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1553–1617

Egloga sesta decima

Bernardino Baldi

Già due fiate i campi, et altrettante Spogliato abbiam de' lor tesor le viti, Dal dì che ne lasciasti: è così lunga La lontananza tua ch'indi ne sembra

Estinto in te l'amor del patrio cielo. Troppo t'inganni, il mio Simeta: è vero Che già due volte ha corso intorno il sole Dal dì ch'io ti lasciai, ma ch'obliarmi

Possa già mai de' monti ove la cuna Ebbi primiero, e trassi l'aura, e 'l giorno, Alor sarà che si vedran fra l'onde Guizzar gli armenti, e i muti pesci a schiera

Per l'alte selve errar de l'Apennino. S'egli è così, come sì tardo riedi A riveder gli amici? È freddo amante Chi può gran tempo abandonar l'amata.

Sì, quando e' può: ma non così se dura Necessità fa che dimori lunge. Sono a me ignoti i tuoi successi in parte, Ileo, quinci desio che tu ne tessa

A me succinta istoria: il tempo invita Al ragionar a l'ombra, or che cantando Ingannan le cicale il caldo estivo. Dirò; ma se udirai cose assai lievi,

Ragion vorrà che tu te stesso incolpi. Cominciato avea già co' primi fiori L'età novella a variarmi il mento, Quando il buon Dafni de le Muse amico,

Dafni gentil che su l'Isauro nacque, Meco amicizia strinse, e parte femmi De' suoi pensieri, et io del cor l'interno Tutto, parlando, discopersi a lui.

Intanto, come il Ciel guida le cose Basse, a que' Duci onde si gloria Manto Piacque ei così, che ne la reggia loro L'alzaro a degno grado: egli bramoso

Di trarmi fuor de le paterne ville, Sì poté col parlar, che desiar mi Fe' da quel gran pastor, che non sol regge Per le rive del Po felici armenti,

Ma numerosi ancor là giù ne pasce Per gli alti colli, ove Aufido sonante Entro al mar d'Adria impetuoso scende. Questi a sé mi chiamò, perch'io partissi

Seco quanto imparai dal vecchio, e saggio Uranio, onde talor gli feci aperto Perché sì lunghe il verno abbia le notti, Perché la state i giorni, e perché i sonni

S'agguaglino al vegghiar quando si veste Di verde il mondo, e quando già si mira Del folto bosco impallidir la spoglia. Gli dispiegai perché Diana il volto

Cangi d'argento, et or cornuta mostri La fronte, or piena; perché il sol talora S'asconda a mezzo il cielo, e 'n mezzo al giorno Porti al mondo la notte, e perché fosca

Talor la luna, e vergognosa, nieghi A le notturne selve il lume usato; Perché il sol giri obliquo, e perché tardo Mova Boote, e qual cagion divieti

L'attufarsi a Callisto in seno a l'onde. Molte altre cose ancor, che lungo fora Narrar, gli dispiegai, né mi fu greve Ciò far, poi che intelletto alto e celeste

Tosto s'agguaglia a le cagion del cielo. Spesse fiate ancor, quando la mente Egli avea tolto a le più gravi cure, Or sotto un faggio assiso, or sotto un'elce,

Incitavami al canto, e volea ch'io Eco destassi entro le cave selve: E 'n me nascea stupor, ch'egli a cui diede Febo i concetti, e le soavi note,

Me non sdegnasse udir rozzo, et a pena Atto a svegliar le boscherecce Muse. Così fra servitù dolce e gradita, Servitù cara a me sovra ogni impero,

Tanto era corso avanti omai, che 'l tempo M'avea posto di lei nel settimo anno. Mentre tal de le cose era lo stato, Presbarco il mantovan, ch'avea la cura

Di pasturar del mio signor le gregge, Dagli anni oppresso, e dal mortale ardore, Il sopremo suo dì cesse a le Parche. Alor volto egli a me, con occhio amico,

Pien d'alta cortesia, così mi disse: "Pastor chiede il mio gregge: io te desio, Quando sembri a chi può, quel ch'a me sembri. Le pecorelle tu conosci al nome,

Conoscono elle te: fian or tue parti Spender per lor la vita, et oprar l'arme Contro l'ingorde fere; e se di loro Alcuna avrà che per follia vaneggi,

Tu la richiamerai, né ti fia grave Sanar l'inferme, e 'n contro a le proterve Dolcemente severa oprar la sferza'. Sì disse: io riverente, ancor che grave

Scorgessi, e periglioso il novo incarco, "Servo tuo son, risposi, e tu m'adopra Come a te meglio sembra: in Dio mi fido, Il cui giogo è soave, e 'l peso lieve'.

Dissi, e poi che il pastor ch'appresso al Minzio Le gregge pasce de l'antica Manto, A parte a parte interrogando, m'ebbe Atto scoperto al pastorale uffizio,

Dato fummi il baston che 'n sé ritorto Forma di sé bel giro, a quel simile Che negli antichi tempi oprar solea, Velato il capo e 'n alta parte assiso,

Negli augurii il Roman, partendo il cielo. Dato fummi il capel che peregrino Porta ornamento a pastorali chiome: Dati in somma a me fur tutti quei segni

Quasi ch'altrui scopron pastor, bench'io Sia de' minori a paragon di quelli Che i paschi vie più larghi hanno in governo. Poi che stato cangiai, meco proposi

Di cangiar vita insieme, e far che l'opre Al novo stato mio fosser conformi. Odi i successi: in vigilando sopra L'amata greggia mia, da le vicine

Selve uscir fieri, et affamati lupi: Questi per ingannarmi, al primo incontro Fedelissimi can sembrando in vista, Mi lusingar con le setose code.

Io, ch'agli occhi focosi, al pelo irsuto Gli riconobbi, et a la strania voce, Tentai s'alcun mastin potessi meco Aver, che folto il dorso, e 'l collo armato

D'acuto ferro, gli tenesse lunge Dal chiuso ovil, le tenebrose notti. Mira gran maraviglia: alcun non seppi Trovar che non temesse, anzi qualora

Attizzargli volea, fuggiano indietro, Bassi gli orecchi, taciti, e le code Per lo freddo timor raccolte al ventre. Questi con mille insidie alor intorno

Cominciaro a girarmi, e non han fine Ancor i ciechi assalti, onde a gran pena La greggia dagl'insulti, e me difendo. Ben puoi considerar dunque, o Simeta,

Se forza o no, da le paterne case E dal Metauro mio, mi tien lontano. Molta ragion ti move, e tal che lode De' tuoi tardi ritorni a te si deve:

Ma quanto tempo noi che sì t'amiamo Renderai tu con la presenza lieti? Una luna, cred'io, godrovvi, e poscia Verso la mandra mia farò ritorno.

Oh, troppo tosto fuggi: e non è meglio Che con noi tu dimori almen due mesi? D'alpe nato sei tu, se nulla stimi De' parenti l'amor, che ti nodriro

Con tanta fé mentre eri avvolto in fasce; O di ruvida quercia in sasso alpestre, Se noi te non pieghiam, tuoi fidi amici. Inoltra so ben io che così fresca

Cella, e sì dolce il vin tu non avrai Ne la capanna tua, come a te serba Nel fondo opaco il tuo paterno ostello. E forse dico nulla, ora che 'l sole

Con l'ardente Leon la terra infiamma? Vero è quanto tu dici, e 'n tutti i modi Procurerò di far che si contempri Il dever e 'l piacer, che parte quinci

Mi richiamano altrove, e parte quivi Mi ritengono a forza. Or mi consoli: Ma perché così lungo hai tu soggiorno

Fatto ne la città del vago Isauro? Cento hovvi amici cari, e 'l zio materno, Che padre a me in amor, dolce m'accoglie: Ivi è 'l mio Dafni, ivi è l'eroe dal Monte,

Nato di regia stirpe, in cui riluce Quanta bontà, quanto valore, e quanto Può donar senno ad uom mortale il Cielo. Questi acuto mirando, et a le carte

Confidando vivaci i bei pensieri, Stupir fa il mondo, e 'n guisa tal disvela De' corpi eterni in un le forme e i moti, Che quel che sembra altrui troppo alto e scuro,

Fa chiaro e piano. Or non sai tu de l'opra, Onde imitando il Siciliano antico, Osa insegnar come con poca forza, Dato saldo sostegno, altri la terra

Possa, di monti e d'acque intorno carca, Turbar dal centro ov'ella immota siede? Vive la gloria in lui d'Uranio nostro, Da cui giovane ancor felice apprese

Di quelle arti i principii, onde a se stesso, Fabro divin, tal preparato ha scala, Che dal basso terren l'alza a le stelle: Quinci io vago d'udir quelle celesti

Cose, onde ei, sua bontà, suol degno farmi, Spesso i miei monti, e le mie case oblio. Hai tu veduto poi l'immensa copia De' dotti libri ch'a le sacre Muse

Prepara (eterna gloria!) il Duce nostro? Felice è chi lo serve, e noi felici, Che viviam sotto a sì prudente impero; E felici color dich'io, che ponno

Trar gran tesor da tante chiare carte. Veduto ho nuovi tempii, e nuove mura, Nuovi palagi, et orti, e nòve fonti, Talché forse di me stupido meno

Rimase Ulisse alor che de' Feaci Seco ammirò le celebrate cose. Sovra ben salda base ho veduto anco Del nostro alto signor l'avo paterno,

Finto di bianchi marmi, e ben rassembra Opra di man sovra mill'altre industre, Tal del sommo valor che con lui nacque Ornato appar la gloriosa fronte.

Udito ho dir ch'Urbin nostro anco un giorno L'aspetto onorerà del duce antico, Che 'n pace saggio, e valoroso in guerra, Del grande animo suo vestigio eterno

Lasciò l'alta magion che noi vediamo A le vetuste maraviglie eguale. Verdeggi ognor la quercia, arbor di Giove; Verdeggi, e viva, onor de' nostri monti:

E noi l'ombra di lei lieti godiamo, Che corone altrui parte, e frutti d'oro.

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