Eccomi, attendi. "Ceruleo Dio, che liquido e sonoro Dal vaso cristallin diffondi argento, E come il ciel sei nel tuo corso eterno,
Deh, mentre io te ne le mie rime onoro, Mentre son tutto a le tue lodi intento, Tu con affetto in un sacro e paterno Di me prendi, tuo figlio, il voto interno.
Di me che del tuo letto in riva nacqui, E 'n fasce involto, a te vicin poi giacqui. Lascia le tue spelonche, umido Dio, Ove cinto di musco il verde manto
In fresco siedi, e pumicoso albergo, E qui con presto piè ten vieni, ov'io Questo consacro in vece a te di canto Sasso, che di tue lodi incido e vergo:
Volgi al padre Apennin veloce il tergo, Ned a sdegno pigliar più basso loco, Se 'l desio tu gradisci ond'io t'invoco. Perdonami però, se rozzo fabro,
Tento agguagliar de' pregi tuoi l'intero, E spiegar quel che dentro al cor ne scrivo. Pago te quella man renda e quel labro, Ond'entro al chiuso, et intimo pensiero,
Gran padre, il tuo divin canto e descrivo. Or non appaga te povero rivo, Qualor avien che vaso in te diffonda Vie più di buon voler colmo che d'onda?
Sembran parte di mar l'Eufrate, il Gange, Il Po, l'Istro, la Tana, il Nilo, e 'l Tigre, E s'altro v'ha, che maggior valli allaghe. Vero è, ma chi di lor più spuma e frange,
Tumido d'acque impetuose, impigre, Di navi il dorso onusto, audaci e vaghe, Di dura servitù par che s'appaghe: Tal feroce destriero ingombra e doma
Peso servil di faticosa soma. Gloria a te d'acque è in vece, onde vai pieno, Cui scemar tenta indarno estivo raggio, Né premer può d'indegno fascio il carco:
Diè di fugace il Ciel dunque assai meno A te, ma più d'eterno, e gran vantaggio Ti portò l'esser lui d'onde sì parco. Ceda il Po dunque, e 'l Nilo al fiume scarco
Di giogo, e cedan gli altri, e dian vittoria A te, che d'onda in vece hai salda gloria. Quando fu mai che 'l tuo fiorito margo Trapassasti dannoso, e de' cultori
Teco portasti i premii e le fatiche? Perché se ben talor l'aperto e largo Tuo letto colmi, uscir dal letto fuori Non curi ad oltraggiar le piaggie amiche.
Quinci per le tue sponde alte et antiche Consacra a te sovente il cultor grato Sovra gli erbosi cespi il frutto amato. Quando timor de l'African superbo
Premea l'Italia e Roma, e 'l Tebro a pena Ne le più cupe grotte era sicuro, Per te Claudio notturno al Mauro acerbo Scemò l'orgoglio barbaro, e l'arena
Del suo sangue allagò tepido, oscuro: Per te famoso è 'l Tebro, e per te il duro Fato schivò, per te ch'alor de' vinti Arme, e 'nsegne predasti, e corpi estinti.
Forse l'ispano Tago avaro ingegno Ammirerà, che l'arenoso fondo Ricco vantasi aver d'oro lucente. Qual velen, Dii, fin dal tartareo regno
Scoperse Pluto, abominoso, immondo Più di questo metallo empio e nocente? Fortunata ben fosti, antica gente, Quando ancor non avean Pattolo et Ermo
Portato il dolce tòsco al mondo infermo. Di Fetonte ama il Po le pie sorelle, Or piante; il tronco tu gradito a Giove, Onde ornate han l'insegne i Duci miei.
Quelle Borea talor rompe e divelle, Ma la robusta quercia unqua non move, Carca d'armi nemiche, e di trofei. Più dir di te, mio nume, oggi vorrei,
Ma perché infermo è il tergo, e grave il fascio, Mill'altre lodi tue tacito lascio. Felice corri dunque, amico fiume, E pace danne tal, che non avvampi
Già mai fiamma di Marte i nostri campi'. Or che dici, Montano? e che ti sembra De lo stil di pastor, cui veste a pena De' primi fior la giovanezza il mento?
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