Quel pastor che colà pensoso e solo Sovra il curvo baston tutto s'appoggia, Montan mi sembra: et è Montan, cui cinse Del verde ramuscel che 'l crin gli adombra
Febo di propria man le tempie intorno. Egli è desso, a la pelle il riconosco Di maculosa lince, a quella pelle Ch'egli ebbe in premio già da' nostri Duci,
Quando appese devoto i versi suoi De la sacra lor quercia al nobil tronco. Vuo' chiamarlo: O Montano, o buon Montano! Ei non risponde, né si muove, in guisa
Tutta ad un suo pensier l'anima accoglie. O Montano, o Montano! e tu non vedi, Mentre nel tuo pensier tutto sei fisso, Che le caprette tue vaghe e proterve
Col velenoso dente oltraggio fanno A le viti di Dafni e di Licota? Ileo parmi d'udir, se non m'inganna Il conosciuto suon de la sua voce.
Ileo questi è, che giovenetto apprese Dal saggio Uranio onde talor s'adombri L'uno e l'altro gran lume, onde la state Le notti aggia sì preste, i dì sì tardi.
Perdonami, il mio Ileo, che talor fassi Tiranno il pensier sì de la mia mente Che me quasi a me toglie, e cangia in pietra. Lascia a la notte le noiose cure,
Che di foschi pensier madre s'appella, E mentre il sol fa luminosi i campi, Meco t'assidi ove sì molle il grembo Quest'erba ci prepara, e godi meco
L'ombra di questo sasso, e 'l fresco umore Ch'accolto in picciol rio con torto piede Per l'erboso sentier mormora e fugge. Dimmi, qual sorte a me ti guida, quando
Il ramarro, non ch'altri, al sol s'invola? Ben aggia Stimicon, a cui promisi Di trovarmi oggi ad imparar da lui L'arte meravigliosa onde vediamo
Portar mandole il pesco, e pomi il pruno. Oggi omai non m'avrà, che troppo caro M'è l'esser teco. Or vieni: eh tu non miri Come quel verde, e sollevato seggio
Par ch'al fresco riposo ambo ne chiami? Eccomi al tuo piacer, poi che raccolte Ho le caprette mie dal pasco a l'ombra. Vedi là quella grotta opaca e nera
Come col fosco suo sotto sé imbruna Quel cupo e verde gorgo, e mira come Le cinge il curvo, e rugiadoso grembo Quell'iride lucente, e da man manca
Balenando l'illustra il mobil raggio, Che da l'onde riflesso in mille guise Velocissimo scherza, e viene, e fugge. In quell'antro colà spesso notando
Mi ritrassi dal sol, che troppo fiero Mi percotea nocivo il capo, e 'l tergo. Dentro èvvi un ampio seggio, atto al riposo De' notatori stanchi, ove distilla
Di freschissimo umor di viva vena Quasi in perle raccolta amica pioggia. Quella che ne si scopre antica tomba Sovra il monte de l'Elce, è pur la tomba
Di quel guerrier che di Numidia venne Per soggiogar col frate Italia e Roma. Così tenea mio padre, a cui già 'l disse Del padre il padre, il qual dicea di certo
D'aver ciò da' maggior più volte udito. Forz'è ch'io 'l creda, e vero indizio dànne Lo scoprirsi ad ognor da chi col ferro Move questi terreni, e spade, et elmi
Rugginosi e vetusti; e non è molto Che nel sepolcro suo riscaldò il sole Le fredde ossa di tal ch'anzi mill'anni Goduto avea vivendo i raggi suoi.
Il suo gran teschio è là sovra quel ramo Di quercia ignudo, e con orribil vista Minaccioso a' viventi ancor biancheggia. L'arator del mio padre ivi il ripose,
Curvo e canuto, e 'n sollevarlo disse, Benché con rozzi accenti: Ov'è disperso Oggi, terra, il tuo fasto! ecco, e tal fine Ha, superbi mortai, l'orgoglio vostro.
Parlò da saggio, e s'incomposte furo Le note, la sentenza almen fu grave. Sorgi, sorgi, Montan, che questa pietra, Mossa dal sito suo quando sedesti,
Porta l'acqua al tuo seggio, onde la pelle Che tu premevi è rugiadosa e molle. Da lato mi farò. Non so se parmi, O 'l sasso è pur di fresche note sculto:
Fresche il candor le mostra, e quella polve Onde son l'erbe sparse. Era assai grande Quei che l'incise, poi ch'a pena i' scerno (Tant'alti son) de' primi versi i segni.
Chi sa? non grande ancor, sovra le punte Sollevato de' piè, disteso il braccio, L'alto potea segnar di questa pietra. Tu dunque, a cui l'età non toglie ancora
De le luci il vigor, né scema i raggi, Spiega ciò che v'è sculto: è lungo assai Lo scritto, e s'io ben veggio, è steso in versi. In versi è steso.
Svelli indi quell'erba, Che fa col lungo crin velo a le note: Che dicono quei tre, che più sublimi Titolo agli altri fan da lor disgiunti?
"Corneo, cui rea fortuna armenti et auro Larga non diè, di ricco dono in vece, Sacra povero carme al suo Metauro'. Io mi stupia che ne le nostre selve
Altri destasse le neglette Muse: O secolo corrotto! a l'oro attende L'età del ferro, e Febo a tutti è l'oro. Ben conoscer pareami a' segni noti
Di Corneo esser lo scritto, ancor che il sasso Sia diseguale, et aspro; ma lo stile Indizio fia miglior: tal par che sdegni L'umiltà boschereccia.
Io so che 'l sai, Poi che da' teneri anni egual desio Di scostarvi dal vulgo ambo vi giunse. Ma via, comincia ormai, che certo indarno
Qui non ci allettò l'ombra. Alto intende, alto canta; et io dal suono Di così dolci accenti, alto m'invoglio Ad amare, ammirar sue dolci rime:
E degno egli n'è bene: or viva dunque, Viva il buon Corneo pur, che se le Muse L'aitan sì, se sì gli arride Apollo, Proseguendo il camin che gli prepara
La fama, forse un dì l'invidia vinta, Che livida i miglior calca et opprime, Da' boschi uscito, e da le patrie ville, Potrà far risonar con nobil carme
I regii tetti, e le dorate sale. Ma perché ver l'occaso il sol discende, Stanco del lungo corso, e mi ricorda Che tempo è già d'abbeverar la greggia,
Or che cadon maggior dai monti l'ombre, E le basse capanne alzano il fumo, Rimanti Ileo, ch'io me n'andrò pian piano Cacciando ora col fischio, or con la verga
L'assetate caprette inverso il fiume.
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