto gli diero, egli è da' nostri Remora detto. Questo alor che 'l vento, Raddoppiate le forze, empie le grandi Vele de' maggior legni, e con le braccia
Concordi opran le ciurme i lunghi remi, Solo affisso al timon, fa che le navi Perdono il moto e l'impeto, e si stanno Non come legni sol cui ferro affreni,
Ma quasi scoglio pur, che nulla curi Gl'impetuosi venti e l'onde vaste. Udito ho ragionar di questo fatto Da molti naviganti e pescatori,
Che l'afferman per vero. Et io conobbi Un ch'ardia di spiegare onde nascesse Sì strana meraviglia.
E che dicea? Molte cose dicea, che mi son fuori De la memoria uscite, e s'io l'avessi, Non mi vi fermerei, ché non v'ha tempo.
Passo dunque a parlar del navigante Che fu detto nautìlo: una cocchiglia È questo in mar, che la sua scorza adopra In loco di barchetta, ove distesa
Una pelle ch'egli ha, larga e sottile, Accoglie l'aure amiche, e de le braccia Si serve al par dei remi, e per timone Oprando va la piccioletta coda.
Né già gli mancan trombe, ond'egli scarchi, Quand'è colma d'umor, la natia conca: In somma egli è nocchiero, egli è governo, Egli è velo a se stesso, e nave, e remo;
Né, per quanto mi creda, ebbe altro essempio Quei che primier diè forma ai cavi legni. Quinci imparò il nocchier; ma da qual pesce Crediam noi ch'apparasse il pescatore?
Odi. Una rana ha il mar che mai non gracida, Né vive d'erbe verdi, anzi nel fondo Sol di quei pesciolin ch'astuta prende Si nudre; ascondesi ella, e da l'arena
Coperta manda fuori alcune fila Nervose e lunghe, a cui natura annoda In cima un non so che sembiante a l'esca, A cui per divorar corsi gli incauti,
Pian pian da lei, ch'a sé ritira l'amo, Condotti son ne l'affamata gola: E perciò pescatrice altri l'appella. Fra le marine conche una è che pinna
Dai più dotti è chiamata, e da la plebe De' pescator nàccare è detta, forse Perché somiglia i nàccari, che fanno Strepitosa armonia percossi a tempo.
Questa, per sé non atta a procacciarsi Cibo onde viva, un gamberetto alberga Ne l'argentata stanza, e con lui parte E la casa e la preda: apre ella il chiuso
Del cavo tetto, e porge a' pesciolini L'allettatrice lingua; e' intanto, quando Vede il cauto guardian gl'incauti sotto L'aperto colmo, lievemente morde
La cieca sua compagna, et ella chiude De la dura prigion le doppie porte. Quinci partendo l'acquistata cena Con l'utile suo amico, allegra gode
Communemente il guadagnato cibo. Quanto può l'amicizia! ognun di loro Viver da sé procurerebbe indarno. Così visto ho talor ch'un zoppo e un cieco
Fan di due non perfetti un uomo intiero, Che come il perfetto uom, vede e camina. Poi che parli de' ciechi, e degli amici, Eccoti la balena, che di vista
Ottusa a fatto, ha per sua guida un pesce Lunghetto e bianco, il qual la coda ognora Le scuote inanzi agli occhi, e la conduce Ove l'onda è sicura; et ella certa
De la sua fedeltà muove le vaste Membra dietro al suo nuoto, a punto a punto Come naviglio suol, che 'l dubbio fondo Manda inanzi a tentar dal palischermo.
E del vécchio marin che dici, a cui Già mai non tocca il folgore la pelle? Direi ch'egli è peloso, e ch'a le spalle Ha piedi a guisa d'orso, e ch'egli dorme
Pur come gli orsi, e i sonnacchiosi tassi. Ma tempo è di dar fin, che s'io volessi Tesser più lunga istoria, un mese intiero Breve tempo sarebbe, e fora a punto
Un voler numerar tutte le stille De la passata pioggia, o tutte l'onde Che muove il mar quando adirato ferve. E poi, come tu vedi, il cielo omai
Sfogato ha la sua rabbia, e già l'acquose Nubi son dileguate, ond'egli è tempo Ch'io vada a la cittade a veder s'io Cangiar possa il mio pesce in tanto argento.
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