Stamane il mio patron, quando l'ovile A la greggia dischiusi, e con la verga Fuor cacciarla volea, mi disse ch'io Là verso il mezzodì mi ritrovassi
Al sasso de la grotta; or me ne vegno Per ubidirlo, e ciò già non mi spiace, Perch'oltra che mai sempre e l'òra e l'ombra Quivi goder si suol, tutto vestito
Egli è di verde erbetta, che suggendo Il vapore e l'umor de l'onde salse, Saporita divien, sì che a le capre Porge mirabil gusto. Oh mia ventura!
Cromi è colà, ch'al sol l'umide reti Stende per asciugarle: egli è pur desso. Questi, mentre eravamo ambo fanciulli, Fu mio caro compagno, e solea meco
Spesso pascer le greggi, et io con lui Sovente oprar le reti, e tender gli ami. Ma poi che ad ambedue la barba nacque, E nacquer con la barba anco i pensieri,
Egli a la pesca in tutto dessi, et io A custodir le mandre, e stringer latte. Vuo' salutarlo. Dio ti salvi, o Cromi. Quante volte hai bevuto?
Oh donde vieni, Il mio dolce Licota? A te men vengo, Per esser teco un pezzo.
E perché meco? Vuoi tu forse del pesce? Io ti prometto Che quel ch'io prenderò, tutto fia tuo. Non mi curo di pesce, or che satollo
Son di pane e di latte: io ti ringrazio. E perché dunque? Perché a me bisogna Attender qui fin che sen venga Elpino,
Il qual oggi dal Tronto il legno aspetta Del nocchiero Telon, ch'a lui conduce Cento capi di pecore, che 'l dorso Carco han di fina lana, e sempre gravi
Di dolcissimo latte ambo le poppe. Sommamente mi piace: orsù sediamo, Poi ch'a seder c'invita il fresco seggio, E 'l ventolin, che sì soave spira.
E mentre l'amo mio sta senza preda, Mentre tu attendi Elpino, andrem passando Il tempo or col mirar gli ondosi campi, Et or col dar de l'occhio a le tue capre,
Che già, come han per uso, a montar vanno Di balzo in balzo a le più alpestri cime. Sediamo e ragioniam, che la dolcezza Del ragionar fa men noioso il tempo.
Vorrei saper da te se ancor tu segui O no l'antico amor di Galatea. Alor fia Galatea fuor del mio core, Che non fia salso e procelloso il mare:
Ma tu come ti porti? ami Nerina Ancor come solevi, o l'hai cangiata In soggetto più degno? Io di Nerina
Lasciar l'amor, per ritrovarne un'altra Più degna? e che dirai? forse ti pare Indegna del mio amore, indegna ch'altri Di me maggior non l'ami? Oh tu sei folle,
S'hai tal credenza: e tu la stimi forse Da men di Galatea, perch'ella è bruna? Dimmi, che puoi lodare in Galatea, Fuor che un soverchio bianco, e non condito
D'un poco di rossor? Quell'altra, il nome Di cui porta la tua, dimmi a chi piacque Mai, se non ad un mostro, ad un fanciullo: Ned anco al mostro mai piacciuto avrebbe,
Se non fosse stato uso a trattar sempre Cose bianche, quai son le lane, e 'l latte; Et era bruna pure Olimpia e bella, Ch'involò al drago il volator Perseo.
Or sì che ben m'aveggio amore e 'l vino Far un medesmo effetto, et ambedue Inebriar con la dolcezza i sensi, Né lasciar veder loro il dritto e 'l vero:
E chi no 'l crede in te guardi, o Licota, Ch'ebro sei sì che stimi bianco il nero. S'egli è così, mal giudice tu sei, Che 'l capo hai pien di questo stesso fumo.
M'accorgo che sei pazzo, e che ti piace D'esser tenuto tale. Or che dirai Se ti convinco, e l'error tuo ti scopro? Dirò che sei grand'uom: ma tu vaneggi,
Se con me, ch'ho ragion, vincer ti credi. Or su, facciam così per diffinirla: Io canterò de la bianchezza i pregi, E tu del nero; e se tu vincerai,
Dirò ch'abbi ragion, purché tu sempre I versi tuoi coi versi miei pareggi. Contentissimo io son: ma chi fia poi Giudice fra noi due?
Fia chi non credi. Al pesce, che d'intorno a questo scoglio Sen va notando, e i nostri detti ascolta, Farò dar la sentenza.
E come, ai pesci? Tu scherzi. Odi s'io scherzo, o se da vero Ti parlo. Vedi tu la canna e l'amo
Che pende là ne l'onda? Il veggio, e poi? Se mentre io canterò fia che si scuota, Io sarò il vincitor; ma se cantando
Tu scuoter lo vedrai, tua fia la palma. E s'un pieno panier di raviggiuoli, Vincend'io, mi prometti, io t'offerisco Il pesce che fia preda, ancor che grande
Ei sia più d'un delfin, d'una balena. Son contento, mi piace; orsù commincia, Che già mi par sicuro aver quel pesce. Candidi i gigli son, bianchi i ligustri,
Bianche le rose, onor de le corone. Foschi sono i giacinti e le viole, Ned è bianco ogni fior che giglio ha nome. È bianca la farina, e bianco il latte,
Sostegno de la vita onde vivemo. Se bianca è la farina e bianco il latte, Negra è la madre terra onde gli avemo. Bianche le perle son, bianco è l'argento,
Negro il ciel che minaccia orrido verno. Fosco è 'l crin giovenil, fosca è la state, Canuto è 'l pel de la vecchiezza, e 'l verno. Candido e chiaro è 'l sole,
Che illustra l'universo: Se dunque Galatea somiglia il sole, Simiglia quel che illustra l'universo. Se tu via togli il sole,
Negro fia l'universo: Se dunque Galatea somiglia il sole, Fie Nerina simile a l'universo. Di giorno il sol risplende;
Fosca è la notte bruna, Poi che dal chiaro suo lume non prende. Ben mille lumi accende La notte, et ha la luna,
Che talor di splendor col sol contende. Candido avorio sembra De la mia Galatea la fronte e 'l fianco: Quel marmo ch'è più bianco
Cede al candor de le sue belle membra. Il color de l'olive Porta Nerina mia nel vago volto: Col ciglio il nero ha tolto
Al legno che ne l'India e nasce e vive. Quando contemplo Galatea, mi pare Veder tranquillo, e riposato il mare. Quando vedo a Nerina il dolce viso,
Nettare par ch'io gusti in paradiso. Candidi sono i cigni e le colombe Che guidan di Ciprigna il carro aurato. Negro è 'l sacrato augel che negli artigli
Porta il folgore ardente a Giove irato. Quanto cede la notte al chiaro giorno, Tanto ceda Nerina a Galatea. Oh mio destin crudele, è troppo il vero!
Il veggio, te 'l confesso, è tuo l'onore; Ma per l'amor che sempre ti portai, Ti porto, e porterotti, o mio Licota, Di grazia fa' che mai di questo fatto
Nulla da te risappia Galatea. Che se me 'l tien celato, io ti riserbo Una gran conca a chiocciola ritorta, Che, per quanto mi stimo, esser devea
Già tromba di Triton, marino araldo. Cromi, non dubitar, ch'altro non chieggio, Poi ch'io son vincitor. Ma veggio Elpino Che sen viene; a Dio, Cromi.
A Dio, Licota.
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